Sommario Per il Comunismo n.6

 

 

 “LE PROLÉTAIRE”/“IL COMUNISTA”: PUNTA DI LANCIA DELLA DEGENERAZIONE DEL NUOVO CORSO

 

 

Schema di lavoro

La motivazione immediata di questo lavoro è un articolo del 1989 ripubblicato da “le Prolétaire”/“il Comunista” alla fine del 2023 sulla questione nazionale palestinese e un altro articolo pubblicato dal suo epigono in spagnolo, "El Proletario", che critica una posizione internazionalista presa e diffusa dal nostro Partito nell'ottobre 2023.

Poiché si tratta dell'ennesima occasione in cui l'epigono in lingua spagnola de “le Prolétaire”/“il Comunista” si dedica a travisare le nostre posizioni e le nostre origini, lo sviluppo di questo lavoro ci condurrà in un ambito più ampio, che seguirà la seguente struttura: inizieremo a descrivere “le Prolétaire”/“il Comunista” e a chiarirne la storia, proseguiremo con la descrizione del loro specifico opportunismo sulla questione nazionale e concluderemo con la critica che essi fanno alle posizioni del nostro Partito per dimostrare come le loro posizioni sono state e sono quelle del nuovo corso revisionista.

 

La degenerazione de “il programma comunista”

A pagina 11 del numero 1 de "El Comunista" (nuova edizione), del maggio 1983, con cui riprendemmo la pubblicazione della rivista del Partito in spagnolo, pubblicammo alcune modeste ma sufficienti note dal titolo “La degenerazione del programma comunista e la nostra battaglia che riassumono le cause storiche di quella degenerazione, le principali manifestazioni esterne del processo e la decisione di rompere con la disciplina formale di un'organizzazione che non rappresentava più il filo storico del Partito. Queste note non erano un'elaborazione "locale" della sezione spagnola, ma erano state pubblicate dai compagni della sezione di Schio nel febbraio 1983 come parte dello sforzo internazionale per mantenere la continuità del Partito al di fuori della organizzazione formale degenerata.

Eravamo stati prima sostanzialmente espulsi - come erano stati espulse l’impostazione della sinistra in generale dal cosiddetto nuovo corso - e, per questo, avevamo deciso di rompere la disciplina formale che per i marxisti non significa nulla se non è legata alla continuità della linea e all'unità di dottrina-programma-tattica; il che non ha impedito alla dirigenza di fingere la nostra “espulsione” formale in un atto disciplinare nel vuoto.

La successiva conferma che la direzione di questa organizzazione formale non rappresentava più il filo storico del Partito non tardò ad arrivare. Questa direzione, contro la cui degenerazione avevamo mantenuto la nostra battaglia, è saltata in aria pochi mesi dopo: nell'ottobre 1982 (quando El-Oumami, Proletarier e il centro parigino del Partito, lo stesso che pochi mesi prima aveva agito disciplinarmente contro di noi, si staccarono su basi sempre più attiviste); nel giugno 1983 quando si dette libero sfogo al “dibattito interno” apertamente democratico e una parte della redazione si fece da parte; nel gennaio 1984 quando quest'ultima parte (che in pratica era stata spiazzata ben prima del giugno 1983) recuperò la rivista in tribunale e l'altra parte iniziò a pubblicare “Combat”; nel 1985 quando da “Combat” si stacca “il Comunista” e si fonde con “le Prolétaire”.

È importante notare che il nostro numero 1 del maggio 1983 precede la rissa per il controllo de "il programma comunista" a partire dal giugno 1983 tra le diverse varianti del nuovo corso che non si erano dichiarate apertamente liquidazioniste dell’involucro formale del partito, e le descrive tutte.

È dell'ultimo pezzo uscito dall'iperattivismo di “Combat” e ricombinato con “le Prolétaire” che dobbiamo occuparci oggi. Iniziamo ricordando sinteticamente di chi stiamo parlando, per chi non lo sapesse.

 

“le Prolétaire”/“il Comunista” e il nuovo corso

Gli sforzi de “le Prolétaire”/“il Comunista” per mascherare le sue origini e riscrivere il suo ruolo nella degenerazione del Partito durante gli anni ‘70, che si è intensificata fino alla rottura a pezzi del centro già degenerato nel 1982-83, si sono sempre ripetuti, cercando di offuscare con i suoi “bilanci” la traccia del suo ruolo reale in quella crisi degenerativa. Per questo è importante parlare chiaramente della sua genesi e delle sue reali origini, anche se qui dobbiamo limitarci a qualche indicazione.

Le attuali redazioni de “le Prolétaire”/“il Comunista” provengono, con piena continuità, da quel fango movimentista, attivista, revisionista e nazionalista del nuovo corso con cui hanno inondato il Partito Comunista Internazionale di attivismo, interclassismo e democratismo, espellendo e isolando coloro che si opponevano a questa linea revisionista, fino ad essere essi stessi a saltare in aria nella fine di 1982 e negli anni successivi.

Contro questo nuovo corso reagirono diverse sezioni in Francia e in Italia, così come gran parte della sezione spagnola, che ha ripreso la pubblicazione della rivista "El Comunista", dal maggio 1983, con l'indicazione "nuova edizione" per distinguerla chiaramente dal periodo precedente in cui articoli corretti erano intervallati da importanti deviazioni la cui pubblicazione era imposta da Milano o Parigi.

Nel prossimo numero della rivista pubblicheremo alcune note aggiuntive su questo processo degenerativo e sulla nostra battaglia (che non è stata l'unica) contro di esso per illustrarne lo sviluppo, come la linea, i metodi e le posizioni del Partito sono stati modificati dalla direzione, contro la resistenza della vecchia militanza in difesa della continuità del programma comunista, riuscendo a spezzarlo; cioè, come si presentava il nuovo corso.

 

Il percorso de "le Prolétaire"/"il Comunista"

In Francia, è facile vedere, sfogliando i numeri de "le Prolétaire" del 1983 e del 1984 (e quelli immediatamente precedenti e successivi), come, dopo l'abbandono del Centro di Parigi (che portò con sé archivi e fondi, tentando di liquidare il Partito alle sue fondamenta, di cui ci occuperemo anche a suo luogo), il gruppo che rilevò la pubblicazione de "le Prolétaire" continuò a essere completamente immerso nel pantano movimentista in cui l'ex Centro parigino li aveva lasciati orfani nel 1982. Non si tratta di uno dei gruppi che si battevano contro il nuovo corso o che si opponevano alla deriva del Centro parigino o di quello milanese, ma di un gruppo solidale con quella deriva del Centro a cui continuò a dare continuità, riuscendo addirittura a peggiorarla come vedremo in seguito, al grido di "La Palestina vincerà" e "Abbasso lo Stato sionista di Israele" (Le Proletarie, n. 374, settembre 1983, p. 7).

In Italia, il gruppo che oggi pubblica "il Comunista" faceva parte del Centro italiano negli anni precedenti al 1983 ed è corresponsabile della deriva del nuovo corso in tutto il periodo precedente. È inoltre in particolare il gruppo che ha permesso la pubblicazione legale dei numeri più nauseabondi de "il Programma Comunista" (a partire dal luglio 1983) e che ha poi creato "Combat", da un lato, e, dall'altro, la prima serie de "il Comunista". Affinché il lettore possa seguire le tracce, nonostante il tempo trascorso da allora, può vedere che il nome dell'attuale "Redattore-capo" e intestatario del conto corrente postale de "il Comunista" (R.d.P.) compare come "Direttore responsabile" de "il Programma Comunista" a partire dal numero 13/1981 (dopo l'annuncio dell'espulsione della sezione di Ivrea) insieme a colui che era stato e rimase "Redattore-capo" di quella testata (B.M., ora deceduto). Si può notare che nel numero 8/1983 quest'ultimo scompare e rimane solo l'attuale "Redattore-capo" de "il Comunista" nel ruolo di "Direttore responsabile" de "il Programma Comunista". Questa situazione si protrae per i numeri 9 e 10 del 1983, pubblicati sotto la responsabilità dell'attuale "Redattore-capo" de "il Comunista", compreso il numero 11 del 1984, dove viene finalmente annunciato che il giornale sarà pubblicato da quel momento in poi con il nome di "Combat".

È noto che il gruppo che attualmente controlla la testata de "il Programma Comunista" è riuscito a recuperarla attraverso i tribunali borghesi, un profondo errore politico che da allora è servito all'attuale gruppo de "il Comunista" come vero e proprio talismano espiatorio per nascondere dietro questo paravento la propria responsabilità per tutto il processo precedente, per il periodo dal luglio 1983 al gennaio 1984 e per la successiva legalizzazione di "Combat".

Infatti, il lettore troverà l'attuale "Redattore-capo" de "il Comunista" come "Direttore-responsabile" e responsabile del conto corrente della nuova pubblicazione dell’iperattivismo movimentista chiamata "Combat", il cui sottotitolo era "giornale per il Partito Comunista Internazionale", non più organo del Partito Comunista Internazionale. Gli indirizzi di contatto di "Combat" e "il Comunista", che si è separato da "Combat" nel 1985, sono gli stessi. Anche il conto corrente viene mantenuto, sempre a nome di R.d.P. La continuità organizzativa è totale: stesso indirizzo fisico, stesso conto per il denaro, stesso direttore responsabile. Il lettore attento troverà il nome dell'attuale "Direttore-responsabile" de "il Comunista" anche in analoghe funzioni nella prima serie de "il Comunista", che allo stesso modo non si presenta come organo del Partito.

Finora abbiamo potuto seguire la linea "il programma comunista" => "il programma comunista" (esplicito centralismo democratico) => "Combat" => "il Comunista", nei suoi responsabili legali. Osserviamo ora questa stessa linea nelle loro posizioni politiche.

Su "il Comunista", n.175 (e su "El Proletario" n.28, ma non su "le Prolétaire") appare un articolo intitolato "40 anni di ricostituzione del Partito di classe", un articolo ingannevole quant’altri mai, in cui cercano di deresponsabilizzarsi delle loro azioni e di collocare il nuovo corso a partire dal giugno 1983, quando era già stato messo in pratica per anni da parte della direzione e vi avevano partecipato anche dopo il giugno 1983. Ma le tracce si possono seguire e SMASCHERARE a chi cerca di tornare sui propri passi per cancellarle.

In quell'articolo, pur rivendicando in realtà la loro azione all'interno di quello che loro stessi dicono essere "ciò che è rimasto del Partito in Italia (Combat)" (il Comunista, n. 175, El Proletario n.28), si giustificano dicendo che in realtà non condividevano le posizioni delle pubblicazioni che legalizzavano:

Infatti, i compagni che risultavano formalmente «proprietari commerciali» e «direttori responsabili» del giornale di partito [stanno parlando di loro stessi, ndr] non necessariamente condividevano sempre le posizioni del partito. Questo vale per i numeri del «programma comunista» dal 7, luglio 1983, all’11, gennaio 1984, come per il successivo «combat» dal febbraio al dicembre 1984 (testata il cui indirizzo non è mai stato da noi condiviso). (il Comunista, n.175, El Proletario n.28). Hanno legalizzato la rivista Combat che non si presenta nemmeno come rivista del Partito ma per il Partito (in coerenza con la loro posizione liquidazionista), erano i titolari del conto dove venivano ricevuti i contributi, considerano ancora oggi Combat come "ciò che è rimasto del Partito"... ma spiegano al mondo che non hanno mai condiviso il suo indirizzo!

Crediamo che "il Comunista" (ex-Combat) stia ridendo dei suoi lettori o creda davvero che questi si berranno qualsiasi cosa. Ma, anche se riuscissero a convincere qualcuno, come si potrebbe qualificare chi si presta a essere elemento chiave della pubblicazione di una delle peggiori serie di travisamenti e falsificazioni della Sinistra e del marxismo?

Inoltre, "il Comunista" non deve ricordare che nel suo n. 1 del 1985 (con la sigla "Anno III/Nuova serie" per indicare la continuità con la prima serie) affermava nella pagina 29 nel suo articolo intitolato "Perché il comunista": “Dopo la comune lotta contro il liquidazionismo movimentista e un persistente attendismo (come documentato nel “programma comunista” dall’ottobre 82 al giugno 83, continuata poi parzialmente nello stesso giornale e successivamente in “combat”), e il comune tentativo di reagire alla crisi accettando la sfida lanciata dagli avvenimenti esterni e interni all’organizzazione, la sezione “italiana” si spacca” (il Comunista, Anno III/Nuova serie, n.1 de 1985).

Avvertiamo il lettore di non prendere per buoni i fatti descritti da "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) in questa o in altre loro citazioni che dovremo riportare. Ciò non toglie il valore che le loro stesse manifestazioni possono avere nel definirli.

Nel 1985 definivano come comune lotta e tentativo il periodo dall'ottobre 1982 al giugno 1983 de "il Programma Comunista", proseguito poi sullo stesso giornale e in Combat, lasciando quell'organizzazione solo dopo che era passato un anno. Nel 2023 affermano di non aver mai condiviso l’indirizzo di queste pubblicazioni, legalizzate da loro stessi. O peggio, “non necessariamente condividevano sempre”, una formulazione ambigua e contorta che permette di alterare, modulare e mutare il passato in modo selettivo e a seconda delle convenienze, quando opportuno.

Nello stesso numero 1 del 1985 (Anno III/Nuova serie) pubblicarono un articolo intitolato "A che cosa ci richiamiamo" in cui, dopo aver citato il classico contenuto di "Ciò che distingue il nostro Partito" che intesta le pubblicazioni del Partito dal 1952 (e che, tra l'altro, hanno modificato nelle loro dal 2005 con una diversa formulazione), aggiungono quanto segue:  La linea – aggiungiamo con maggiore energia e in riferimento alla crisi che ha ultimamente sconquassato il partito – che va dalla lotta per ENTRARE IN CONTATTO COI MOVIMIENTI SOCIALI e con la classe e per contribuire alla rinascita di una corrente classista indipendente dal collaborazionismo alla battaglia contro il liquidazionismo antipartito di stampa attendista, accademico o movimentista e contingentista che sia” (il Comunista, Anno III/Nuova serie, n.1 de 1985, pag. 3).

Per capire meglio il significato di questa affermazione aggiunta "con più energia", dobbiamo risalire un po' indietro nel tempo. Su "il Comunista", n. 2 del 1985, Anno III/Nuova serie, p. 21, si legge la seguente affermazione relativa alla sua determinazione di fare un bilancio sulla crisi del Partito: “Questo lavoro iniziò già nell’ottobre de 82, con la preparazione della riunione generale di Milano, i cui risultati immediati si possono leggere nel n. 20 del 29 ottobre 82 di ‘programma comunista’, e nei numeri successivi.” (“il Comunista”, n.2 de 1985, Anno III/Nuova serie, pag. 21).

Ebbene, leggiamo il numero de "il programma comunista" in questione e più precisamente "Le questioni poste dalla crisi nel nostro partito nella relazione del centro italiano alla riunione di Milano del 17 ottobre 1982", indicato da "il Comunista" come riferimento all'inizio del suo lavoro politico.

A quel tempo, la sezione algerina, la sezione tedesca, parte della sezione francese e il suo Centro avevano appena lasciato formalmente il partito, ritenendo che la Sinistra avesse un difetto originario che impediva al partito di partecipare ai "movimenti sociali" ai quali volevano partecipare e, di fatto, partecipavano.

In quell'articolo/relazione, l'attuale redazione de "il Comunista" (ex-Combat), insieme ad altri, scriveva: “Come si è sviluppata questa crisi che vede contrapposti compagni che partono dalla stessa esigenza, l'intervento nelle contraddizioni sociali sotto la guida di una linea tattica collegata ai nostri principi politici e tattici?” (il programma comunista, n.20/1982, pag. 2).

È davvero sintomatico il modo così candido in cui "il Comunista", scusate, intendiamo il Centro milanese dell'epoca, pone questa domanda. Quelli che stavano abbandonando il Partito e cercavano di liquidarlo formalmente in questo processo erano i loro compagni, erano d'accordo con loro, da anni stavano liquidando la linea del Partito dall'interno e lo stavano facendo precipitare nella palude dell'interclassismo, ma volevano andare più veloci ed erano ostacolati dall'involucro, non vollero aspettare.

La risposta del Centro alla sua stessa domanda è: “Indubbiamente ciò è avvenuto in forza di un ritardo nel risolvere questo problema, che si è manifestato in modo differenziato alla scala internazionale.” (il programma comunista, n.20/1982, pag. 2)

Pensavamo allora e pensiamo ancora oggi, insieme a tanti compagni del Partito che si opponevano al nuovo corso, che la soluzione della nostra azione tattica fosse risolta nelle Tesi e negli altri testi fondamentali del Partito. Ma questi limiti tattici erano troppo "stretti" per il nuovo corso:

In effetti, la nostra attività di intervento nelle lotte, per anni, è stata limitata al livello rivendicativo sindacale. È verissimo. Ma questo terreno, i problemi che ha posto, l'evidente sua ristrettezza, ci ha fatto riconoscere la necessità di allargare la nostra visuale, ci ha fatto scoprire tutti gli altri terreni «pratici», e questi terreni – questione femminile, casa, antimilitarismo, repressione e ogni altra manifestazione delle contraddizioni sociali - ci hanno dato nuove armi e maggior sicurezza nell'affrontare la stessa lotta rivendicativa sindacale.” (il programma comunista, n.20/1982, pag. 5)

Siamo di fronte al nuovo corso, una linea revisionista rispetto alle precedenti posizioni della Sinistra e rispetto alla precedente azione del Partito, che ammette di aver "allargato la visuale" e di aver "scoperto" nuovi terreni "pratici" e "nuove armi", ma che capisce che la revisione deve essere fatta più lentamente e soprattutto in maniera più camuffata, senza rinunciare all'involucro formale del Partito.

Concludono: “Per questa ragione, pur comprendendo le «esigenze» di chiunque ci parli del «movimento sociale», pur condividendo il giudizio di essere di fronte ad un momento decisivo della nostra storia, ne traiamo la conclusione opposta a quella liquidatrice: dalla nostra storia passata, dai nostri errori, oltre che dal bagaglio dottrinale che non abbiamo mai visto come un ricettario, traiamo l'alimento per andare decisamente avanti.” (il programma comunista, n.20/1982, pag. 5)

Così, ribadendo la propria identità rispetto alla partecipazione ai "movimenti sociali", mossa da una "fretta" derivante da un'errata valutazione della situazione storica che ha portato a sacrificare tutto per superare il “ritardo”, il nuovo corso rivendica la libertà rispetto al bagaglio dottrinale (questo è il significato della frase a parole loro, la dottrina non è un ricettario) e quando parla di errori non si riferisce all'intervento nei movimenti interclassisti ma al non averlo fatto prima...

Ancora più espressivo è il documento interno che precede l'articolo, la traccia della riunione del 17.10.1982 emesso dal Centro degenerato di allora, in cui si può leggere “1) Definire senso della spaccatura. Non fra parte arretrata e avanzata, ma fra comp. che sono consapevoli di una serie di esigenze (dal programma al p. d’azione riv.). Le divergenze di fondo fra loro: per farlo rompere o continuare. Uci  [ndr. Ufficio Centrale Italiano, il centro italiano] divisa, ma responsabilità del sottoscritto e di E. [ndr. attuale “Redattore capo” de “il Comunista” (exCombat), a quel tempo parte del centro degenerato, ndr] di andare avanti, sia pure come “curatori fallimentari”.

2) Distinzione fra le posizioni di El Oumami e degli altri comp. El Oumami fa una serie di critiche che a noi appaiono giustificate e ci ha lanciato una sfida cha abbiamo deciso di accettare. Il problema dell’organizzazione int.le: mancanza di un vero programma d’azione politico.” (Traccia della riunione del 17.10.1982)

Tornando al numero 20 in cui è stato pubblicato l'articolo/relazione e in cui è stato trasferito il contenuto di questa traccia, si dà voce ai liquidatori formali riproducendo ampiamente il discorso tenuto nella riunione dal loro rappresentante. Se la domanda che abbiamo visto sopra è anche solo candida, la risposta di chi se ne va è tanto cruda quanto significativa: “Io non accetto il discorso della direzione che fa il mea culpa.” (il programma comunista, n.20/1982, pag. 5)

I liquidatori che lasciarono formalmente il partito nell'ottobre 1982 e coloro che rimasero alla sua direzione condivisero la "scoperta" delle "esigenze" del "movimento sociale" e delle sue "nuove armi", dissentendo solo tra liquidare l'involucro formale del Partito o mantenerlo.

Ma all'interno del Partito c'era anche una forte opposizione - soprattutto nelle sezioni con maggiore presenza operaia del Partito, anche se non solo e per nulla da un punto di vista operaio - contro questo cambio di rotta che era stato effettuato liquidando internamente negli anni precedenti la tradizione della Sinistra, anche se il ritmo della liquidazione lasciava insoddisfatti i più frettolosi tra i revisionisti del nuovo corso.

Da una prospettiva opposta, le sezioni del Sud della Francia, di Torino e Ivrea erano state espulse in modo antiorganico nella primavera dell'anno precedente, il 1981, per la loro opposizione al nuovo corso.  In difesa della continuità delle posizioni della sinistra, il grosso della sezione spagnola aveva rotto con i centri degenerati di Parigi e Milano nel gennaio dello stesso anno, il 1982. Non tardarono ad uscire dall’organizzazione formale anche le sezioni di Schio, Benevento-Ariano e Torre Annunziata, ritenendo che questa fosse degenerata nell’attivismo, come annunciava "il programma comunista" n. 1/1983. Torneremo più avanti sulle vicissitudini e le difficoltà del compito di mantenere l'attività internazionale da parte delle sezioni e dei militanti che si erano opposti al nuovo corso, sulle diverse strade intraprese da alcune di queste sezioni e sulla continuità organizzativa che abbiamo mantenuto e manteniamo con una parte di questi compagni.

In "il Comunista" n. 33, 1992, gli eredi stessi del nuovo corso raccontano la precedente resistenza presentata dall'insieme dei militanti del Partito di più sezioni che si opponevano alla revisione delle impostazioni del Partito, della linea teorica, programmatica e tattica della Sinistra Comunista, cioè che si opponevano al nuovo corso rappresentato allora - insieme ad altri - dall'attuale redazione de "il Comunista" (ex-Combat).

“Per questa parte di compagni ogni decisione presa al di fuori di quanto e di come era « già stato fatto » in precedenza, ogni interesse per problematiche che investivano il terreno della critica politica e teorica non affrontate e risolte con tesi e punti fermi in precedenza (dal partito attuale o dal partito comunista d'Italia negli anni Venti), assumeva l'aspetto del pericolo o addirittura del tentativo di portare il partito fuori dalla sua rotta e di inficiarne la capacità teorica e politica.

Contro una visione di tal genere - che andò via via caratterizzandosi come difesa ad oltranza di quanto, non tanto la sinistra comunista come corrente politica, ma di quella italiana in particolare e soprattutto della persona Amadeo Bordiga, aveva detto scritto fatto, senza comprendere in realtà la lezione profonde delle battaglie di classe condotte dalla sinistra comunista - si sviluppò una lotta politica interna condotta in particolare dal Centro attraverso lo sforzo di reinquadrare i problemi dell'oggi e le differenze di situazione storica senza perdere il filo conduttore di quelle battaglie di classe.

Questa circolare del marzo 1976, alla pari di altre precedenti e di successive, fa parte di questa lotta politica interna. (…) Da questo punto di vista, questa circolare segna un punto a favore, se così ci si può esprimere, alla lotta sia contro il conservatorismo di partito ben radicato purtroppo nell'organizzazione, sia contro quell'arroganza teorica mescolata ad un velleitarismo verbale ma pratico immobilismo caratteristici degli antidialettici legati ad una visione mistica del partito, della lotta di classe, del proletariato e del suo movimento, della rivoluzione, del comunismo.” (Premessa alla circolare de 1976, pubblicato su “il Comunista”, n.33, 1992, pag. 9).

Ricordiamo a questo punto che non diamo per scontata la caratterizzazione che "il Comunista" fa degli eventi o dei partecipanti, ma riportiamo la loro descrizione nella misura in cui ciò che dicono in essa li descrive essi stessi.

In questo senso il lettore noterà che "il Comunista" (ex-Combat) ammette chiaramente di aver condotto una lotta politica interna per "reinquadrare i problemi dell'oggi" (?) contro i vecchi militanti all'interno del partito, che in questa lotta contro il "conservatorismo" (!) e l'"arroganza teorica" (!) del Partito, essi introdussero nel Partito una serie di impostazioni tattiche estranee a quelle dei testi del Partito, ma che incontrarono una forte resistenza che si concretizzò in una strenua difesa dell'unità di dottrina, programma e tattica che caratterizza la Sinistra Comunista Italiana.

Questa è una delle tante ammissioni del nuovo corso pubblicato oggi da "le Prolétaire"/"il Comunista", un'ammissione di revisionismo che gli aggiornatori e gli arricchitori hanno cercato di imporre attraverso la lotta politica interna contro le sezioni del Partito che difendevano la continuità delle impostazioni del Partito e della Sinistra.

Dopo questa ammissione, è davvero sorprendente che continuino a presentarsi come continuatori del Partito e che su "il Comunista" n.178 (agosto 2023, pag. 1) abbiano la faccia tosta di affermare, con un tono al limite del patetico e sfruttando il nome molto noto di un conosciuto compagno, di chiedere contributi finanziari: “Noi siamo un’organizzazione molto piccola, collegata strettamente all’esperienza della Sinistra comunista d’Italia e al lavoro di restaurazione teorica del marxismo che i compagni della Sinistra che non hanno gettato la spugna e che non si sono venduti allo stalinismo hanno ripreso, sotto l’indirizzo dato da Amadeo Bordiga, l’attività sia teorica che politica e organizzativa riannodando il filo del tempo del movimento proletario e comunista rivoluzionario.”

“le Prolétaire”/”il Comunista” dovrebbe aggiungere: in realtà siamo quelli che abbiamo voluto distruggere questa esperienza e abbiamo combattuto con la lotta politica interna contro coloro che la difendevano all'interno del Partito.

 

Inciso: ciò che il Partito "aveva detto".

Di fronte al revisionismo del nuovo corso de "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) e alla sua lotta politica interna contro il "conservatorismo di partito", riproponiamo una serie di citazioni fondamentali che fanno parte del nucleo della restaurazione teorica operata dal Partito:

“Orbene, dato che ci si irroga ultimativamente di essere chiari, semplici, e stringati, come quei polemisti riforniti in serie ai «quadri», siamolo.

Prendiamo noi la parte dei DOGMATICI, dei TALMUDICI, anche degli SCOLASTICI e perfino dei PEDANTI; assumiamo la difesa di un marxismo che non crea mai niente di nuovo e costituisce una COSTELLAZIONE DI PRECISE TESI INCROLLABILI, e rifiutiamoci risolutamente, unguibus et rostro, di darlo in preda a questi che lo vogliono arricchire, RIVENDICANDOLO RIGIDO E POVERO COME È NATO (…).” (Dialogato coi morti, 1956).

“Morte dell'individualismo

Non è possibile che il partito proletario di classe governi sé stesso nella buona direzione rivoluzionaria se non è totale il confronto del materiale di agitazione con le BASI STABILI e NON EVOLVENTI della teoria.

Le questioni di azione contingente e di programma futuro non sono che due lati dialettici dello stesso problema, come tanti interventi di Marx fino alla sua morte, e di Engels e di Lenin (tesi di aprile, comitato centrale di ottobre!) hanno dimostrato.

Quegli uomini non improvvisarono né rivelarono, ma brandirono la bussola della nostra azione, che è troppo facile smarrire.

Essa segna chiaramente il pericolo, e le nostre questioni sono felicemente poste quando si va contro le direzioni generali sbagliate. Le formule e i termini possono essere falsificati da traditori e da deficienti, ma IL LORO USO È SEMPRE UNA BUSSOLA SICURA QUANDO È CONTINUO O CONCORDE.” (Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e dei prodotti del lavoro, 1958)

“Per conseguenza il problema della prassi del partito non è di sapere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di ‘CONSERVARE la linea del futuro della propria classe’.

È chiaro che se il movimento non la sa studiare, indagare e conoscere, neppure sarà in grado di CONSERVARLA. Non meno chiaro è che se il movimento non sa distinguere tra la volontà delle classi costituite e nemiche e la propria, egualmente la partita è perduta, la linea smarrita. Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà: tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà.(Prometeo, Proprietà e Capitale, Capitolo XVII, Utopia, scienza, azione, 1952)

“Il disinfestamento a cui dedichiamo il novanta per cento della povera opera nostra non si completerà che in un avvenire lungo e continuerà molto dopo di noi: è quello che combatte l'epidemia di tutti i luoghi e di tutti i tempi, ovunque e ognora pericolosa, dei revisori, aggiornatori, contemplatori, innovatori.

Inutile e dannoso specificare o personalizzare, e cercare lontano o vicino il lanciatore delle bombe batteriologiche; si tratta di individuare il virus e applicarvi l'antibiotico, che cocciutamente ravvisiamo nella continuità della linea, nella fedeltà ai princìpi, nel preferire novecentonovantanove volte su mille la rimasticazione catechistica all'avventura della nuova scoperta scientifica - che richiede ali di aquila, e a cui si sente chiamata dal destino ogni zanzara.

Si inquietino pure i volatori frementi, che riportiamo frigidamente terra terra alla modesta altezza cui è dato a noi di levarci, a noi cui è vietato ogni eroismo e ogni romanzo, che ci atteniamo all'ironia al posto del lirismo e ci vediamo costretti a richiamare ogni tanto i troppo focosi: non fate i Fetonti!

Mentre quindi troppi hanno l'isterismo del calcolo sublime, noi li saggiamo all'altezza dell'abaco, e verifichiamo se sanno contare sulla punta delle dita.” (Il marxismo dei cacagli, Battaglia Comunista, n. 8-1952).

“Scopo principale delle nostre trattazioni - nelle quali è indispensabile il CONTINUO RIPETERE dati richiami ai "teoremi" fondamentali, e meglio se CON LE STESSE PAROLE E FRASI - è la critica del FARNETICAMENTO SULLE FORME «IMPREVEDUTE» e difformi del capitalismo modernissimo, che costringerebbero a rivedere le basi della "prospettiva" e quindi del metodo marxista.

Tale falsa posizione è facilmente messa in rapporto col disconoscimento, e meglio colla mai avvenuta conoscenza, delle linee essenziali della nostra dottrina, dei suoi principi cardinali.” (Anima del Cavallo vapore, Il Programma Comunista n. 5,1953).

“Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dell'antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettica. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l'azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base.

Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l'intelligente riflesso dei LIMITI posti all'azione dei capi. Abbiamo perciò sempre sostenuto che questi NON DEBBONO AVERE LA FACOLTÀ in importanti svolti della congiuntura politica DI SCOPRIRE, INVENTARE E PROPINARE PRETESI NUOVI PRINCIPI, NUOVE FORMULE, NUOVE NORME, PER L’AZIONE DEL PARTITO. È nella storia di questi COLPI A SORPRESA che si compendia la storia vergognosa dei tradimenti dell'OPPORTUNISMO.” (Forza, Violenza, Dittatura nella Lotta di Classe, 1947)

“6. Non essendo dunque pensabili ritorni bruschi delle masse ad una organizzazione utile di attacco rivoluzionario, il miglior risultato che il prossimo tempo può dare è la RIPROPOSIZIONE dei veri scopi e rivendicazioni proletari e comunisti, e il ribadimento della lezione che è DISFATTISMO ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse.

7. Allo stupido attualismo-attivismo che adatta gesti e mosse ai dati immediati di oggi, vero esistenzialismo di partito, va sostituita la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre, VIETANDO a gregari ma SOPRATTUTTO A CAPI la tendenziosa ricerca e SCOPERTA DI ‘VIE NUOVE’. (Teoria ed azione, Riunione di Forlì, dicembre 1952)

Queste e nessun'altra sono le posizioni irremovibili della Sinistra Comunista "italiana" e del Partito.

Il nuovo corso de "il Comunista" (ex-Combat), da loro rivendicato a distanza di tanti anni, è l'antitesi e il più completo tradimento di questa impostazione della Sinistra. Per la dirigenza del nuovo corso, i LIMITI dell'unità dottrina-programma-tattica erano scomodi perché non permettevano di "scoprire" o usare "nuove armi" o "allargare la visuale" o "reinquadrare i problemi dell'oggi" e, quindi, propinarono al Partito nuove norme d'azione alle quali volevano piegarlo e hanno iniziato una "lotta politica interna" contro le sezioni e i militanti che difendevano a oltranza questi limiti, la continuità di ciò che era stato "detto e fatto" fino ad allora, la conservazione della linea di classe, del marxismo, della Sinistra e del Partito.

 

Continuando con il nuovo corso de "il Comunista".

Tornando al numero "rifondazionale" de "il Comunista" (n. 1, 1985, Anno III/Nuova serie) si può leggere un articolo intitolato "il nostro percorso politico", in cui si legge “3) continuità del lavoro di intervento nei diversi settori in cui il partito agiva (terreno sindacale, antimilitarismo, antirepressione, difesa condizioni di vita lavoro e lotta del proletariato, ecc.)” (il Comunista, Anno III/Nuova serie, n.1 de 1985, pag. 2)

Se poi si legge nello stesso numero l'articolo "Problemi e prospettive per l'antimilitarismo" si può notare la completa continuità delle precedenti posizioni del nuovo corso pubblicate su "il programma comunista", "il Comunista" (prima serie) e "Combat", riguardo ai "comitati per la pace" nati dall'installazione di una base missilistica statunitense a Comiso. In questo articolo, "il Comunista" (ex-Combat), dopo aver lanciato un appello a “dare il massimo di continuità agli organismi e comitati antimilitaristi indipendenti dal collaborazionismo”, a “ritessere le fila di contatti orizzontali (sic) stabili“scendendo nelle piazze per gridare il proprio NO fermo e intransigente alla preparazione bellica” affermano “In questa prospettiva i comunisti agiscono fin d'ora a fianco di tutte le forze che si pongono, sia pur parzialmente, su questa rotta” (il Comunista, n.1 1985, Anno III/Nuova serie, pag. 3)

L'antitesi di questo approccio movimentista di fronte alle posizioni marxiste contenute in "Il programma militare della rivoluzione proletaria" (Lenin) e alle lezioni contro il Fronte Unico Politico tratte dalla nostra corrente nella lotta contro la degenerazione dell'Internazionale non potrebbero essere più stridente. D'altra parte, l'identità di approccio del n. 1 de "il Comunista" con il n. 1 di "Combat" sullo stesso tema non potrebbe essere più evidente.

Nel numero 3 de "il Comunista" (ex-Combat) si può leggere: “Pubblichiamo qui di seguito due testi inerenti ad un’attività che il gruppo promotore per il Centro Sociale di Croce di Musile (nel sandonatese) ha iniziato sul problema della nocività e sugli infortuni sul lavoro. Questo gruppo di giovani è attivo dall’inizio del 1984 e si è mosso in special modo per ottenere un Centro Sociale, spazio da utilizzare per varie attività e iniziative collegate coi problemi dei giovani, sia verso il lavoro che verso la vita in generale (sic). (il Comunista, n.3 de 1985, Anno III/Nuova serie, pagina 7). La redazione de "il Comunista" (ex-Combat) continua: "Sono senza dubbio una testimonianza (…) vivente di un modo di reagire sia all'isolamento che al silenzio, un modo fecondo per lo stesso futuro della lotta proletaria.” E poi pubblicano l'intervento e un volantino in difesa del "diritto alla vita, a una vita decente" firmato dal "Comitato contro lo sfruttamento e la disoccupazione" del Basso Piave e, tra parentesi, "ex comitato per il sì", cioè un comitato costituito per votare in un referendum democratico.

Contemporaneamente, "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat), nel giugno 1985, pubblicavano nella sua testata francese un articolo intitolato "Immigrazione: il diritto di voto" in cui si legge: “Il diritto di voto è un diritto politico riconosciuto ai lavoratori francesi e dovrebbe essere un diritto di tutti i lavoratori stranieri. Non solo il diritto di voto, ma anche il diritto di essere eletti, senza restrizioni sul tipo di elezione (locale o nazionale). Al di fuori di questa posizione di principio, c'è solo scherno o mascheramento”. (“le Prolétaire”, n.383, pag. 1).[1]

Nel settembre 1986 pubblicarono un articolo completamente movimentista dal titolo "Nucleare: un fronte di lotta che riguarda i proletari" che anni dopo ritrattarono con la nota scusa di non essere mai stati d'accordo con la loro stessa pubblicazione. Nel novembre 1986 "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) pubblicò su "le Prolétaire" (n.389) un articolo intitolato "Baschi: basta con la repressione" in solidarietà con i militanti patriottici baschi espulsi, invitando a trasformare questa denuncia in un movimento anticapitalista (sic).

Insomma, potremmo riempire pagine con altri esempi, ma dobbiamo concludere questa sezione per passare alla questione nazionale.

Da allora, secondo un metodo tipicamente opportunista, il gruppo "le Prolétaire"/"il Comunista" modula le sue posizioni originarie, fa la muta, si metamorfizza, fa marcia indietro e si mostra più sobrio nelle sue posizioni movimentiste e interclassiste in generale, apparendo più proletario.

Tuttavia, l'approccio movimentista e interclassista sta sempre emergendo, sia con i “gilet gialli” che “devono servire da esempio per le future lotte dei lavoratori (sic)” (“le Prolétaire” n.531, 2019)[2] o con la chiamata alla “Solidarietà proletaria a Mumia Abu-Jamal e a tutte le vittime del terrorismo di Stato statunitense” (“le Prolétaire”, n.541, agosto 2021)[3] o come nell'articolo della stampa scandalistica da due soldi “Giulia, uccisa perché non voleva essere proprietà di un uomo" in cui viene riprodotto un eco mimetico più dell'ideologia borghese che è il femminismo “resta il fatto che, ad oggi, le donne uccise dai loro partner o in famiglia o semplicemente perché donne sono 102... e non è finito l’anno...” (“il Comunista”, n.179, novembre 2023). E naturalmente, sul loro sito web, conservano tutta la sfilza di articoli con le loro posizioni precedenti (che sono di ora e di sempre), pronti a far andare su e giù, a destra e a sinistra, o da una parte e dall'altra allo stesso tempo, a seconda del vento.

Una delle peggiori caratteristiche dell'opportunismo è quella di dire una cosa e il suo contrario, nello stesso articolo, nella stessa rivista o in numeri diversi, in tempi diversi, ed è così che "le Prolétaire"/"il Comunista" ha agito e agisce.

Durante tutto questo percorso e per quanto si sforzassero di nascondere le loro tracce e di offuscare il loro passato, hanno rappresentato il nuovo corso, sono stati dalla parte dei liquidatori della linea della Sinistra, pur rompendo a ogni tappa con quei liquidatori più frettolosi che volevano togliersi definitivamente la maschera e persino rinunciare al nome del Partito (nel 1982 e nel 1984), senza mai smettere di condividere con loro la loro essenza: il nuovo corso.

Nell'articolo imbroglione in cui "le Prolétaire"/"il Comunista" si presenta come la "ricostituzione del Partito di classe" affermano che: “In Francia/Svizzera un piccolo gruppo si era formato con compagni di Parigi, Strasburgo, Lione e Losanna continuando a pubblicare Le Prolétaire (...) rimasero in piedi, fino a giugno 1983, dei contatti con il vecchio centro situato a Milano, ma i tentativi di riorganizzazione a livello internazionale furono molto deboli e confusi”. Ma questo non corrisponde alla realtà. A pagina 14 de "le Prolétaire" n. 375 dell'ottobre 1983, viene elencata la stampa del “partito", tra cui "il programma comunista" e a pagina 5 de "le Prolétaire" n. 376 del gennaio 1984, viene riprodotto come proprio l'indice de "il programma comunista" n.10, con il significativo primo punto "la testata cambierà: la nostra battaglia continua" (in riferimento al fatto che il successivo numero sarebbe apparso come "Combat").  Fu allora, nel maggio 1984 e non prima, che si smise di fare riferimento alla rivista in lingua italiana, data l'impossibilità di rivendicare "Combat" come rivista di Partito, visto che non si presentava nemmeno come tale. Ma, inoltre, nel numero 2 del 1984 di "Combat", a pag. 8, c'è un chiaro riferimento a "le Prolétaire" come organo di stampa della stessa organizzazione. Anche la rivista greca "Kommounistiko programma" e la rivista venezuelana "Espartaco" appaiono come tali. Su "le Prolétaire" n. 378 del luglio 1984 (p. 16), viene pubblicata una pagina della stessa rivista venezuelana "Espartaco", collegata a "Combat", e a p. 10 dello stesso numero viene rivendicato "Kommounistiko programma". In realtà, quando "le Prolétaire" e "il Comunista" (ex-Combat) annunciarono la loro fusione formale, lo fecero anche con "Kommounistiko programma", nel n. 1 del 1985 de "il Comunista" (p. 18), anche se due numeri dopo, nel n. 3-4 del 1985 de "il Comunista" (p. 46), dovettero dire che il gruppo greco ci aveva "ripensato" e non si considera un organo di partito. Nel numero 1 del 1985 de "il Comunista" (p. 22) "Espartaco" appare come organo di stampa proprio, che ha ancora il titolo combatista di "per il Partito Comunista Internazionale"... Parleremo altrove dell'evoluzione di questi militanti venezuelani e della loro rottura con "Combat" e "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat), ma ciò che non è vero è che il rapporto tra "le Prolétaire" e il centro degenerato si fosse interrotto nel giugno 1983 ed fosse ripreso nel 1985 con "il Comunista" (ex-Combat), ma il riferimento reciproco è sussistito nel periodo di spudorato centralismo democratico de "il Programma comunista" e poi all'interno di "Combat".

È allora, nel maggio 1984 e non prima, che, di fronte all'impossibilità di rivendicare "Combat" come rivista di Partito, visto che non si presentava nemmeno come tale, la rivista cessa di essere indicata in italiano.

Quello che si “ricostituì” nel 1985 con l'aggiunta di "le Prolétaire"/"il Comunista" non era il partito di classe ma la punta di lancia della sua degenerazione, mascherata come l’opposto. Conosciamo altri esempi, il più noto dei quali è lo stalinismo.

 

La questione nazionale secondo "Le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat)

Nel 1989, in una delle sue manovre di correzione/sfocatura del passato, "le Prolétaire"/"il Comunista" pubblicò un testo intitolato "Alcuni punti fermi sulla 'questione palestinese'". Questo testo è quello che è stato ripubblicato alla fine del 2023 su "le Prolétaire" (n. 550), "il Comunista" (n. 179) e "el Proletario" (n. 31).

Questo articolo tenta di rinculare rispetto ad alcune delle posizioni del nuovo corso difese all'epoca da loro stessi e pubblicate in un articolo del novembre 1982 intitolato La lotta nazionale delle masse palestinesi nel quadro del movimento sociale in Medio Oriente” (pubblicato nello stesso numero 20 del 1982 de "il programma comunista", il cui contenuto è rivendicato da "il Comunista" nel numero 2 del 1985). Ma, nella sua rettifica, il punto chiave del suo tradimento del marxismo rimane, come vedremo. Nell'introduzione al suo articolo del 1989, "le Prolétaire"/"il Comunista" affermava:

"Secondo il marxismo, l'orientamento corretto è quello di inserire la questione nazionale e la lotta nazionale nella lotta di classe rivoluzionaria, soprattutto in quelle aree in cui la rivoluzione borghese non è più all'ordine del giorno (o in cui le doppie rivoluzioni non possono più avere luogo) ma in cui la questione nazionale non è stata risolta.” (“le Prolétaire”, n.401, 1989, pag. 8).[4]

Si noti che "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) non si riferisce alla questione nazionale quando la rivoluzione democratico-borghese è ancora all'ordine del giorno ma, espressamente, a quando la rivoluzione borghese e l'avvento del capitalismo sono un dato di fatto. Nello stesso numero del 1989 in cui "le Prolétaire" pretendeva di "rettificare" la sua posizione sul nazionalismo palestinese, mantenendo però il suo errore di fondo, affermava anche, riferendosi al proletariato jugoslavo:

Sarebbe un grave errore indicare ai proletari in queste situazioni l'unica prospettiva di lotta su un terreno puramente proletario, gettando nel dimenticatoio queste questioni di ordine nazionale, sollevate dalla borghesia e dalla piccola borghesia nel loro esclusivo interesse di classi dominanti, ma di cui i proletari sono vittime in un modo o nell'altro." (“le Prolétaire”, n.401, 1989, pag. 7).[5]

Al contrario, è esclusivamente su un "terreno puramente proletario" che i proletari di tutte le lingue in tutte le parti del mondo devono sostenersi a vicenda e rifiutare qualsiasi divisione, discriminazione o privilegio relativo tra loro, opponendosi alle manovre nazionaliste delle borghesie che vogliono inquadrarli nei rispettivi nazionalismi.

Quanto duramente il proletariato jugoslavo ha pagato tra il 1990 e il 1999 per aver seguito il consiglio di non collocarsi "su un terreno puramente proletario", che era lo stesso consiglio che andava bene all'imperialismo europeo e tedesco appena riunificato.

Praticamente in ogni Stato europeo ci sono minoranze nazionali per le quali si pongono questioni nazionalistiche, e se ci spostiamo in Africa vedremo infiniti gruppi etnici tagliati fuori dai confini o inquadrati con altri all'interno degli stessi confini, ecc. È chiaro che l'applicazione della tattica antimarxista sostenuta da "le Prolétaire"/"il Comunista" condanna l'eterna permanenza della "lotta nazionale" (è possibile che "le Prolétaire"/"il Comunista" pensi che questa sia diversa dal "nazionalismo", chissà) come un ostacolo insormontabile alla lotta proletaria. 

 

La posizione del marxismo sulla questione nazionale nei testi del Partito

Al contrario, la posizione del marxismo e della Sinistra è diversa, e può essere riassunta come segue:

  • Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno.” (Manifesto del Partito Comunista, 1848).
  • “Che cosa significa quest’esigenza assoluta del marxismo applicata alla nostra questione? Innanzi tutto, che è necessario separare rigorosamente i due periodi del capitalismo, periodi radicalmente distinti dal punto di vista dei movimenti nazionali. Da una parte sta il periodo del fallimento del feudalesimo e dell’assolutismo, il periodo in cui si costituiscono una società e uno Stato democratici borghesi, in cui movimenti nazionali diventano, per la prima volta, dei movimenti di massa, trascinando, in un modo o nell’altro, tutte le classi della popolazione nella vita politica per mezzo della stampa, della partecipazione alle istituzioni rappresentative. ecc. D’altra parte. davanti a noi sta il periodo degli Stati capitalistici completamente costituiti, il periodo in cui il regime costituzionale è consolidato da lungo tempo, in cui l’antagonismo tra il proletariato e la borghesia è fortemente sviluppato, il periodo che può essere definito come la vigilia del fallimento del capitalismo.” (Sul diritto delle nazioni all’autodecisione, Lenin, 1914).
  • Gli interessi della classe operaia e la sua lotta contro il capitalismo esigono la solidarietà completa e la più stretta unione degli operai di tutte le nazioni, esigono che venga opposta resistenza alla politica nazionalista della borghesia, di qualsiasi nazionalità essa sia. (…) Per l’operaio salariato è indifferente che il suo principale sfruttatore sia la borghesia grande-russa a preferenza di quella allogena, o la borghesia polacca a preferenza di quella ebrea, ecc. L’operaio salariato, cosciente degli interessi della propria classe, è indifferente sia ai privilegi statali dei capitalisti grandi- russi, sia alle promesse dei capitalisti polacchi o ucraini di istaurare il paradiso in terra, quando essi avranno i privilegi statali. (Sul diritto delle nazioni all’autodecisione, Lenin, 1914).
  • “EPOCA IMPERIALISTA E RESIDUI IRREDENTISTIIl sopravvivere, alla grande epoca delle guerre di indipendenza e di sistemazione nazionale con carattere borghese rivoluzionario, di gran numero di casi in cui nazionalità minori sono soggette a Stati di altra nazionalità nella stessa Europa, non toglie che l'Internazionale proletaria debba rifiutare ogni giustificazione di guerre di Stati con motivi di irredentismo, e debba smascherare la finalità imperialista di ogni guerra borghese, invitando i lavoratori al sabotaggio di essa da ogni lato. L'incapacità ad attuare questa linea ha determinato la distruzione delle energie rivoluzionarie sotto le ondate di opportunismo di due guerre, e la determinerà in una guerra futura se le masse non abbandoneranno in tempo la direzione opportunista (socialdemocratica o cominformista) col sopravvivere in tutti i casi del capitalismo alle sue violente sanguinose crisi.” (I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, 1953).“La posizione marxista è che un partito proletario non può in nessun caso appoggiare una annessione politica forzata; ma non consiste nel fare un capitolo del programma del partito della sistemazione ex novo di tutti i popoli omogenei in un nuovo ordinamento politico-geografico di Stati raggiunto e mantenuto dal consenso e senza violenza. Questa è ritenuta dai marxisti una utopia inconciliabile con la società di classe capitalistica, più ancora che con ogni altra, mentre in una società socialista il problema passa su altre basi, includenti la distensione e lo spegnimento di ogni violenza statale.” (Struttura economica e sociale della Russia 1913-1957)
  • “I marxisti non avevano mai ignorato i termini delle "questioni nazionali". Tra le forme della produzione hanno il loro posto quelle relazioni organizzative che dipendono dalle concomitanze di razza e di lingua. La tendenza a identificare con le unità nazionali i limiti della organizzazione territoriale dello Stato ha avuto parte importantissima nel formarsi del capitalismo, e tutti i passi di crescenza di questo nemico, di cui è impossibile l'infanticidio, interessano in sommo grado la rivoluzione.Ma i marxisti, come stabilirono che i vari eroi nazionali e irredentisti ebbero il reale compito rivoluzionario di portare avanti la vittoria della borghesia affarista, rendendosi conto solo della sovrastruttura poetica delle loro imprese, diagnosticarono che, nella fase imperialista di diffusione del capitalismo, il principio di nazionalità era tenuto sempre in caldo per poterlo agitare a fini di classe e soprattutto al fine di scombussolare l'autonomia vigorosa del movimento operaio, ma era disinvoltamente calpestato ogni volta che facesse comodo alle imprese economiche borghesi di soggiogare una provincia di confine, uno spazio vitale, o un disgraziato e colorato popolo d'oltremare.Il pregiudizio nazionale, dunque, avrebbe dovuto servire di barriera alle iniziative proletarie di classe, ma non poneva nessun ostacolo alle rapine capitalistiche.Ad uno svolto che tutt'al più possiamo porre al 1870 era dunque puro disfattismo ogni "rinvio" della battaglia proletaria a dopo il raggiungimento di fini nazionali etnici o irredentisti, il blocco tra lavoratori e borghesi della stessa lingua per una liberazione nazionale, la formazione di partiti "socialisti nazionali" come ve ne erano in Polonia o Boemia (…) Per lo sviluppo del capitalismo i blocchi statali si cristallizzano intorno a determinati centri nazionali, che come Stati unitari erano in formazione fin dai tempi preborghesi. Ma questo è nelle grandi linee non un processo di sminuzzamento bensì di agglomerazione.Profondamente è dunque controrivoluzionaria la ideologia piccolo-borghese secondo cui, per dare slancio alle rivendicazioni di classe in Europa, conveniva attendere la liberazione di ogni nazionalità "oppressa", la soluzione di ogni problema etnico marginale ai grandi Stati. Tutti questi "oppressi" nella lingua, nelle università, nelle carriere borghesi, soprattutto in quella più "cannaruta" delle deleghe elettorali, avrebbero vietato in eterno agli operai di accorgersi dello sfruttamento padronale, dell'oppressione sociale.La confusione dei linguaggi è indubbiamente anche un fatto materiale e tecnico, ma è soprattutto ai borghesi e alle loro squadre di cantastorie che dà fastidio supremo: non fa impressione a noi internazionalisti moderni, e ai lavoratori piegati alle imprese negriere del capitale ricordare il primo degli scioperi: quello della torre di Babele. Questo ostacolo cadrà colle altre infamie della Babele moderna capitalista. Al filisteo borghese una cosa pare soprattutto incivile: che non si capiscano da tutti ed al volo gli ordini del "principale"”. (Il proletariato e Trieste, 1950).
  • “Tutte queste lezioni non sarebbero che utili al movimento di classe dei lavoratori se lo conducessero ad assimilare le direttive della sua azione autonoma, a stabilire che sempre le classi dominanti parlano di libertà, di indipendenza e di diritto nazionale a fini di oppressione sociale, e sempre deve essere respinto, da ogni lato e in ogni lingua, il loro invito a collaborare. (…) La politica proletaria a Trieste non può essere che la fraternità internazionalista tra lavoratori di lingua italiana o slava, la ripulsa di ogni smanceria razziale e patriottica. (…)Sparita l'Austria non si fecero di nuovo irretire, i lavoratori triestini, nelle trappole di una antitesi nazionale. Il Partito Comunista di Livorno prese a Trieste la sezione politica, il giornale, la Camera del Lavoro. Compagni italiani e slavi vi lavoravano in tutto accordo. Gli stessi articoli, tradotti dal buon Srebrnic, andavano nelle due edizioni italiana e slovena. La generosa classe operaia di Trieste non meno dei lavoratori agricoli del contado vibrava di entusiasmo per la rivoluzione di Lenin, e per le stesse ragioni. Le manovre politiche degli Sforza e dei Kardely devono fare agli operai e contadini giuliani lo stesso schifo.Deve stare ad infinita vergogna dei traditori del comunismo, se per istigazione di odio nazionale e per il gioco della infame e venale politica degli Stati borghesi, dei governi di quelli di secondo rango - che parlano di nazione solo per mettere la nazione all'incanto - è avvenuta divisione ed è perfino scorso sangue fraterno tra lavoratori triestini. È in queste frange di incontro dei popoli, in queste zone bilingui, che l'internazionalismo proletario deve fare le sue prove rifiutando le bandiere di tutte le patrie per quella unica e rossa della rivoluzione sociale. (Il proletariato e Trieste, 1950).
  • “Nel cuore del secolo Ventesimo non può esservi per Trieste che avvenire internazionale, che non può trovarsi utilmente in compromessi politici e mercantili delle forze borghesi, ma solo nella rivoluzione comunista europea, di cui i lavoratori di Trieste e del suo territorio dovranno ridiventare uno dei reparti di assalto. (…)Ogni rivoluzionario comunista saluta il proletariato triestino nel duro succedersi di fasi in cui si sono oscenamente insediati i rappresentanti dei peggiori capitalismi e dei nazionalismi militareschi più feroci, ed hanno celebrate le loro orge di crudeltà, di corruzione e di sfruttamento.Tesi sulla ristretta area tanti artigli adunchi e tanti apparecchi di sguaiato colonialismo da lenoni, essa non troverà via di uscita nazionale da nessun lato, e in qualunque lingua la invochi.La soluzione non può essere che internazionale: ma come non può venire dagli attriti e dai conflitti degli Stati, così non verrà dai loro fornicamenti democratici, dalla sordida unità della servitù europea.Non una bandiera nazionale auguriamo sulla torre di San Giusto, ma l'avvento della dittatura proletaria europea, che tra un proletariato uscito da tali esperienze, e tanto dolorose, non potrà non trovare, quando finalmente l'ora sia giunta, i combattenti più decisi.”” (I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, 1953).

 

Il ginepraio de "le Prolétaire"/"il Comunista".

Esamineremo alcuni estratti dei punti de "le Prolétaire"/"il Comunista" del 1989 per confrontarli con la teoria marxista e i testi fondamentali del Partito. Ma, prima, leggiamo la premessa per la ripubblicazione del testo in italiano nel 2023, in cui "il Comunista" è sempre più esplicito: "E non c’è dubbio che i proletari del paese oppresso vedano i proletari del paese oppressore come complici della borghesia straniera che li opprime. Per dimostrare che questa complicità non c’è, i proletari del paese oppressore devono battersi contro la propria borghesia rivendicando che la popolazione oppressa, compresi i suoi proletari, abbia la libertà di “autodeterminarsi”.” (“il Comunista”, n.179, pag. 3).

Proseguendo con i punti del 1989 (ripubblicati nel 2023) che hanno corretto quelli del 1982, abbiamo quanto segue:

“Nel senso che solo la dittatura proletaria sarà in grado di assicurare ai palestinesi, qualora lo desiderassero ancora, il diritto di organizzarsi in uno Stato indipendente. Il che non esclude, ma implica che il Partito si adopererà per propagandare e sostenere la prospettiva opposta, e cioè quella della libera unione dei proletari delle diverse nazionalità anche in Medio Oriente in uno Stato proletario il più vasto possibile” (“El Proletario”, n.31, pag.5; “il Comunista”, n.179, pag. 3, “le Prolétaire” n.550, pag. 5)

“i proletari israeliani ebrei dovranno porsi sul duplice terreno della lotta contro le discriminazioni che colpiscono i proletari arabi e palestinesi sui luoghi di lavoro e nella vita sociale (e quindi contro il confessionalismo dello Stato ebraico) e della difesa del diritto di tutti i palestinesi a formare un proprio Stato indipendente in terra di Palestina.” (“El Proletario”, n.31, pag.6; “il Comunista”, n.179, pag. 3, Prolétaire” n.550, pag. 6).

Secondo "le Prolétaire"/"il Comunista", il proletariato ebraico israeliano deve sostenere la creazione di uno Stato indipendente proprio (!) di tutti (!) i palestinesi sulla terra di Palestina (senza specificare l'estensione, si intende che questo include il territorio occupato dall'attuale Stato di Israele). Sempre secondo "le Prolétaire"/"il Comunista", il Partito dovrebbe propagandare la prospettiva opposta, ma, sì, la dittatura del proletariato (guidata dal Partito, si intende, essendo presunti marxisti continuatori della sinistra) garantirà il contrario del contrario, cioè assicurerà "ai palestinesi (sic), qualora lo desiderassero ancora, il diritto di organizzarsi in uno Stato indipendente".

Questo farfugliamento, in pieno capitalismo, è il farfugliamento dell'opportunista che dice una cosa e il suo contrario allo stesso tempo, fingendo di essersi lasciato alle spalle le posizioni del nazionalismo arabo palestinese che conserva tuttora.

Il tradimento delle posizioni marxiste e di sinistra, la bestialità affermata nel testo che "le Prolétaire"/"il Comunista" pretendeva di emendare con i punti del 1989 (ripubblicati nel 2023) consisteva proprio nel dare vita al sostegno alla richiesta borghese di sistematizzazione dello Stato (l’"autodeterminazione") al di fuori del quadro storico della rivoluzione democratica borghese, antifeudale o anticoloniale. Questo tradimento del marxismo è proprio ciò a cui "le Prolétaire"/"il Comunista" non ha rinunciato nel 1989 e che mantiene ancora oggi. In breve, "le Prolétaire"/"il Comunista" continua ad annaspare nello stesso pantano nazionalista e popolare di allora e di sempre.

Quanto sopra si integra parlando di “le scintille di coscienza di classe che la lotta del popolo palestinese ha provocato e provoca” qualificando come “«naturali» fratelli di classe” i “proletari arabi dell’intera regione” in un malcelato nazionalismo arabo e, pur ammettendo che il salto verso il capitalismo è già un dato di fatto, si rifà per quando necessario alla “(…) persistenza di residui feudali, teocratici, tribali mai debellati completamente.” (“El Proletario”, n.31, pag. 6; “il Comunista”, n.179, pag. 3, “le Prolétaire, pag. 6).

 

L'epigono spagnolo de "le Prolétaire"/"il Comunista" ci chiarisce la loro reale posizione

Ci sono cose che "le Prolétaire"/"il Comunista" preferiscono non pubblicare in italiano e in francese... vengono pubblicate più discretamente in spagnolo solo attraverso il loro epigono in quella lingua, "el Proletario". È il caso dell'articolo intitolato "El Comunista nueva edición nos habla de Palestina" che, nell'edizione spagnola, accompagna il precedente. Quest'ultimo critica una presa di posizione (della lunghezza di un foglio A4 fronte-retro) pubblicata e distribuita dal nostro Partito il 22 ottobre 2023, dopo l'attacco di Hamas e quando stava iniziando l'offensiva dell'esercito israeliano sulla Striscia di Gaza. Il nostro volantino si trova alle pagine 2 e 3 di questo numero della nostra rivista.

L'epigono spagnolo de "le Prolétaire"/"il Comunista" è un po' più goffo della sua versione francese o italica, come vedremo, e chiarisce meglio la sua reale posizione:

“È imprescindibile tenere conto della forza storica delle masse plebee della regione, sradicate dalle loro terre dall'occupazione israeliana e sottoposte al controllo e alla continua repressione da parte delle nazioni arabe confinanti, e di un giovane proletariato che si è raccolto nei campi profughi del Libano e della Giordania, nonché a Gaza e in Cisgiordania. Il problema della guerra tra Israele e Palestina (o tra Israele e Libano, o tra Israele e uno qualsiasi degli attori arabi coinvolti nei conflitti regionali) si è posto per lunghi decenni sullo sfondo della lotta nazional-rivoluzionaria palestinese. (...) La liquidazione ALMENO TEMPORANEA di questa lotta nazional-RIVOLUZIONARIA e il fatto che l'indipendenza nazionale palestinese AL MOMENTO ATTUALE sia praticamente irrealizzabile A MENO CHE un improvviso cambiamento negli orientamenti imperialisti della regione la imponga nella loro lotta per la spartizione del potere, non permette in ogni caso di ovviare né alla storia che si è già svolta né ai fortissimi fattori condizionanti che ha lasciato e che sono presenti nella situazione attuale.” (“El Proletario”, n.31, pag.10).

Le maiuscole e i grassetti sono stati messi da noi per sottolineare che l'epigono spagnolo de "le Prolétaire"/"il Comunista" ritiene che la lotta palestinese è stata per decenni una lotta nazional-rivoluzionaria. Nel n. 180 de "il Comunista" (versione italiana della stessa organizzazione) dello stesso mese di febbraio 2024, leggiamo: “La risposta da parte palestinese, come sappiamo, non ha mai preso la via della rivoluzione nazionaldemocratica - come in Algeria ad esempio” ("il Comunista "n.180, febbraio 2024, pag. 9). Una cosa o l’altra? Per lunghi decenni c'è stata una lotta nazional-rivoluzionaria palestinese o non ha mai preso la strada della rivoluzione nazional-democratica? Oppure uno qualsiasi dei punti intermedi e delle varianti che si possono leggere a seconda del numero della rivista che si prende o addirittura della pagina della stessa rivista? C'è un modo più opportunistico di dire lo stesso e il contrario in ogni luogo e posto?

 

Il nuovo corso nella questione nazionale palestinese

Quello che "le Prolétaire"/"il Comunista" vuole far passare come la posizione di sempre del Partito non è altro che un cambiamento di rotta avviato dal nuovo corso a metà degli anni '70, per convertirla in una posizione nazionalista.

Questo cambio di rotta si amplificò in modo incontinente tra il 1978 e il 1982, con la pubblicazione di El-Oumami caratterizzato da rivendicazioni nazional-democratiche in Algeria e da rivendicazioni nazionaliste e panarabiste palestinesi, che in un ciclo breve ma molto distruttivo ha evidenziato la completa perdita del nord politico proletario del nuovo corso e far esplodere la direzione degenerata del partito, che si frantumò, portando con sé nel processo anche il corpo formale dell'organismo internazionale.

Un esempio di questo degenerato cambiamento di rotta è l'articolo di "Le Prolétaire", n. 363 del 1982, intitolato "Remarques sur notre propagande concernant l'OLP dans la situation presente" (Osservazioni sulla nostra propaganda in relazione alla OLP nella situazione attuale): “Per mettere in atto un'efficace propaganda comunista nei tragici eventi di oggi, è essenziale partire non dalla critica dell'OLP, ma dalla necessità di una solidarietà istintiva con la resistenza dei combattenti e delle masse sfruttate in Libano. (...) è necessario definire un atteggiamento giusto ed efficace nei confronti dell'OLP.

Dobbiamo stare attenti a non dare a questa critica un carattere programmatico generale o astratto, cioè avulso dalle reali esigenze di lotta sentite dai lavoratori. Infine, dobbiamo evitare di dare un posto sproporzionato alle critiche, anche le più giuste dal punto di vista dei canoni programmatici, rispetto ai primi e più urgenti compiti, almeno in prima istanza, di formulazione delle esigenze di lotta, di restituzione, di metodi di riposo e di lotta e persino di sviluppo di nuove esigenze basandosi sugli eventi.

È nella misura in cui questo lavoro è ben fatto e in cui forgia un vero cameratismo di lotta che la critica politica è meglio accettata” (“Le Prolétaire”, n.363 de 1982, pag. 2)[6].

Sulla stessa pagina dello stesso giornale, nell'articolo "LIBAN-PALESTINE: Axes d'un soutien militant" (Libano-Palestina: Assi di un sostegno militante), si legge la peggiore combinazione di Fronte Unito Politico, "antimperialismo", spontaneismo, seguitismo e nazionalismo; questi tipi di comitati erano le "nuove armi" finalmente "scoperte" dal nuovo corso che la direzione del Partito aveva preso per superare la "ristrettezza" dell'intervento dei comunisti nella lotta economica della classe operaia:

“Sebbene abbiamo presieduto alla creazione di questo comitato, esso non è affatto un'emanazione del nostro partito. Ad esso partecipano anche militanti di altre organizzazioni insieme a un piccolo gruppo di militanti del nostro partito e di lavoratori senza partito, legati da una disciplina basata su una comune base di lotta, e che devono sforzarsi di superare le normali esitazioni iniziali per mettere in atto una linea d'azione coerente e inspiratrice.

I principi enunciati, in particolare in un volantino rivolto a una riunione di 80 persone sabato 19 settembre, sono quelli della "solidarietà internazionale antimperialista dei lavoratori" contro il "nemico comune", l'imperialismo, "contro lo Stato di Israele e "le borghesie arabe". Questi principi non sono caduti dal cielo. Sono il risultato dell'odierna necessità di lotta, che in realtà è contrastata in particolare da una frangia non trascurabile di proletari immigrati.

Per questo li difendiamo in questo comitato di Solidarietà Internazionale Libano-Palestina, ma anche negli altri comitati dove i nostri militanti possono intervenire, sia a Parigi che nelle province.” (“Le Prolétaire”, n.363 1982, pag. 2)[7].

Ma il merito non può essere tutto del Centro parigino che ha lasciato il Partito nel 1982. Il massimo onore per la putrefazione nazionalista va senza dubbio ai suoi continuatori, l'attuale redazione de "le Prolétaire", capace di pubblicare nel settembre 1983 (Le Prolétaire, n. 374, 1983, p. 7) un articolo intitolato "Front Polisario dix ans de lutte contre l'ordre impérialiste regional" (Fronte Polisario dieci anni di lotta contro l'ordine imperialista regionale) o l'articolo che finisce con le parole d’ordine "A BAS L'ETAT SIONISTE D'ISRAËL! PALESTINA VAINCRA !" (Abbasso lo Stato sionista di Israele, la Palestina vincerà!), e tre numeri dopo, nel maggio 1984, l'articolo intitolato "Un objectif central: La destruction de l'Etat d'Israël" (Un obiettivo centrale: la distruzione dello Stato di Israele). Questo "le Prolétaire" è l'organizzazione con cui "il Comunista" (ex-Combat) si è fuso pochi mesi dopo.

Va detto che oggi "le Prolétaire"/"il Comunista" non difendono così esplicitamente queste parole d’ordine: hanno fatto la muta. I vecchi compagni in Italia avevano un detto: "Un marxista, una parola. Un opportunista, un vocabolario". Per "le Prolétaire"/"il Comunista" è necessario un vocabolario che tenga conto anche dell'anno in cui viene scritto e che sia in grado di essere contemporaneamente in più anni diversi, come abbiamo visto.

 

La posizione del Partito sulla Palestina

Per vedere come la gradazione delle posizioni de "le Prolétaire"/"il Comunista" siano in contraddizione con quanto affermato in precedenza dal Partito nei suoi organi, oltre alla solida base teorica che abbiamo riprodotto sopra, possiamo guardare a ciò che gli organi e i gruppi del Partito dicevano sulla Palestina prima della graduale infiltrazione e successiva presa di controllo da parte del nuovo corso.

Per quanto riguarda la Palestina, si può leggere su "le Prolétaire", n. 45 (1967), prima del nuovo corso, il volantino diffuso in Algeria dai militanti del Partito Comunista Internazionale con un chiaro approccio internazionalista, di fraternizzazione sul fronte:

 “PROLETARI ARABI,

Preceduta dalla propaganda per il "diritto" all'esistenza dello Stato di Israele e da una campagna religiosa panaraba, la guerra in Medio Oriente preparata dal capitalismo imperialista e dal nazionalismo arabo è diventata una realtà.

In quest'ora di sangue, il Partito Comunista Internazionale vi invita a dimostrare la vostra ostilità alla guerra e alle classi dominanti che l'hanno architettata. Allo stesso tempo, invitiamo gli israeliani sfruttati, come voi, a riprendere la lotta contro i loro sfruttatori, gli scagnozzi dell'imperialismo capitalista.

Proletari, vi ricordiamo che non avete una patria perché oggi i lavoratori sono sfruttati ovunque nel mondo. La vostra patria non ha confini, perché la vostra patria è il mondo intero.

In questa guerra non avete nulla da guadagnare. Al contrario, le classi dominanti vi usano per portare a termine il loro lavoro sporco, i loro piani criminali.

Siamo dalla parte delle masse lavoratrici palestinesi che le borghesie arabe hanno concentrato in misere baraccopoli e che oggi formano una massa di manovra pronta a essere tradita non appena le cose si mettono male per loro.

Siamo al fianco dei lavoratori israeliani ai quali il capitalismo imperialista fa credere di essere circondati da masse arabe ostili.

Siamo al fianco dei lavoratori arabi che hanno già subito la durezza e la rapacità dei loro capitalisti sotto la bandiera del socialismo nazionale.

A voi, proletari palestinesi, israeliani e arabi, diciamo: fraternizzate, gettate le armi o, meglio ancora, rivolgetele contro i vostri sfruttatori.

E a voi, proletari d'Europa e del mondo intero, gridiamo:

Sostenete la nostra lotta, smascherate i piani di aggressione dell'imperialismo. Schieratevi anche contro il capitalismo.

Viva la lotta di classe dei lavoratori contro la guerra della borghesia.

Viva la lotta per la rivoluzione sociale.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

GRUPPO IN ALGERIA

Algeri, 5 giugno 1967"

 

È così che il Partito si è espresso su "le Prolétaire" (n. 89, 1970), prima del nuovo corso, nell'articolo "La Palestine, point de mire de la contre-révolution mondiale" (Palestina, punto di mira della controrivoluzione mondiale):

"Non abbiamo mai creduto in "soluzioni nazionali" in Vietnam, a Cuba, in Palestina, in tutti quei luoghi diseredati dove le rivolte sono combattute da ribelli che non hanno né l'organizzazione né l'armamento teorico del proletariato, da sfruttati che non sono nemmeno raggruppati nella forma compatta dell'unica vera classe rivoluzionaria. Non abbiamo mai nutrito la minima illusione su queste "vie" proposte da Mosca e, più in generale, dall'opportunismo di tutti i paesi e di tutti i tempi. Ma il sacrificio vano di queste masse insurrezionali è una piaga che rimarrà in piedi fino alla rivoluzione mondiale di domani. Più sobriamente, ma certamente con più convinzione farneticante degli entusiasti occidentali di queste lotte condannate in anticipo, noi gridiamo: abbasso le false parole d'ordine della "liberazione nazionale", fuori delle file dei lavoratori i traditori che le propagano: in passato al servizio del vecchio imperialismo, oggi al servizio di tutti i nuovi. Per la lotta della classe internazionale, per la ricostruzione del suo partito, per la dittatura mondiale del proletariato e contro tutte le "tappe intermedie", le "transizioni" che si saldano in un fiume di sangue!”[8].

 

La posizione internazionalista in Israele e Palestina

Contrariamente a quanto sostengono gli eredi del nuovo corso revisionista delle posizioni della sinistra e del Partito, la posizione internazionalista per il proletariato palestinese e israeliano è quella che il Partito difendeva prima del nuovo corso.

Il proletariato arabo ed ebraico, insieme alle altre nazionalità emigrate per lavorare nell'area, deve rifiutare di confrontarsi, organizzandosi insieme sia sul piano della lotta immediata che su quello dell'organizzazione del Partito, rifiutando qualsiasi divisione o discriminazione sulla base della lingua o dell'origine, rifiutando qualsiasi identificazione con la propria borghesia, rifiutando di essere finanziato o di allinearsi con qualsiasi blocco imperialista, coltivando in questo ambiente la lotta immediata contro la propria borghesia e le condizioni per la lotta per il rovesciamento rivoluzionario di tutti gli Stati capitalisti dell'area senza distinzione, integrando questa lotta nella lotta per la rivoluzione comunista internazionale attraverso il rovesciamento degli Stati borghesi e la dittatura del proletariato verso una società senza classi, proprietà privata, regime di mercato e lavoro salariato.

A questo si sente già rispondere l'epigono spagnolo di "le Prolétaire"/"il Comunista": “Tutto questo si risolverebbe se magicamente il proletariato si sollevasse, non in un solo Paese, ma in tutto il mondo, "come un solo uomo". Ma è questa, senza più, la prospettiva dei marxisti rivoluzionari?" ("El Proletario", n. 31, pag. 10).

A coloro che si stupiscono che un'organizzazione che si dichiara marxista rivoluzionaria si metta le mani nei capelli per il fatto che abbiamo detto che “Ci sarà una soluzione alla situazione in Palestina quando la classe operaia araba e quella israeliana si solleveranno unitariamente per rovesciare le rispettive borghesie che oggi le mettono l'una contro l'altra.” (nostro volantino del 22 ottobre 2023), chiariamo che è il loro modo un po' demagogico di dire che è "molto difficile". È vero che in quel volantino dicevamo anche che “questo compito non può essere svolto dal solo proletariato palestinese o dal proletariato israeliano, né dal proletariato di qualsiasi Stato in modo isolato: “l'emancipazione dei lavoratori non è un problema locale, né nazionale, ma internazionale."” (Statuti dell'Internazionale Comunista, II Congresso, 1920), e quindi, si capisce che non è immediatamente realizzabile ma deve essere il nostro obiettivo e che per essere realizzato deve essere il risultato di una somma internazionale di forze. Ma questo riesce solo a irritare un po' di più l'epigono in lingua spagnola de "le Prolétaire"/"il Comunista", soprattutto perché non ha più scuse e... perché deve rivelare che la sua obiezione ha un altro sfondo.

Se prima ci è stato chiarito che il fratello di classe "naturale" del proletariato palestinese non è il proletariato internazionale ma solo il proletariato arabo (escludendo anche quello di origine ebraica e quello proveniente da tante regioni come la Thailandia, l'Etiopia, lo Sri Lanka, la Moldavia, il Malawi o il Kenya che sono sfruttati nello stato israeliano), ora il proletariato israeliano viene identificato nel modo seguente:

"Nel caso della Palestina, ad esempio, il legame che unisce il proletariato israeliano alla sua borghesia è alimentato proprio dal profitto che questo proletariato trae dal sostenere la colonizzazione delle terre palestinesi e l'oppressione delle masse arabe e dei proletari sia all'interno che all'esterno dello Stato di Israele". ("El Proletario", n.31, pag.10).

L'attuale "le Prolétaire"/"il Comunista" vede solo una parte del circolo vizioso, quella che gli interessa. In realtà, per loro il proletariato israeliano è colpevole e si riscatterà solo quando lo Stato israeliano scomparirà e al suo posto ci sarà uno Stato palestinese.

Secondo "le Prolétaire/"il Comunista" difendere la coerente parola d’ordine internazionalista in Palestina e Israele significa pretendere qualcosa di "magico". Sempre secondo "le Prolétaire/"il Comunista", è molto meglio continuare ad alimentare la rivendicazione di uno Stato nazionale palestinese, continuare a somministrare droghe nazionaliste al proletariato palestinese (pur sostenendo di non farlo), continuare a considerare il proletariato israeliano come un'unità eterna con la sua borghesia. In altre parole, continuare a riprodurre la situazione attuale.

Al contrario, prima della graduale infiltrazione e della successiva deriva apertamente revisionista del nuovo corso, il giornale del Partito "le Prolétaire" affermava nel suo n. 109 del 1971, in un articolo intitolato "Israël: Des fissures dans le bloc des classes" (Israele: fisure nel blocco di classe):

“Così come i regimi arabi fanno dello Stato di Israele il capro espiatorio delle frustrazioni delle popolazioni miserabili che fanno sopportare il pesante fardello dell'assoggettamento agli imperialismi al potere, la classe dirigente del giovane Stato israeliano ha sempre brandito lo spettro dell'invasore arabo come valvola di sfogo per il rancore di un proletariato che, fin dalla sua nascita, è stato sottoposto all'implacabile disciplina del capitalismo moderno.

Su entrambe le sponde del Sinai, gli appelli alla vendetta e alla difesa della Patria hanno servito ai guardiani dell'ordine costituito per placare la furia degli sfruttati.” ("le Prolétaire", n. 109, 1971, p. 2).

Questo è il circolo vizioso che deve essere spezzato, e non lo farà la fallace pretesa di uno Stato nazionale che stabilisce l'intero territorio per alcuni o per altri.

Vogliamo vedere lo Stato israeliano rovesciato, non da una guerra nazionale che inevitabilmente porterà a un blocco tra le classi, ma da una rivoluzione comunista che spezzerà questa sacra unione e vedrà il proletariato israeliano rovesciare la propria borghesia con il sostegno del proletariato internazionale. Vogliamo vedere il rovesciamento di ogni singolo Stato arabo che esiste o esisterà, non come risultato di una guerra imperialista tra di loro o con altre potenze, ma come prodotto della lotta di classe del proletariato di questi Stati e a livello internazionale. E vogliamo lo stesso per il resto degli Stati del mondo. Siamo infatti convinti che non sfuggiranno a questo destino.

 

Disfattismo rivoluzionario

C'è un'altra parte del volantino che altera le costanti vitali dell'epigono spagnolo di "le Prolétaire"/"il Comunista" e lo tiene sveglio di notte, che recita così:

Senza rinunciare mai a trasformare la guerra imperialista in una guerra civile rivoluzionaria durante il suo sviluppo o a scatenarla in seguito, sarà possibile reagire allo scoppio stesso della guerra imperialista con la proclamazione di uno sciopero generale rivoluzionario solo se sarà stata precedentemente sviluppata una vasta rete di solidarietà e di lotta a livello sindacale, al di fuori dei tentacoli dello Stato, in cui il Partito Comunista Internazionale abbia acquisito un'influenza decisiva.” (sul nostro volantino del 22 ottobre 2023)

Proprio perché non accadrà magicamente che il proletariato di qualsiasi paese si sollevi unitariamente contro la guerra, è necessario preparare le condizioni perché ciò avvenga. Se ciò non accade, dobbiamo lavorare per cercare di trasformare la guerra imperialista in una guerra civile rivoluzionaria. Se non ci riusciamo, dobbiamo lavorare per cercare di scatenare l'assalto rivoluzionario dopo la guerra. In nessuno dei tre scenari la possibilità di realizzare questa tattica dipende esclusivamente dalla volontà del Partito; si richiedono una serie di condizioni oggettive. In ognuno dei tre scenari, la possibilità di realizzare questa tattica dipende anche dall'intervento del Partito e dalla preparazione che è stata fatta nel periodo precedente. Pensiamo che sia semplice da capire.

Ma l'epigono spagnolo di "le Prolétaire/"il Comunista" esplode (la parte che è stata sostituita da [...], nel nostro volantino dice "fuori dai tentacoli dello Stato"):

“Secondo questa affermazione, il compito del Partito Comunista è quello di proclamare lo "sciopero generale rivoluzionario", quel grande mito anarchico e sindacalista con cui queste correnti hanno storicamente nascosto la necessità della lotta politica rivoluzionaria, per la quale occorre prima sviluppare una "vasta rete di solidarietà e di lotta a livello sindacale [...] in cui il Partito Comunista Internazionale abbia acquisito un'influenza decisiva".

È difficile mettere insieme in una sola frase più affermazioni estranee al marxismo. Lo sciopero generale rivoluzionario non è il fine per cui il partito lotta, non è nemmeno il metodo d'azione attraverso il quale, quando sarà il momento, si realizzerà la mobilitazione in una guerra imperialista. E il compito del partito non può essere in alcun modo subordinato a questo obiettivo. (...)

El Comunista rappresenta, essenzialmente, una deviazione sindacalista dal marxismo. Lo ha rappresentato quando, nel 1980, i suoi membri si sono staccati dal tronco del Partito, quando hanno negato la necessità di un partito strutturato al di là del terreno dell'intervento immediato nelle lotte proletarie, e lo rappresentano oggi, quando riducono la lotta contro la guerra imperialista all'esistenza di questa "rete di solidarietà e di lotta" che dovrebbe essere influenzata dal Partito". (El Proletario, n. 31).[9]

 

Dovremo procedere per parti. Cominciando dalla fine, non è nel 1980 ma nel gennaio 1982 e non ci siamo genericamente "staccati dal tronco del Partito", ma abbiamo rifiutato di partecipare alla liquidazione della linea politica della Sinistra e abbiamo rotto con il centro degenerato di un'organizzazione formale per mantenerci in linea con il Partito storico, senza rinunciare a mantenere e dare continuità al Partito formale come indicano le nostre tesi e i nostri testi fondamentali. Per questo abbiamo proseguito dal maggio 1983 con la pubblicazione de "El Comunista" (nuova edizione) come organo del Partito Comunista Internazionale e abbiamo continuato a organizzarci a livello internazionale con altri compagni che si erano opposti al nuovo corso, da cui è scaturita – un processo non privo di vicissitudini su cui torneremo altrove – una continuità organizzativa fino a oggi che mantiene ancora compagni organizzati in Spagna, Italia, Venezuela e Cile. E in nessun modo abbiamo negato allora né abbiamo mai negato la necessità di un Partito strutturato, cosa che solo un bugiardo può sostenere.

In ogni caso, è sconvolgente la facilità con cui "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) dimentica la propria storia nel fare queste affermazioni. "Si sono staccati dal tronco del Partito...". Suona definitivo e inappellabile, certo?

La realtà è che è "il Comunista" che non solo è uscito formalmente dal Partito (o meglio da ciò che restava del suo involucro formale di cui era stato responsabile della precedente distruzione interna) nel 1984, ma ha anche legalizzato e pubblicato "Combat" che non si considerava un giornale di Partito, pubblicando anche "il Comunista" (prima serie) che nemmeno si considerava un giornale di Partito. Se hanno un po' di memoria, ricorderanno che uscirono temporaneamente anche nel 1974 con l'uscita della corrente trotskista dopo il tentativo fallito di sostituire B.M. con F. con l'appoggio di diversi "notabili" del Partito. A prescindere dai giochi di prestigio che cercano di fare a posteriori, non solo hanno lasciato una specifica organizzazione formale, ma hanno rinunciato alla loro esistenza come giornale di Partito e all'esistenza stessa del Partito formale, anche se poi ci hanno "ripensato".

"Le Prolétaire", dal canto suo, è rimasto "a galla", come un tappo di sughero galleggia nel mare, continuando ad approfondire le posizioni revisioniste del nuovo corso del centro parigino che li aveva lasciati orfani di dirigenza. Il passaggio de "le Prolétaire" da "il programma Comunista" a "il Comunista" (ex-Combat) non è politicamente giustificato al di là del fatto che avevano sentito "un abbandono delle sezioni estere del partito al loro destino" (il Comunista, n. 175). È a questa zattera senza rotta che "il Comunista" si aggrappa per recuperare la sua denominazione di giornale di partito nel 1985.

Ma torniamo alla parola d’ordine del nostro volantino sulla preparazione della possibilità di rispondere alla guerra imperialista con lo sciopero generale rivoluzionario. La prima cosa da notare è che, nella sua fantasia infantile, "le Prolétaire"/"il Comunista" crede che saremo in grado di opporci insurrezionalmente alla guerra mentre tutta la classe operaia continua a lavorare come se nulla fosse...

Inoltre, lo sciopero non è proprietà esclusiva dell'anarchismo, né lo sciopero generale, né lo sciopero generale rivoluzionario. La caratteristica di alcune correnti dell'anarchismo è quella di ritenere che con uno sciopero generale espropriativo – condotto, peraltro, senza una direzione di Partito – le questioni sociali saranno risolte e la dittatura del proletariato non sarà necessaria.

Ma che, di fronte allo scoppio della guerra, il Partito Comunista (se è in grado di farlo) non chiami allo sciopero generale e, per di più, rivoluzionario nel senso di uno scontro diretto contro lo Stato borghese per rovesciarlo, è un'aberrazione che solo il nuovo corso de "le Prolétaire"/"il Comunista" può verbalizzare.

Un'altra cosa è se siamo in grado di attuare questa tattica oggi, se abbiamo le forze per farlo e cosa dobbiamo fare per averle. Non sveliamo alcun segreto alla borghesia se affermiamo serenamente che oggi non siamo in grado di applicare questa tattica. Ciò non significa che non difenderemo la necessità della tattica del disfattismo rivoluzionario, per la quale dobbiamo prepararci e le cui condizioni è nostra responsabilità contribuire a preparare. Ebbene, cosa dicono i testi del Partito che è necessario per poter attuare questa tattica?

“5. Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell'azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto, tolleranza, assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa proletaria e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono risorgere nella fase di avvicinamento della rivoluzione. (Teoria e azione nella dottrina marxista, Sommario, 1951).

“8. Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.” (Teoria e azione nella dottrina marxista, Partito rivoluzionario e Azione economica, 1951).

“7.- Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell'influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria e di prevedere le forme e incoraggiare la apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell'avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d'industria, consiglio di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme d'organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse. (…)

11.- Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo, se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. (…) (Tesi caratteristiche, 1951).

Questi due testi hanno costituito la base dell'adesione al Partito nel 1951-52, in coerenza con la precedente linea della Sinistra Comunista. Questi due testi sono la base teorica del Partito su cui si fonda la nostra dichiarazione: “solo se sarà stata precedentemente sviluppata una vasta rete di solidarietà e di lotta a livello sindacale, al di fuori dei tentacoli dello Stato, in cui il Partito Comunista Internazionale abbia acquisito un'influenza decisiva”.

Reiteriamo pienamente quanto scritto nel volantino e non solo non lo consideriamo una deviazione "sindacalista", ma affermiamo categoricamente che è da sempre la posizione della Sinistra Comunista e del Partito Comunista Internazionale.

Affermiamo anche che è la posizione che il nuovo corso (di cui "le Prolétaire"/"il Comunista" era parte ed è erede) ha cercato di distruggere all'interno del Partito per sostituirla con il suo "allargamento di visuale" e la "scoperta" delle "nuove armi" costituite dall'intervento nelle organizzazioni interclassiste aperte e dal "contatto con i movimenti sociali", che è ciò che significa "lotta politica" nella loro bocca.

 

Incoraggiare la rete sindacale non integrata nello Stato e combattere il parlamentarismo

L'epigono spagnolo de "le Prolétaire"/"il Comunista" non capisce nemmeno il paragrafo seguente del nostro volantino:

“Questo non accadrà se non avremo combattuto l'influenza organizzativa e ideologica esercitata dalla borghesia attraverso il sindacalismo integrato nello Stato e il parlamentarismo, se non avremo estirpato le malerbe – centimetro per centimetro, se necessario – in modo che possiamo seminare e affondare le radici. È quindi responsabilità di chiunque comprenda la necessità del disfattismo rivoluzionario (non solo come figura retorica) lavorare per preparare le premesse materiali affinché questa parola possa essere messa in pratica.” (sul nostro volantino del 22 ottobre 2023).

"El Proletario" si chiede: "Cioè, che il disfattismo rivoluzionario parte dalla lotta contro il sindacalismo e il parlamentarismo integrati nello Stato." (El Proletario, n. 31).[10]

Le citazioni sopra riportate dovrebbero essere sufficienti a legare il tutto, ma gli stessi testi sviluppano in modo più dettagliato il controllo che viene effettuato attraverso l'incarcerazione della rete sindacale integrata nello Stato, come segue:

“Anche dove, dopo la Seconda Guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all'effettivo imprigionamento di tutto l'inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe.

Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l'influenza e l'impiego di inquadrature associazioniste sindacali è STADIO INDISPENSABILE per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista.” (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951).

Possono anche cercare di capire il rapporto tra l'esistenza di una rete di solidarietà e di lotta immediata in cui il partito può estendere la sua influenza e la possibilità di una lotta rivoluzionaria leggendo Marx:

“Ogni tanto vincono gli operai; ma solo transitoriamente. Il vero e proprio risultato delle lotte non è il successo immediato, ma il fatto che l'unione degli operai si estende sempre più. (…) Questa organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna ad essere spezzata ogni momento dalla concorrenza fra gli operai stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più salda, più potente”. (Manifesto del Partito Comunista, 1848).

“(...) significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperati, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto. (…) Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande.(Salario, prezzo e profitto, 1865, K. Marx).

Per quanto riguarda il parlamentarismo, anche se potremmo approfondire molto di più l’argomento, questa citazione dalle Tesi del Partito è sufficiente a mostrare il suo ruolo di controllo:

“6.- Abbandonando pedanti "distinguo", ci possiamo domandare in quale situazione oggettiva versi la società di oggi. Certamente la risposta è che è la peggiore possibile e che gran parte del proletariato, più che essere schiacciato dalla borghesia, è controllato da partiti che lavorano al servizio di questa e impediscono al proletariato stesso ogni movimento classista rivoluzionario, in modo che non si può antivedere quanto tempo possa trascorrere finché in questa situazione morta e amorfa non avvenga di nuovo quella che altre volte definimmo "polarizzazione" o "ionizzazione" delle molecole sociali, che preceda l’esplosione del grande antagonismo di classe.” (Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965).

In ogni caso, non solo non abbiamo rivendicato che la lotta proletaria immediata si debba limitare al piano "lavorativo", ma abbiamo sviluppato questa lotta immediata nel quadro della lotta per la casa nelle riconversioni delle baraccopoli operaie nelle città dello Stato spagnolo, nei movimenti dei disoccupati o contro i tagli alle forniture, le carenze e gli accumuli, nonché i vari attacchi alle condizioni di vita della classe operaia in Venezuela. Il Partito è intervenuto e continua a intervenire con posizioni su tutte le questioni che riguardano la classe operaia e lo sviluppo del mondo capitalista. Ciò che il Partito ha sempre respinto e continuerà a respingere è lo sviluppo interclassista di questa lotta, di fronti unici politici con altri gruppi, in organi e comitati interclassisti come quelli che il nuovo corso di ieri e di oggi vuole introdurre:

“4.- Il partito comunista svolge un intenso lavoro interno di studio e di critica, strettamente collegato all’esigenza dell’azione ed all’esperienza storica, adoperandosi ad organizzare su basi internazionali tale lavoro. All’esterno esso svolge in ogni circostanza e con tutti i mezzi possibili l’opera di propaganda delle conclusioni della propria esperienza critica e di contraddizione alle scuole ed ai partiti avversari. Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.

5.- I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.

6.- Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo o, peggio, la cui direzione e patronato appartiene ai borghesi (società di mutuo soccorso, di beneficenza, scuole di cultura, università popolari, associazioni massoniche, ecc.) e cerca di distaccarne i proletari combattendone l'azione e l’influenza. (Tesi della Frazione Comunista Astensionista del PSI, 1920).

Ma il fatto che non limitiamo la lotta proletaria immediata e il nostro intervento in essa all'ambito lavorativo non significa che possiamo dimenticare l'influenza e l'attrattiva delle organizzazioni interclassiste che fanno di ogni altro ambito immediato che riguarda il proletariato e le altre classi il loro ambito concreto di influenza interclassista. Per questo alcuni amano fare di questi ambiti immediati l'ambito privilegiato e principale, ruminando sulla ristrettezza dell'azione sindacale, "allargando la visuale" verso la "scoperta" di "terreni pratici" e "nuove armi". Perché questi altri ambiti devono necessariamente svilupparsi oggi a livello interclassista, in assenza di un polo di classe rappresentato da un Partito Comunista che abbia sviluppato un'influenza in una rete di lotta con obiettivi economici immediati al di fuori del controllo dello Stato borghese.

Noi comunisti potremo intervenire con forza e guidare una rivendicazione proletaria in tutti gli ambiti, che respinga ed escluda di fatto l'influenza delle reti interclassiste già esistenti, se prima ci saremo radicati in modo solido e forte in un'area in cui il conflitto è tra classe salariata e borghesia a livello sindacale.

Per questo motivo, le Tesi del Partito pongono come questione primaria e primordiale l'intervento nella lotta sindacale per sviluppare la rete di lotta sindacale al di fuori del controllo dello Stato borghese e per conquistare un'influenza su di essa da parte del Partito, oltre a considerarla una condizione sine qua non per la ripresa rivoluzionaria. Ed è per questo che consideriamo l'imprigionamento della rete sindacale nello Stato un “risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l'influenza e l'impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista.”  (Partito rivoluzionario e azione economica, 1951).

Pertanto, la parola della riorganizzazione del sindacato di classe al di fuori dei tentacoli dello Stato borghese è CENTRALE e IRRINUNCIABILE. Detto questo, abbiamo usato con piena coscienza prima la formula "ampia rete di solidarietà e di lotta nel piano sindacale" per evitare l'automatismo stereotipato che anni di integrazione sindacale dei grandi apparati evocano in alcuni e perché la forma o il nome che questa rete adotti non è quello primordiale, purché il contenuto sia quello stabilito dalle Tesi del Partito.

Ribadiamo il chiodo ancora: “il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale, ma anche ogni fase di deciso incremento dell'influenza del partito tra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria e di prevedere le forme e incoraggiare la apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata.” (Tesi caratteristiche, 1951).

Chi, presentandosi come il continuatore del Partito, di fronte a questa impostazione tassativa dei testi fondamentali e di fronte all'evidente atrofia e al soffocante controllo che la classe operaia subisce nel campo della lotta sindacale, continua a borbottare "...deviazione sindacalista..." ogni volta che sente un appello a un lavoro serio e sistematico in questa direzione, è un demagogo accanito e un malato patologico del nuovo corso.

 

Due compiti del Partito: saranno gli "unici"?

In questa nostra presa di posizione (un foglio fronte-retro di formato A4), abbiamo anche detto: “Un compito fondamentale è quello di reintrodurre nel seno della classe operaia il marxismo integrale, il marxismo senza adulterazioni, revisioni o aggiornamenti, senza dibattiti o speculazioni dubitative che non fanno altro che danneggiare il suo taglio rivoluzionario: "senza teoria rivoluzionaria, non ci può essere movimento rivoluzionario" (Lenin, Che fare?, 1902). Il marxismo è per il proletariato uno strumento di lavoro e un'arma di lotta: “nel pieno dello sforzo e nel colmo della battaglia non si abbandona per "ripararlo" né lo strumento né l'arma, ma si vince in pace e in guerra essendo partiti brandendo utensili ed armi buone.” (La «invarianza» storica del marxismo, 1952).

Un altro compito fondamentale è quello di spezzare la camicia di forza del sindacalismo integrato, di organizzare il sindacato di classe.” (sul nostro volantino del 22 ottobre 2023).

È qui che l'epigono de "le Prolétaire"/"il Comunista" conclude: “Due compiti, dunque, per El Comunista. Uno, quello "teorico", che consiste nel reintrodurre il "marxismo integrale" tra i proletari. Un altro, quello "pratico", di costruire il sindacato." (El Proletario, n. 31).[11] Ed è anche qui che dobbiamo fare una parentesi.

Come Bukharin faceva con la Sinistra, "le Prolétaire"/"il Comunista" tesse una camicia fittizia che ci appiccica addosso, e poi urlano, ruggiscono e gridano contro questa camicia di loro creazione e cercano di appiccicarci la nota etichetta di "sindacalisti e genericamente teoricisti".

L'obiettivo di questo volantino era: 1) fornire una breve analisi dei cambiamenti imposti dallo sviluppo delle forze produttive nell'area e nel mondo capitalista che formano i processi necessari all'incrocio dei quali si innesca l'attuale sequenza di eventi, processi necessari che si muovono in un ambito diverso rispetto al 1967 e persino al 2009; 2) avanzare una posizione comunista internazionalista; 3) avanzare una linea d'azione dei comunisti nel mondo come primo passo per poter avere una capacità di influenza non trascurabile sugli eventi del mondo capitalista. L'obiettivo di questo volantino non era quello di esporre tutte le attività del Partito tra il momento attuale e la dittatura del proletariato, e nemmeno di esaurire tutte le attività del Partito nel momento attuale.

Va detto che è persino divertente leggere l'epigono di "le Prolétaire"/"il Comunista" nelle sue critiche, perché, dopo aver continuato a parlare di come noi presuntamente riduciamo l'attività del Partito a due soli compiti, lasciando in sospeso tante altre cose, è incapace di enunciare chiaramente nemmeno una di queste cose così fondamentali per la sua magniloquente "lotta politica" che noi non prendiamo in considerazione.

 

L’attività del Partito

I punti fondamentali dell'attività del Partito, ricordati in ogni riunione generale e ripetutamente pubblicati dalla stampa del Partito, sono stati esposti nelle Tesi di Lione del 1926, ricordiamoli ancora una volta.

“L'attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principii teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:

  1. la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali pragmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia;
  2. l'assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all'interesse rivoluzionario del proletariato;
  3. la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l'autonomia e l'indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.

Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.”

Il Partito persevera nella continuazione di questa attività come un meccanismo unitario, distribuendo compiti e funzioni tra i suoi membri secondo le loro possibilità e attitudini, considerando tutti i suoi aderenti come strumenti o operatori di una coscienza e volontà collettiva per l'attuazione di una tattica legata alla dottrina e al programma che si sviluppa entro limiti ben determinati e noti ai militanti nel loro insieme, coltivando una vera centralizzazione e unità nella sua azione e organizzazione.

 Nella esecuzione di questa attività, si tengono frequenti riunioni in ogni sezione territoriale e anche riunioni generali e regionali di carattere internazionale, che sono di studio e di organizzazione, si assicura la comunicazione tra i vari gruppi di compagni per un maggiore utilizzo collettivo di tutti i contributi, si realizza la chiarificazione e il corretto approccio agli eventi e l'intervento del Partito in essi attraverso lo studio collettivo dei testi fondamentali, si studia il corso del capitalismo sulla base della teoria marxista, dimostrando la validità del suo approccio scientifico nei fatti dello sviluppo economico, si prepara la rivista del Partito, tradotta e pubblicata in varie lingue, e si interviene nelle lotte della classe operaia, traendone gli insegnamenti, al di fuori del circo elettorale e delle chiacchiere parlamentari.

 

Cosa significa reintrodurre il marxismo integrale nella classe operaia?

Ora dobbiamo sentire gridare contro l'"indottrinamento intellettuale ("introduzione della teoria", secondo le sue parole) della classe proletaria." (El Proletario, n. 31).[12]

Ci sono militanti al di fuori della nostra organizzazione che oggi sono su posizioni spontaneiste, che domani potrebbero anche essere ottimi compagni se lo sviluppo storico confermerà la nostra posizione e permetterà loro di superare le sue attuali reticenze, che sono sinceramente convinti che sia un errore parlare di "introduzione della teoria". Ma che "le Prolétaire"/"il Comunista" o chiunque sostenga di essere un continuatore del Partito Comunista Internazionale si sottragga alla frase “Un compito fondamentale è quello di reintrodurre nel seno della classe operaia il marxismo integrale (sul nostro volantino del 22 ottobre 2023) è assurdamente ridicolo e un ottimo esempio della demagogia che è disposto a impiegare. È possibile che non abbiano letto la citazione su cui Lenin basa il suo punto di vista nel Che fare, citazione riprodotta, tra l'altro, in "Gracidamento della prassi" (1953)?

“(…) è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall'esterno [von aussen hineingetragenes], e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente [urwüchsig]. Il vecchio programma di Heinfeld diceva dunque molto giustamente che il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato [letteralmente: di permeare il proletariato] la coscienza della sua situazione e della sua missione.” (Lenin, Che Fare?, 1902).

Per il resto, "le Prolétaire"/"il Comunista" sente parlare di reintroduzione della teoria e pensa a un "indottrinamento intellettuale". Non riescono a concepire un altro approccio perché non ne conoscono un altro e non sanno come farlo in un altro modo. Ma questo è un problema loro, non nostro.

Dopo dobbiamo ascoltare domande retoriche come la seguente: "Sono necessari solo la dottrina marxista (come sarà introdotta nella classe? come si diffonderà? chi lo sa...) e i sindacati." (El Proletario, n. 31).[13] Non siamo sicuri se "le Prolétaire"/"il Comunista" volessero convincere il pubblico di avere un problema di comprensione della lettura o se volessero dimostrare a tutti che non hanno limiti nella loro demagogia.

Come abbiamo detto nella presa di posizione in questione: “Entrambi i compiti devono essere portati avanti simultaneamente, alimentando l'uno con l'altro, organizzando la lotta immediata tessendo la rete del sindacato di classe non integrato nello Stato e introducendo il marxismo nelle esperienze di queste lotte, facendo sì che una parte dei lavoratori che hanno intrapreso queste lotte si elevi al livello della teoria rivoluzionaria, diventando militanti comunisti.” (sul nostro volantino del 22 ottobre 2023).

I "due compiti" che perturbano l'epigono spagnolo di "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) si possono leggere nel capitolo III delle Tesi di Roma del 1922, il cui titolo è "III - Rapporti tra il Partito Comunista e la classe proletaria".

12. L'opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie, è dunque inseparabile dalla realtà dell'azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni (…)

  1. Questi gruppi [del Partito], partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell'azione si rendono maturi per questo. (…) Si svolge, così, tutto un lavoro che è di conquista e di organizzazione, che non si limita a fare opera di propaganda e di proselitismo e campagne elettorali interne nelle assemblee proletarie, ma si addentra soprattutto nel vivo della lotta e dell'azione, assistendo i lavoratori nel trarne le più utili esperienze. (Tesi sulla tattica del Partito Comunista, di Roma, 1922).

Per questo compito combinato è necessario l'organo del Partito, i cui membri svolgono lo studio (individuale e collettivo), la preparazione di analisi sull'andamento dell'economia e sugli scontri imperialisti, gli strumenti di propaganda politica, la pubblicazione della rivista e dei volantini con le posizioni sui vari eventi. Ciò permette, nell'intervento di questo Partito nella lotta immediata, di collegare in ogni occasione la situazione con l'obiettivo finale della rivoluzione comunista. Mentre contribuisce a costruire una rete sindacale non integrata nello Stato, combattendo le erbacce del sindacalismo integrato, mentre coordina e dirige la lotta dei gruppi combattivi della classe operaia su un terreno reale, organizza presentazioni politiche, storiche e programmatiche, nonché letture collettive di testi marxisti tra i contatti e i simpatizzanti che vivono la lotta contro la classe padronale, si porta la difesa del marxismo integrale nelle assemblee e nei picchetti, si denuncia il ruolo dei vari organi dello Stato borghese (sistema educativo, tribunali, sindacalismo integrato, polizia, ispezione, ecc.) che viene più rapidamente capito con l'aiuto di esempi dal vivo, si diffondono le analisi del corso dell'imperialismo, dell'economia e dei suoi riflessi negli scontri tra poteri, si confutano e si respingono le posizioni di altre correnti sedicenti operaie o apertamente interclassiste, ecc.

Ma sappiamo già che "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat) non trova tutto questo così "politico" come continuare ad alimentare il nazionalismo palestinese e guadare tutte le pozzanghere dell'interclassismo passato e futuro per "reinquadrare i problemi dell'oggi" e "scoprire" "nuove armi" pratiche.

In ogni caso, ci atteniamo alle posizioni fondamentali del Partito, tra cui questa, scolpita per sempre contro i predecessori del nuovo corso :

Credete voi sul serio che (mentre tutta l'enorme macchina della propaganda borghese è impegnata da mane a sera non tanto, fate attenzione, a confutare la tesi rivoluzionaria, quanto a dimostrare che alle rivendicazioni socialiste si possa arrivare marciando contro Marx e contro Lenin, e quando non partiti politici soltanto ma governi costituiti giurano di governare, cioè di opprimere le masse, nel nome del comunismo) l'aspro faticoso lavoro di restaurazione critica della teoria rivoluzionaria marxista sia soltanto un lavoro teorico? Chi oserebbe dire che non è anche un lavoro politico, una lotta attiva contro il nemico di classe? Solo chi è posseduto dal demone dell'azione attivista può pensarlo. Il movimento, sia pure povero di effettivi, che lavora sulla stampa, in riunioni, in discussioni di fabbrica, a liberare la teoria rivoluzionaria dagli inauditi adulteramenti, dalle contaminazioni opportunistiche, compie con ciò un lavoro rivoluzionario, lavora per la Rivoluzione proletaria. (Attivismo, 1952, Battaglia Comunista).

 

[1] ”Le droit de vote est un droit politique reconnu aux travailleurs français et qui doit être le droit de tout travailleurs étrangers. Non seulement le droit de vote, mais le droit d'être élu, ceci sans restriction par rapport aux types d'élections (locale ou nationale). Hors de cette position de principe il n'y a que maquignonnage ou mascarade.”  (le Prolétaire, nº383, 1985, page 1)

[2] "doivent servir d’exemple pour les futures luttes ouvrières" (le Prolétaire, nº531)

[3] "Solidarité prolétarienne avec Mumia Abu-Jamal et toutes les victimes du terrorisme de l’Etat américain. " (le Prolétaire, nº541, agosto 2021)

[4] “Selon le marxisme, l’orientation correcte surtout pour les aires où la révolution bourgeoise n’est plus à l’ordre du jour (ou donc il ne peut plus y avoir de révolutions doubles) mais où la question nationale n’a pas été résolue est d’insérer celle-ci et la lutte nationale dans la lutte de classe révolutionnaire.” (“le Prolétaire”, nº401, 1989, pág. 8).

[5]  “Ce serait une grossière erreur d'indiquer aux prolétaires dans de telles situation la seule perspective de luttes sur un terrain purement prolétarien, en jetant aux oubliettes ces questions d'ordre national, soulevées par la bourgeoisie et la petite-bourgeoisie dans leurs seuls intérêts de classes dominantes, mais dont sont victimes d'une façon ou d'une autre les prolétaires.” (“le Prolétaire”, nº401, 1989, pág 7).

[6] Pour mettre sur pied une propagande communiste efficace dans les tragiques événements d'aujourd'hui, il est indispensable de partir non de la critique de I'OLP, mais du besoin de solidarité Instinctive avec la résistance des combattants et des masses exploitées au Liban. (…) il faut définir l'attitude juste et efficace vis-à-vis de I'OLP.

On doit se garder de donner à cette critique un caractère programmatique général ou abstrait, c'est-à-dire délié des exigences réelles de la lutte ressentie par les travailleurs. On doit enfin éviter de donner à la critique, même la plus juste du point de vue des canons programmatiques, une place disproportionnée par rapport aux tâches premières, et plus urgentes, au moins dans un premier temps, de formulation des besoins de lutte, des revendications, des méthodes de riposte et de lutte et même d'éveil à de nouveaux besoins en s'appuyant sur les événements.

C'est dans la mesure où ce travail est bien mené et où il forge une véritable camaraderie de lutte que la critique politique est mieux acceptée(Le Prolétaire, nº363 de 1982, page 2)

[7] Si nous avons présidé à la naissance de ce comité, il n'est pas pour autant une émanation de notre parti. Y participent d'ailleurs des militants d'autres organisations à côté d'un petit groupe de militants de notre parti et de travailleurs sans parti, liés entre eux par une discipline par rapport à une base de lutte commune, et qui doivent parvenir à surmonter les hésitations normales au départ pour mettre sur pied maintenant une ligne d'action cohérente et entraînante.

Les principes avancés, notamment dans un tract d'appel à une réunion qui a rassemblé 80 personnes le samedi 19, sont ceux de la «solidarité internationale antiimpérialiste des travailleurs» contre l'«ennemi commun", l'impérialisme, «contre l'Etat d'Israël, et «les bourgeoisies arabes». Ces principes ne tombent pas du ciel. Ils résultent des besoins de lutte aujourd'hui effectivement ressentis notamment par une frange non négligeable de prolétaires immigrés.

C'est la raison pour laquelle nous les défendons dans ce comité de Solidarité Internationale Liban-Palestine, mais aussi dans les autres comités où peuvent intervenir nos militants, à Paris comme en province(le Prolétaire, nº363, 1982, page 2)

[8] “Nous, jamais nous n’avons cru à des “solutions nationales” au Vietnam, à Cuba, en Palestine, en tous ces lieux déshérités où se battent des révoltés qui n’ont ni l’organisation ni l’armement théorique du prolétariat, des exploités qui ne sont même pas groupés sous la forme compacte de la seule et vraie classe révolutionnaire. Jamais nous n’avons encouragé la moindre illusion sur ces “voies” trompeuses proposées par Moscou et, d’une façon plus générale, par l’opportunisme de tous les pays et de tous les temps. Mais le sacrifice de ces masses insurgées en vain est une plaie qui restera béante jusqu’à la révolution mondiale de demain. Plus sobrement, mais certainement avec plus de conviction farouche que les enthousiastes occidentaux de ces luttes condamnées d’avance, nous crions : à bas les faux mots d’ordre de “Libération nationale”, hors des rangs ouvriers les traîtres qui les propagent : hier au service des vieux impérialisme, aujourd’hui au service de tous les nouveaux. Pour la lutte de classe internationale, pour la reconstruction de son parti, pour la dictature mondiale du prolétariat et contre toutes les “étapes intermédiaires”, les “transitions” qui se soldent en fleuves de sang !“ (le Prolétaire, nº85, 1970)

[9] "De acuerdo con esta afirmación, la tarea del Partido Comunista es declarar la «huelga general revolucionaria», ese gran mito anarquista y sindicalista con el que estas corrientes han escamoteado históricamente la necesidad de la lucha política revolucionaria, para lo cual previamente debe desarrollarse una «extensa red de solidaridad y lucha en el plano sindical […] en la cual haya ganado una influencia decisiva el Partido Comunista Internacional».

Difícil reunir en una sola frase más afirmaciones ajenas al marxismo. La huelga general revolucionaria no es el fin por el que lucha el partido, no es ni siquiera el método de acción a través del cual se llevará a cabo, llegado el momento, la movilización en una guerra imperialista. Y la tarea del Partido no puede estar, ni mucho menos, supeditada a este objetivo. (…)

El Comunista representa, esencialmente, una desviación sindicalista del marxismo. Lo representaba cuando, en 1980, sus miembros se desgajaron del tronco del Partido, cuando negaban la necesidad de un partido estructurado más allá del terreno de intervención inmediata en las luchas proletarias, y lo representan hoy, cuando cifran la lucha contra la guerra imperialista en la existencia de esa «red de solidaridad y lucha» que debería estar influenciada por el Partido.” (El Proletario, nº31)

[10] “Es decir, que el derrotismo revolucionario parte de la lucha contra el sindicalismo integrado en el Estado y el parlamentarismo.” (El Proletario, nº31)

[11] “Dos tareas, por lo tanto, para El Comunista. Una, la «teórica», que consiste en reintroducir entre el proletariado el «marxismo integral». Otra, la «práctica», construir el sindicato.” (El Proletario, nº31).

[12] “adoctrinamiento de tipo intelectual («introducir la teoría» en sus palabras) de la clase proletaria.” (El Proletario, nº31)

[13] “Únicamente son necesarias la doctrina marxista (¿cómo se introducirá en la clase? ¿cómo se extenderá? Quién sabe…) y sindicatos” (El Proletario, nº31)

 

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