Sommario Per il Comunismo n.10

  

INTRODUZIONE AL CORPO DI TESI DEL PARTITO DI 1965-66

 

Il corpo delle Tesi del 1965-66[1] condensa il bilancio dei 14 anni che le separano dalle Tesi Caratteristiche (1951) e si rivolgono contro due correnti diverse ma complementari: la corrente attivista che voleva reintrodurre il centralismo democratico nel Partito, che ha dato origine all'organizzazione che pubblica la rivista Rivoluzione Comunista e la corrente mistico-idealista che ha dato origine alla rivista Invariance.

 

La situazione storicamente sfavorevole

Bisogna partire dal bilancio della situazione, dopo 40 anni di controrivoluzione, che viene descritta nei seguenti termini: “Abbandonando pedanti "distinguo", ci possiamo domandare in quale situazione oggettiva versi la società di oggi. Certamente la risposta è che è la peggiore possibile e che gran parte del proletariato, più che essere schiacciato dalla borghesia, è controllato da partiti che lavorano al servizio di questa e impediscono al proletariato stesso ogni movimento classista rivoluzionario, in modo che non si può antivedere quanto tempo possa trascorrere finché in questa situazione morta e amorfa non avvenga di nuovo quella che altre volte definimmo "polarizzazione" o "ionizzazione" delle molecole sociali, che preceda l’esplosione del grande antagonismo di classe.” (Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965).

Questa situazione è essenzialmente la stessa che veniva descritta in “Attivismo (Dizionarietto dei chiodi revisionistici)” nel 1952[2], momento in cui il partito si sbarazzava della corrente dameniana (che è preciso definire così per il suo personalismo e il rifiuto della consegna dell'anonimato) che difendeva il mantenimento della tattica parlamentarista, l'eclettismo tattico-organizzativo (fronti unici, fusioni eterogenee, ecc.), rifiutava la necessità/possibilità del risorgimento del sindacato di classe al di fuori dell'influenza dello Stato borghese e abbracciava la teoria della decadenza del capitalismo per fare astrazione dalle rivoluzioni borghesi in corso e iscriversi all'arricchimento (revisionismo) del marxismo con la scoperta di “nuove classi” come la burocrazia.

Eravamo quindi nella stessa situazione, ma poco più di un decennio dopo. Il Partito poteva essere immune dal prolungarsi di questa situazione storicamente sfavorevole? Evidentemente no, come riaffermano le Considerazioni dopo aver rivendicato una completa continuità con le Tesi di Roma (1922), le Tesi di Lione (1926) e la linea della Sinistra Comunista nella sua lotta contro la degenerazione dell'Internazionale: “Quali, in questo periodo sfavorevole, le conseguenze sulla dinamica organica interna del partito? Abbiamo sempre detto, in tutti i testi più sopra citati, che il partito non può non risentire dei caratteri della situazione reale che lo circonda.” (Considerazioni, 1965).

 

Attivismo democratico e mistica umanistode

Il prolungarsi di questa situazione storicamente sfavorevole si manifestava – al di là della limitazione della proiezione esterna e dell'influenza del Partito, nonché del peso specifico di ciascuna delle sue attività fondamentali – nella generazione di due deviazioni:

  • La rinascita della tendenza attivista che vedeva nella reintroduzione del meccanismo democratico la chiave per spostare quello che definivano «l'elemento anziano» e consentire, con un puro atto di volontà, di sovvertire il processo storico e il peso della controrivoluzione.
  • La nascita di una corrente mistico-idealista che convertiva le impostazioni di classe in impostazioni umanistoidi e che tiravano dall'impossibilità di un'azione immediatamente rivoluzionaria un rifiuto al Partito formale e il punto di partenza per vivere nel comunismo nell'oggi, mescolanza di gradualismo e conformismo coperto da un manto mistico.

 

La deviazione attivista: “Rivoluzione Comunista”

La prima corrente uscì dal Partito alla fine del 1964, dopo la pubblicazione degli Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione (1964) in cui si riaffermava il nostro rifiuto per sempre dell'inganno democratico. Dopo la riunione di Firenze, questa corrente attivista recuperò il centralismo democratico e formò la rivista “Rivoluzione Comunista”, che si presentava come organo del Partito Comunista Internazionalista. Ecco come Rivoluzione Comunista spiega la scissione: “Dominato dall'idea ossessiva di una controrivoluzione sempre imperante, del dominio assoluto dell'imperialismo americano, di un proletariato incatenato e soggiogato dalle menzogne opportuniste, il vecchio gruppo dirigente restava tentennante di fronte alla nuova realtà. Con l'afflusso di nuove leve il divario tra teoria e prassi si faceva sempre più stridente. (…) Questa lotta, nelle condizioni in cui viveva allora programma, si scontrava con la mentalità tradizionalista del gruppo dirigente e dell'elemento anziano. Così non restava altra via che la scissione. Questa avvenne alla fine di un convegno generale tenutosi a Firenze nel novembre del 1964. È da questa scissione che nasce formalmente il nostro raggruppamento: Rivoluzione Comunista. Il suo segno distintivo è che non può esistere una organizzazione rivoluzionaria che non faccia attività rivoluzionaria.” (Chi siamo - cosa vogliamo[3], Rivoluzione Comunista).

Invece della posizione corretta di Lenin secondo cui “senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario” (Che fare, Lenin, 1902), qui abbiamo il più grossolano attivismo che pretende di dispiegare sempre e ovunque una non meglio definita «attività rivoluzionaria». La questione dell'attività del Partito in situazioni storicamente sfavorevoli era già stata risolta nelle Tesi di Lione (1926) e nelle Tesi Caratteristiche (1951)[4], tra altri testi, e fu reiterato dopo la scissione nelle Considerazioni del 1965, come vedremo più avanti. L'attività del Partito è rivoluzionaria nella misura in cui è legata al programma della rivoluzione, nonostante le diverse proporzioni e pesi che i diversi campi di tale attività hanno in un momento storico o in un altro. Ma ovviamente “Rivoluzione Comunista” non si riferiva a questa attività[5], che il Partito stava portando avanti (e che comprendeva la restaurazione teorica, il proselitismo, la rivista, l'intervento nella lotta immediata, l'agitazione, ecc.) ma all'attivismo volontaristico, all'agitazione per l'agitazione.

È abbastanza chiaro nel suo stesso riassunto la sua impostazione attivista democratica, la constatazione dell'afflusso al Partito di una serie di nuovi elementi estranei alla linea del Partito che volevano modificarla e che si sono scissi quando non ci sono riusciti. È chiaro anche il parallelismo delle sue posizioni con quelle della corrente attivista che è rimasta con Battaglia Comunista nella scissione del 1952 e – lo vedremo altrove – il parallelismo con le posizioni del “nuovo corso” che prese progressivamente la direzione del partito a partire dal 1974 e che poi scoppiò in pezzi in un processo di cannibalismo tra le diverse correnti attiviste che avevano conformato la direzione in quel periodo[6].

A quel tempo, non solo i dameniani di Battaglia Comunista, ma anche questo nuovo gruppo attivista neo-dameniano e un terzo partito trotskista in Francia si chiamavano con lo stesso nome che aveva allora il nostro partito: Partito Comunista Internazionalista.

È nel numero 1 del 1965 de “il Programma Comunista” che viene pubblicata la decisione di rinominare il partito come Partito Comunista Internazionale: “per la realtà dello svolgimento dialettico, la nostra organizzazione è la stessa dentro e fuori delle frontiere italiane, e non è una novità constatare che agisce, sia pure in limiti circoscritti quantitativamente, come organismo internazionale".

 

La deviazione mistico-umanistoide: “Invariance”

Questa seconda corrente uscì dal Partito nel novembre 1966, dopo la pubblicazione del corpo di Tesi del 1965-66, fondando poco dopo la rivista Invariance. Il primo numero di Invariance pubblicò come testo ri-fondazionale un articolo intitolato “Origine e funzione della forma partito”.

Questo articolo era stato pubblicato su “il Programma Comunista” n.13 del 1961 firmato dai Gruppi internazionalisti di Francia (redatto da Jacques Camatte e Roger Dangeville[7]). In esso si manifestano in modo embrionale (e anche molto esplicito) le posizioni che saranno sviluppate nella rivista Invariance e che porteranno questa rivista – in tempo record – alla negazione della lotta di classe e al rinnegamento del marxismo.

Dopo aver visto nel maggio del 1968 “l'apertura di una nuova fase rivoluzionaria”, “l'emergere del comunismo”, un “rifiuto totale della società del capitale, l'appello a un'affermazione degli uomini, un lancio verso un altro tipo di società”, imputando al Partito di non aver saputo vedere l'emergere della rivoluzione, il principale autore di Origine e funzione si ritirò da Parigi per ritrovare la natura. “Scoprì” che il proletariato era stato sconfitto nel 1945 (o anche prima, nel 1923) e integrato inevitabilmente nel capitalismo, per cui non era già più la classe potenzialmente rivoluzionaria. Pertanto, né la lotta di classe né il marxismo hanno senso, ma sono strumenti di conservazione capitalista, senza pregiudizio del fatto che la rivoluzione è in corso da prima del 1968.

Ci scusiamo in anticipo per sottoporre il lettore alla lettura delle seguenti citazioni, ma riteniamo necessario vedere come si manifestava il pensiero reale di J. Camatte poco dopo aver lasciato il Partito, una volta libero dal peso di dover camuffare le sue reali posizioni e nasconderle dietro una fraseologia marxista o forzando fino all'assurdo altri lavori teorici della Sinistra:

“Tutta l'umanità tende ad opporsi al capitale, a ribellarsi contro di esso.” (Invariance n.6, 1969).

“Ciò implica una rottura totale con tutto ciò che era la teoria e la pratica del movimento operaio prima del 1945 e, dato che dal 1923 al 1945 non ci fu altro che la ripetizione di ciò che accadde tra il 1917 e il 1923, possiamo modificare la nostra proposta dicendo che dobbiamo rompere con la teoria e la pratica del movimento operaio fino al 1923 (…). Questa prospettiva si è realizzata e il potenziale rivoluzionario del 1848 si è definitivamente esaurito. (...) Si aspetta invano la rivoluzione, perché è già in atto. Passa inosservata a coloro che la attendono, aspettando un segnale particolare, una “crisi” che liberi il vasto movimento insurrezionale che produrrebbe un altro segnale essenziale, la formazione del partito, ecc... In realtà lo squilibrio è iniziato prima del maggio 1968 e maggio ne è stata l’esteriorizzazione.” (Capitale e comunità, Invariance Serie 2, n.2, 1972, J. Camatte).

“L'emergere di questi desideri profondi, anche se incorporati in rappresentazioni che rimangono all'interno dei confini del capitale, ha messo a nudo un altro elemento essenziale del nostro mondo: il marxismo come coscienza repressiva. Questo è in tutto il mondo la forza più effettiva che si oppone al desiderio ardente di vivere; l'anarchismo, nelle sue forme individualistiche e non violente, conserva ancora una certa carica di ribellione. È grazie al marxismo che il Modo di Produzione Capitalista (MPC) è stato in grado di effettuare la sua trasformazione in dominio reale, di diventare universale. Infatti, senza di esso, il MPC non sarebbe stato in grado di penetrare in zone come quelle attualmente dominate dall'URSS, in Cina o nei paesi africani. (…) Il fenomeno profondo è, come dicevamo nel 1968, la ricerca della Gemeinwesen e, potremmo dire ora, la ricerca dell'essere e della vita immediata attraverso il recupero del gesto, della parola e dell'immaginazione; ciò si percepisce nell'attrazione che l'artigianato esercita su una moltitudine di giovani (recuperabile dal capitale, come abbiamo già indicato) e nei vari tentativi di creazione di comunità.” (Mai-June 1968: le devoilement, apparso in Invariance, Serie III, 1977).

“Da cui risulta il vergognoso ma reale rapporto Marx-Lenin-Stalin! (...) Una delle modalità di riassorbimento del potere rivoluzionario del proletariato è stata quella di perfezionarne il carattere di consumatore, intrappolandolo così nella rete del capitale. Il proletariato smette di essere la classe che nega; dopo la formazione della classe operaia, si dissolve nel corpo sociale.” (Declino del modo di produzione capitalista o declino dell'umanità, J. Camatte, 1973).

“E lo stesso capitalismo veniva descritto in modo manicheo: da un lato, il polo positivo, il proletariato, la classe liberatrice; dall'altro, il polo negativo, il capitale. Si affermava che il capitale era necessario e che aveva rivoluzionato la vita degli esseri umani, ma veniva descritto come un male assoluto in relazione al bene, il proletariato. (…) Nel mondo del dispotismo del capitale (così appare la società attualmente) non è possibile distinguere né il bene né il male. Tutto è condannabile. Le forze negatrici possono sorgere solo al di fuori del capitale. Poiché il capitale ha assorbito tutte le vecchie contraddizioni, il movimento rivoluzionario deve rifiutare tutto il prodotto dello sviluppo delle società di classe.” (Declino del modo di produzione capitalista o declino dell'umanità, J. Camatte, 1973). “Dobbiamo smettere di divagare e distruggere la coscienza repressiva[8] che inibisce la nascita del comunismo. Per farlo, dobbiamo smettere di percepire il comunismo come un prolungamento del modo di produzione capitalista e smettere di pensare che sia sufficiente sopprimere il valore di scambio e far trionfare il valore d'uso. (…) diventa sempre più imbecille proclamarsi marxista.” (Coscienza repressiva – Comunismo, J. Camatte, 1973).

In riferimento a Origine e funzione il proprio J. Camatte scrive: “Questo testo fu pubblicato nel 1961 come “Rapporto dei gruppi internazionalisti di Francia” e non era il contributo di militanti del partito perché, all’epoca, la piccola organizzazione originaria di quella che viene chiamata la sinistra italiana non si considerava realmente un partito su scala internazionale. Infatti, il testo era opera di due persone, Roger Dangeville e me. (…) I vari studi condotti dal 1969, alcuni dei quali sono stati pubblicati in Invariance Serie II, hanno portato al superamento totale della posizione classista e anche di qualsiasi teorizzazione sul partito. (...) Diciamo questo per mostrare dove eravamo rinchiusi nello schema di Marx e dove abbiamo sviluppato e in un certo senso esaurito le sue possibilità. Questo ci ha impedito di superare la visione marxiana nel 1961, anche se la realtà già lo imponeva. Ma questo vale anche per i nostri predecessori, poiché tale superamento avrebbe dovuto avvenire già negli anni venti. (...) Qui siamo costretti a considerare il secondo pilastro di Origine e Funzione: la Gemeinwesen. Ma ciò significa anche che esisteva una certa contraddizione tra la teoria del proletariato e la ricerca sulla Gemeinwesen.” (Invariance, 1974, J. Camatte).

 

Le posizioni di Origine e funzione

Ci soffermeremo ora su alcuni passaggi dell'articolo Origine e Funzione per poter vedere la sua relazione embrionale o letterale con ciò che il suo autore ha affermato più chiaramente quando ha lasciato il Partito e per poter vedere anche come le Considerazioni e le Tesi di Napoli rappresentino un punto finale e una confutazione delle posizioni di quell'articolo.

Origine e funzione inizia con questa premessa generale:

“La tesi centrale che vogliamo affermare ed illustrare è la seguente: Marx ha tratto i caratteri della forma Partito dalla descrizione della società comunista.(Origine e funzione…, 1961) e, più avanti viene reiterato “Senonché è stato provato che la forma partito è la più atta a rappresentare il programma, a difenderlo. E qui le regole di organizzazione non sono prese a prestito dalla società borghese, ma derivano dalla visione della società futura (come dimostreremo).” (Origine e funzione…, 1961).

Questa posizione bakuninista era già stata categoricamente respinta da Engels: “Ma la lotta per l'emancipazione della classe lavoratrice, per Bakunin e consorti è solo un pretesto; lo scopo vero è tutt'altro.

‘La società futura, essi dicono, non dev'essere altro che la generalizzazione dell'organizzazione che l'Internazionale si sarà data. Dobbiamo quindi tendere a che questa organizzazione si avvicini il più possibile al nostro ideale (…). L'Internazionale, il germe della società umana futura, è tenuta fin da ora a essere una copia fedele dei nostri principii della libertà e del federalismo e deve respingere dal suo seno ogni principio che tenda all'autorità e alla dittatura.’

Noi altri tedeschi siamo messi alla gogna per il nostro misticismo, ma da un misticismo di questo genere siamo ben lontani. L'Internazionale, una immagine anticipatrice della società futura non comprendente né fucilate dei Versagliesi, né tribunali militari, né eserciti permanenti, né intercettazioni postali, né corti penali di Brunswick! Proprio ora che dobbiamo difendere la pelle con le mani e coi piedi, il proletariato dovrebbe organizzarsi non in funzione della lotta che gli è imposta a ogni ora del giorno, ma secondo le idee che certi spiriti si fanno di una vaga società futura! Immaginiamoci che cosa ne sarebbe della nostra organizzazione tedesca, se si organizzasse in base a questo modello. (…) Quando Stieber e tutte le sue comparse, quando tutto il gabinetto nero, quando tutti gli ufficiali prussiani entrano d'ordine superiore nella organizzazione socialdemocratica, il Comitato o meglio l'ufficio di corrispondenza e statistica non dovrebbe affatto difendersi, perché ciò significherebbe introdurre una organizzazione gerarchica e autoritaria! E, soprattutto, niente sezioni disciplinate! E niente disciplina di partito, niente centralizzazione, niente armi di lotta; se no, dove andrebbe a finire l'immagine anticipatrice della società futura? Insomma, dove ci avvieremmo con un'organizzazione simile? Verso la organizzazione elastica e brancolante dei primi Cristiani, questi schiavi che accettavano con grazia ogni pedata e solo dopo tre secoli diedero alla loro rivoluzione la vittoria - un metodo di rivoluzione che il proletariato si guarderà bene dall'imitare.“ (F. Engels, Il Congresso di Sonvillier e l’Internazionale, 1872).

Molto sintomaticamente, questa citazione di Engels, che contraddice frontalmente l'intera impostazione di Origine e funzione, è citata integralmente nello stesso articolo (!) per sostenere la posizione contraria. Questo metodo cinico è condiviso dal nostro Bakunin-Camatte con la maggior parte degli opportunisti.

Tutto inizia con un'intuizione, con l'idea che si materializza e con il modo in cui il proletariato è un semplice mezzo accessorio attraverso il quale qualcuno non meglio definito propone il proprio programma all'umanità:

“Marx ha avuto l'intuizione della società futura, e dalla conoscenza di questa procede a derivare la teoria dello Stato e del Partito. (…) Il nostro lavoro d'oggi consiste nel cercar di spiegare come l'intuizione geniale divenne realtà nel programma comunista; come questo programma fu proposto all'umanità per l'intermediario del proletariato”. (Origine e funzione…, 1961).

Come si può vedere, siamo a un passo dal dire che è l'umanità intera a opporsi al capitale e che la lotta per l'emancipazione della classe sfruttata era solo un pretesto da scartare senz'altro. Questo passo è quello che ha compiuto quando gli è stata preclusa la strada verso le sue posizioni all'interno del Partito. È l'anarchismo che propone di utilizzare il proletariato (Engels ci ha appena spiegato: “Ma la lotta per l'emancipazione della classe lavoratrice, per Bakunin e consorti è solo un pretesto; lo scopo vero è tutt'altro” ), per questo abbiamo visto prima che mentre il marxismo è considerato un repressore degli impulsi, nell'anarchismo non violento J. Camatte vede una vera e propria ribellione.

E se il Partito, dicono i mistici, deve organizzarsi secondo la visione della società comunista (contrariamente a tutto ciò che Marx, Engels, Lenin e la Sinistra hanno sempre detto e scritto), la dittatura del proletariato si trasforma in “l'Essere umano”:

“È evidente che lo Stato del proletariato non sarà un organismo speciale retto da regole ben definite, da un diritto qualunque, ma sarà l'Essere umano.” (Origine e funzione…, 1961).

La dittatura del proletariato, periodo di transizione condotto da uomini subumani con mezzi subumani[9] per estirpare per sempre il ritorno del privilegio sociale, è equiparato direttamente al comunismo superiore. Questa visione mistificata della dittatura del proletariato è completata dalla concezione della rivoluzione come un momento politico che, una volta realizzato, rende innecessaria l'applicazione sistematica della repressione da parte del proletariato trionfante, la dittatura del proletariato: “La rivoluzione compie un atto politico per finirla col vecchio mondo, ma, a partire da questo momento, si orienta verso l'instaurazione del regno dell'umanità sulla natura, dell'uomo sul pianeta; non ha più bisogno di una forma politica, poiché il suo problema non è di governare degli uomini; è la Specie, allora, che governa, domina, possiede.” [10]

Una altra perla: “Sotto questo aspetto si può dire che solo le dittature reazionarie miranti al mantenimento di una oppressione di classe sono autoritarie, perché rifiutate dall'Uomo (al cui sviluppo non sono necessarie e accaparrano la Gemeinwesen per sfruttarlo).” (Origine e funzione …, 1961).

Risponde Engels stesso: Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d'un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali che l'hanno fatto nascere. Essi pretendono che il primo atto della rivoluzione sociale sia l'abolizione della autorità. Non hanno mai visto questi signori una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Dunque, delle due cose l'una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell'un caso e nell'altro essi servono la reazione.” (Dell’autorità, Engels, 1873).

Torniamo ad Origine e funzione. Se prima qualcuno aveva proposto un programma all'umanità attraverso il proletariato, ora è il proletariato stesso a “proporre” (dove sono finite la lotta di classe, la rivoluzione violenta, la dittatura del proletariato?) il suo Stato che ancora una volta si identifica con l'essere umano, ovvero con il comunismo. E se non fa questa proposta, diventa una cosa di questa società[11]:“Il proletariato propone[12] il suo Stato, cioè l'Essere umano, alla società borghese. Altrimenti si avvilisce e la sua anima è borghese, una cosa della società borghese.” (Origine e funzione…, 1961).

Il passo successivo, come abbiamo visto nel successivo sviluppo di Invariance, sarà quello di parlare chiaramente negli anni a venire e dire senza mezzi termini che né il proletariato, né la lotta di classe, né il marxismo hanno senso dal 1923, ammesso che ne abbiano mai avuto. E il gradualismo che poi si affermerà, è anticipato: “per noi il capitalismo non esiste già più: esiste solo la società comunista” (Origine e funzione …, 1961). Al contrario, la posizione marxista è che il capitalismo esiste e deve essere ucciso affinché possa nascere, attraverso un processo rivoluzionario, la società comunista, le cui basi materiali sono state generate all'interno del capitalismo.

 

La conformazione del corpo di Tesis del 1965-66

E, nonostante tutto ciò che abbiamo segnalato, proprio in quel numero 1 del 1965 de “il Programma Comunista” di cui abbiamo parlato è stato pubblicato un articolo intitolato “Primi risultati dei contributi giunti da tutto il Partito per l’elaborazione delle tesi definitive sulla sua organizzazione” in cui viene riportato proprio come uno di questi contributi “Origine e funzione della forma partito”.

Ma nel numero immediatamente successivo, il n.2 di 1965 de “il Programma Comunista”, sono state pubblicate le Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole (1965).

Le Considerazioni costituiscono una prima confutazione delle posizioni politiche di Origine e funzione della forma Partito e dei suoi autori, confutazione che sarà completata dalle Tesi di Napoli. La formazione di questo corpo di Tesi, che includerà le Tesi supplementari di Milano del 1966, sarà accompagnata dalla pubblicazione sulla rivista di tutto il materiale utilizzato nella sua formazione, come vedremo in seguito.

 

Le Considerazioni di 1965

Dopo la valutazione della situazione che abbiamo citato all'inizio e degli inevitabili effetti che essa deve avere sull'organizzazione formale, le Considerazioni affermano nel punto 7º che “È fondamentale tesi della Sinistra che il nostro partito non deve per questo rinunziare a resistere, ma deve sopravvivere e trasmettere la fiamma lungo lo storico "filo del tempo"” e nel seguente punto (8º) si ribadisce: “Rivendichiamo dunque tutte le forme di attività proprie dei momenti favorevoli nella misura in cui i rapporti reali di forze lo consentono.”, nella stessa linea delle Tesi Caratteristiche di 1951.

Nel punto n.1 viene affrontata la distinzione tra partito storico e partito formale. L'articolo Origine e funzione speculava sulla decisione di Marx di non aderire a un partito formale (effimero) nel periodo successivo allo scioglimento della Lega dei Comunisti, per giustificare il fatalismo contemplativo dei suoi autori. Le Considerazioni affrontano la questione con definizioni chiare: “partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica” e “Marx dice: partito nella sua accezione storica, nel senso storico, e partito formale od effimero. Nel primo concetto è la continuità, e da esso abbiamo derivata la nostra tesi caratteristica della invarianza della dottrina da quando Marx la formulò non come una invenzione di genio, ma come scoperta di un risultato della evoluzione umana”. E non meno chiaramente affermano che “nessun militante odierno può inferire il diritto ad una scelta: di avere le carte in regola col "partito storico", e infischiarsi del partito formale” siccome “Ma i due concetti non sono in opposizione metafisica, e sarebbe sciocco esprimerli con la dottrinetta: volgo le spalle al partito formale e vado verso quello storico” (Considerazioni, 1965). L'impostazione criticata è proprio quella reale degli autori di Origine e funzione, impostazione che essi misero in pratica – ciascuno a modo proprio – lasciando il Partito nel novembre 1966, dopo la pubblicazione delle Tesi di Milano.

Finalmente, lì dove Origine e funzione si diletta con espressioni come “l’intuizione geniale diventa realtà…” (dove è rimasto il materialismo?) o “Marx ha avuto l'intuizione della società futura …”, le Considerazioni rispondono: “non come una invenzione di genio”.

 

Materiali per le Tesi di Napoli di 1965

Le Tesi di Napoli furono pubblicate nel n.14 del 1965 de “Il Programma Comunista” con il titolo “Tesi sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista”.

In quel numero era riportato un breve elenco dei testi utilizzati come riferimento. Le Tesi stesse iniziano con un elenco di testi della lotta della Sinistra contro la degenerazione della III Internazionale. Nei numeri successivi (dal n.15 al n.18 del 1965) fu pubblicato il “Materiale documentario esposto ed illustrato a commento delle tesi generali della riunione di Napoli”, sotto forma di riproduzioni parziali o estratti (tutti pubblicati senza il nome dell'autore) dei seguenti testi:

 

  • Tesi della frazione comunista astensionista del Partito Socialista Italiano (1920)
  • Partito e classe (1921)
  • Partito e azione di classe (1921)
  • El principio democratico (1922)
  • Tesi sulla tattica del II congresso del P.C. d’Italia (di Roma, 1922)
  • Progetto di tesi sulla tattica presentato dal P.C. d’Italia al IV Congresso di Mosca del novembre-dicembre 1922
  • Discorso del rappresentante de la Sinistra al IV Congresso della IC (1922)
  • Dichiarazione della Sinistra sul progetto di organizzazione dell’Internazionale (1924)
  • Organizzazione e disciplina comunista (1924)
  • Lenin nel camino della rivoluzione (1924)
  • Mozione della Sinistra del P.C. d’Italia alla conferenza nazionale clandestina del 1924
  • V Congresso Mondiale (1924):
    • discorso del rappresentante della Sinistra
    • replica della Sinistra a Zinoviev
    • dichiarazione della Sinistra sul discorso di Bucharin
    • dichiarazione della Sinistra su l’organizzazione
  • Il pericolo opportunista e l’Internazionale (1925)
  • La piattaforma della Sinistra (1925)
  • Il Comitato di Intesa (1925)
  • Tesi della Sinistra del P.C. d’Italia al III congresso (1926)
  • Sesta sessione dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (1926)
  • Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe (1948)
  • Dialogato coi morti (1956)
  • Marxismo e autorità (1956)

 

Brilla per la sua assenza di Origine e funzione della forma partito. Ma non solo non compare nell'elenco, ma le Tesi di Napoli – seguendo il processo avviato dalle Considerazioni – confutano chiaramente le sue espressioni e impostazioni.

 

Le Tesi di Napoli: contro le due deviazioni

Le Tesi si battono simultaneamente contro la mistificazione democratica e contro la mistificazione idealista-umanistoide.

Nel punto 7º, dopo aver rivendicato il materialismo dialettico e il determinismo economico, si rivendica il superamento del meccanismo democratico: “la via da percorrere era solo quella che nel processo storico ci avesse sempre più liberati del letale meccanismo democratico, non solo nella società e nei vari corpi che si organizzano in seno a questa, ma nel seno della stessa classe rivoluzionaria e soprattutto in quello del suo partito politico.” e subito dopo viene lanciato un dardo contro il tentativo di affrontare questo risultato da un punto di vista mistico-umanistoide: “Questa aspirazione della Sinistra, che non si può ricondurre ad una intuizione miracolosa o ad un illuminismo razionale di pensatori, ma che si è contessuta negli effetti di una catena di lotte reali violente sanguinose e spietate anche quando si sono chiuse con la sconfitta delle forze rivoluzionarie, ha le sue tracce storiche in tutta la serie delle manifestazioni della Sinistra”. Conclude il punto ribadendo non solo il rifiuto del meccanismo ingannevole, ma anche della stessa parola democrazia: “Nello stesso tempo tale aspirazione a liberarsi di ogni influenza anche della stessa parola di democrazia si trova consacrata in testi innumerevoli della Sinistra che all'inizio di queste tesi abbiamo rapidamente indicati”.

Passando alla revisione dei punti caratteristici del Partito nel punto 9, le Tesi sottolineano che tali punti sono il risultato di fatti materiali e, con un unico colpo, si attaccano entrambe le deviazioni: “non scoperte di inutili geni o solenni risoluzioni di congressi ‘sovrani’”.

Le Tesi continuano a respingere la posizione isolazionista della deviazione mistico-idealista: “va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento coll'esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici“, mentre rifiuta le acrobazie e le manovre tattiche della deviazione attivista: “netta ripulsa a tutte le proposte di ingrandire i suoi effettivi e le sue basi attraverso convocazioni di congressi costituenti comuni ad infiniti altri circoli e gruppetti, che pullulano ovunque dalla fine della guerra elaborando teorie sconnesse e deformi, o affermando come unico dato positivo la condanna dello stalinismo russo e di tutte le sue locali derivazioni”.

Il punto 12 ricorda la posizione della Sinistra nel senso che “se le crisi disciplinari si moltiplicano e diventano una regola, ciò significa che qualche cosa non va nella conduzione generale del partito,”, rifiutando per l'ennesima volta di trovare la soluzione nell'inganno democratico: “Naturalmente non rinnegheremo noi stessi commettendo la fanciullaggine di ritornare a cercare salvezza nella ricerca degli uomini migliori o nella scelta di capi e di semicapi, bagaglio tutto che riteniamo distintivo del fenomeno opportunista, antagonista storico del cammino del marxismo rivoluzionario di sinistra.”; neanche in ricette di organizzazione: “non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica di salvarlo dalle degenerazioni”. E poi arriva il momento di regolare i conti con la deviazione mistico-idealista: “Lo sforzo dei marxisti di sinistra è di operare sulla curva spezzata dei partiti contingenti per ricondurla alla curva continua ed armonica del partito storico. Questa è una posizione di principio, ma è puerile volerla trasformare in ricette di organizzazione”. Cioè, la negazione completa della tesi centrale di Origine e funzione.

E proseguono le tesi confutando la posizione mistico-umanistoide che cercava di rivedere la teoria marxista dello Stato, allungando e abusando della parola Gemeinwesen :

“La proposta di Engels di adottare la vecchia buona parola tedesca Gemeinwesen (essere comune, ossia comunità sociale) al posto della parola Stato, si ricollegava al giudizio di Marx che la Comune non era già più uno Stato, proprio perché non era più una corporazione democratica. La questione teorica dopo Lenin non ha bisogno di ulteriori chiarimenti (…) la dittatura rivoluzionaria è un vero Stato munito di forze armate, di polizia repressiva e di una giustizia in forme politiche e terroristiche che non si lega le mani con tranelli giuridici. (…) Non si è trattato quindi di trovare un «modello» dello Stato futuro in lineamenti costituzionali o organizzativi, cosa altrettanto sciocca come quella che cercava nel primo paese conquistato alla dittatura di costruire un modello e degli Stati e delle società socialiste in altri paesi.”

Cioè, le Tesi rifiutano qualsiasi pretesa di rivedere la teoria dopo la chiarificazione fatta da Lenin, rivendicano il carattere repressivo della dittatura del proletariato e rifiutano la ricerca di un modello stabile di dittatura. Così, si chiude completamente la strada alle posizioni di Origine e funzione come che lo “Stato del proletariato (…) sarà l'Essere umano”.

E le Tesi tornano sulla questione del Partito: “Ma egualmente vana, e forse più di tutte le altre, sarebbe l'idea di fabbricare un modello del partito perfetto, idea che risente delle debolezze decadenti della borghesia”. E questo perché il Partito non è mai perfetto ed è sempre perfettibile[13], perché non deriva dalla società comunista, ma è un organismo che lotta qui e ora per l'abbattimento del capitalismo, ultima società divisa in classi, con l'obiettivo dell'abolizione della divisione in classi e della nascita del Comunismo, della Società di Specie, vero inizio dell'Umanità Sociale.

Lottiamo per questo grande trapasso storico, come stabilivano le Considerazioni di 1965 nel suo punto 11: “è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale”. I militanti comunisti si vedono e si confondono nell'arco storico che porta al comunismo superiore, dopo l'abbattimento del capitalismo, abbattimento al quale dedichiamo le nostre vite e le nostre energie.

Le Tesi hanno rivendicato prima e continuano a rivendicare che “Secondo la linea storica noi utilizziamo non solo la conoscenza del passato e del presente della umanità, della classe capitalistica ed anche della classe proletaria, ma altresì una conoscenza diretta e sicura del futuro della società e della umanità, come è tracciata nella certezza della nostra dottrina”. Nello stesso senso, le Tesi affermano che “La prima verità che l'uomo potrà conquistare è la nozione della futura società comunista.” e che soltanto “dopo la uccisione del capitalismo, della sua civiltà, delle sue scuole, della sua scienza, e della sua tecnologia da ladroni, l'uomo potrà per la prima volta scrivere anche la scienza e la storia della natura fisica e conoscere dei grandi problemi della vita dell'universo”.

Questa è una posizione fondamentale del marxismo come impostazione scientifica e della lotta della Sinistra contro la menzogna del "socialismo reale", che negava la possibilità di prevedere le grandi linee dello sviluppo della società post-capitalista. Lo stalinismo pretendeva così che Marx ed Engels non avessero mai detto nulla sul socialismo, perché non erano utopisti, e quindi dovevamo tutti ingoiarci che lo sviluppo del capitalismo in Russia fosse il socialismo “reale”. Una delle più profonde confutazioni di questo approccio si trova in Proprietà e Capitale (Utopia, Scienza, Azione, 1952):

“L’utopismo è una anticipazione del futuro; il comunismo scientifico lo richiama alla cognizione del passato e del presente, solo perché del futuro non basta una anticipazione arbitraria e romantica, ma occorre una scientifica previsione; quella specifica previsione che è resa possibile dal pieno maturarsi della forma capitalistica di produzione, e che strettamente si collega ai caratteri de essa forma, del suo sviluppo, e dei peculiari antagonismi che insorgono in essa. (…) Se una conoscenza generale della natura e della storia, parte di essa, è possibile, essa comprende, inseparabile da sé, la ricerca del futuro: ogni fondata polemica contro il marxismo non può stare che sul terreno della negazione della conoscenza umana e della scienza.” [14]

Ma ecco che nel punto 13 delle Tesi di Napoli arriva la confutazione della posizione mistico-umanistoide di Origene e funzione, “tali sviluppi non possono essere adoperati a spiegare come gradatamente si afferma il modo di vivere del partito libero dall'opportunismo, che è contenuto nel centralismo organico e non può sorgere da una “rivelazione”.

Come patrimonio della Sinistra si potrà ritrovare in tutte le polemiche condotte contro la degenerazione del Centro di Mosca questa evidente tesi marxista. Il partito è al tempo stesso un fattore ed un prodotto dello svolgimento storico delle situazioni, e non potrà mai essere considerato come un elemento estraneo ed astratto che possa dominare l'ambiente circostante, senza ricadere in un nuovo e più flebile utopismo.

Che nel partito si possa tendere a dare vita ad un ambiente ferocemente antiborghese, che anticipi largamente i caratteri della società comunista, è una antica enunciazione, ad esempio dei giovani comunisti italiani fin dal 1912.

Ma questa degna aspirazione non potrà essere ridotta a considerare il partito ideale come un falansterio circondato da invalicabili mura.”

Le Tesi di Napoli finiscono così: “Il partito persevera nello scolpire i lineamenti della sua dottrina, della sua azione e della sua tattica con una unicità di metodo al di sopra dello spazio e del tempo. Tutti coloro che dinanzi a queste delineazioni si trovano a disagio hanno a loro disposizione la ovvia via di abbandonare le file del partito. (…) Chi vedendo il partito proseguire per la sua chiara strada, che si è tentato di riassumere in queste tesi da esporre alla riunione generale di Napoli, luglio 1965, non si sente ancora a tale altezza storica, sa benissimo che può prendere qualunque altra direzione che dalla nostra diverga. Non abbiamo da adottare nella materia nessun altro provvedimento.”

E così fu. Proprio come nel 1964 era uscita dal Partito la deviazione che voleva reintrodurre il centralismo democratico, anche la deviazione mistico-umanistoide di stampo fatalistico contemplativo lasciò il Partito una volta pubblicate nel n.7 di 1966 le Tesi supplementari di Milano.

 

Le Tesi supplementari di Milano

Le compatte Tesi di Milano del 1966 aggiunsero una serie di punti supplementari che sviluppavano come caratteristiche fondamentali dell'opportunismo “preferire una via più breve più comoda e meno ardua a quella più lunga più disagiata ed irta d’asprezze”, “appaiare il peggiore tralignamento dai principi del partito ad una ostentata ammirazione per i testi classici, per il dettato e l’opera dei grandi maestri e dei grandi capi”; riaffermavano che “nel partito non vi sono concorsi nei quali si lotti per raggiungere posizioni più o meno brillanti o più in vista” ricordando che “abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido” così come ribadivano la nostra posizione antipersonalista di sempre e la determinazione del Partido di: “liberarsi per sempre dalla spinta traditrice che sembrava emanare da uomini illustri, e dalla funzione spregevole di fabbricare, per raggiungere i suoi scopi e le sue vittorie, una stupida notorietà e pubblicità per altri nomi personali”.

 

  

 

[1] Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole (1965), Tesi sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista (Tesi di Napoli, 1965) e le Tesi supplementari sul compito storico, l'azione e la struttura del partito comunista mondiale (Tesi di Milano, 1966).

[2]Siamo eternamente accusati di fare «astrazione dalla situazione», siccome diceva Bucharin. Ebbene, guardiamola un momento codesta famosa situazione. Ecco come si presenta il mondo borghese, anno corrente: la classe dominante è riuscita, manovrando le leve dell’opportunismo, a schiacciare fino alle midolla il movimento rivoluzionario, in una guerra maledetta che doveva concludere il processo di involuzione controrivoluzionaria dei partiti operai. Una macchina statale di proporzioni e di capacità repressiva inaudite tiene incatenate le masse allo sfruttamento, peggio che alla ruota il corpo del suppliziato. La confusione caotica e le sofferenze delle masse sono tali e tante che la classe operaia è trasformata in un troncone sanguinante che si dimena incoscientemente: il suo cervello è oscurato e intossicato, la sua sensibilità narcotizzata, gli occhi non vedono, le mani torcono sé stesse. Al posto della lotta di classe, c’è il raccapricciante strazio della lotta intestina, propria dei naufraghi sulla zattera in balìa delle onde. Nelle fabbriche, e non è cosa nuova nella storia, impera lo spionaggio, la delazione, il rancore, la vendetta meschina e farabutta, l’opportunismo più stolido e bestiale, la prepotenza, il sopruso nevrastenico, ma nelle masse, oppresse dalle conseguenze di trent’anni di tremende sconfitte, non esiste nemmeno la forza di provare autentica nausea, perché questa si esprime nelle esalazioni miasmatiche dell’aziendismo, del corporativismo e, sul piano politico, del conciliazionismo sociale e del pacifismo imbelle.”

[3] Come appare pubblicato sul suo sito web nel 2026.

[4] “IV.4.- Oggi, nel pieno della depressione, pur restringendosi di molto le possibilità d'azione, tuttavia il partito, seguendo la tradizione rivoluzionaria, non intende rompere la linea storica della preparazione di una futura ripresa in grande del moto di classe, che faccia propri tutti i risultati delle esperienze passate. Alla restrizione dell'attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.” (Tesi caratteristiche, 1951).

[5] Come riportato nelle Tesi di Lione (1926): “L'attività del partito non può e non deve limitarsi o solo alla conservazione della purezza dei principii teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:

  1. a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali pragmatici, ossia della coscienza teorica del movimento della classe operaia;
  2. b) l'assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all'interesse rivoluzionario del proletariato;
  3. c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati, per incoraggiarne lo sviluppo, ma costantemente apportandovi il fattore del loro raccordamento con gli scopi finali rivoluzionari e presentando le conquiste della lotta di classe come ponti di passaggio alle indispensabili lotte avvenire, denunziando il pericolo di adagiarsi sulle realizzazioni parziali come su posizioni di arrivo e di barattare con esse le condizioni della attività e della combattività classista del proletariato, come l'autonomia e l'indipendenza della sua ideologia e delle sue organizzazioni, primissimo tra queste il partito.

Scopo supremo di questa complessa attività del partito è preparare le condizioni soggettive di preparazione del proletariato nel senso che questo sia messo in grado di approfittare delle possibilità rivoluzionarie oggettive che presenterà la storia, non appena queste si affacceranno, ed in modo da uscire dalla lotta vincitore e non vinto.”

[6] Questa degenerazione della direzione (o meglio delle direzioni) del Partito si sviluppò tra il 1974 e il 1982, non senza una forte opposizione da parte di molte sezioni interne al Partito. Queste sezioni furono espulse in modo anti-organico (come il sud della Francia, Torino, Ivrea nel 1981) o costrette a rompere la disciplina formale con il centro degenerato, come la sezione spagnola e la sezione di Schio nel 1982, per rimanere in linea con il partito storico senza rinunciare a dare continuità all'esistenza formale del Partito. Si opposero al “nuovo corso” e ruppero con l'organizzazione formale degenerata in quel periodo anche altre sezioni come Benevento-Adriano, Torre Anunziata, ecc.

La successiva conferma che la direzione di questa organizzazione formale non rappresentava più il filo storico del Partito non tardò ad arrivare. Questa direzione, contro la cui degenerazione avevamo mantenuto la nostra battaglia, è saltata in aria pochi mesi dopo: nell'ottobre 1982 (quando El-Oumami, Proletarier e il centro parigino del Partito, lo stesso che pochi mesi prima aveva agito disciplinarmente contro di noi, si staccarono su basi sempre più attiviste); nel giugno 1983 quando si dette libero sfogo al “dibattito interno” apertamente democratico e una parte della redazione si fece da parte; nel gennaio 1984 quando quest'ultima parte (che in pratica era stata spiazzata ben prima del giugno 1983) recuperò la rivista in tribunale e l'altra parte iniziò a pubblicare “Combat”; nel 1985 quando da “Combat” si stacca “il Comunista” e si fonde con “le Prolétaire”.

[7] Esplicitiamo i nomi perché in tutto il loro successivo sviluppo essi stessi li hanno utilizzati (rompendo la consegna dell'anonimato) e hanno rivendicato la paternità di questo articolo.

[8] Il marxismo, secondo ci ha chiarito prima.

[9] Vedere “Humanitas” (“L’Avanguardia”, n.497 del 7-7-1917), selezionato come materiale complementare nel primo volume della Storia della Sinistra: “La guerra è per noi sub-umana. Ed anche la rivoluzione è sub-umana. Ma, mentre la prima lo è nel fine e nei mezzi, la seconda lo sarà soltanto nei mezzi che dovrà adoperare. Secondo Marx è con la rivoluzione proletaria che si chiude il periodo della preistoria umana, e quindi i proletari comunisti che preparano la rivoluzione sono ancora uomini dell'epoca sub-umana. D'altra parte, tra le classi sociali che si sono avvicendate sul teatro della storia, la classe lavoratrice moderna è la prima che abbia la coscienza delle finalità che vuole raggiungere. (…) Solo nel regime comunistico le risorse della natura saranno dominate e guidate dall'umanità al raggiungimento di un semplice maggior benessere collettivo. La vittoria del proletariato segnerà non l'epoca di un nuovo dominio di classe, ma l'avvento della solidarietà e della uguaglianza umana. Perciò Carlo Marx poté dire a coronamento della sua gigantesca costruzione dialettica che la causa della classe lavoratrice è la causa dell'intiera umanità, e quindi che la lotta di classe proletaria è l'ultima delle lotte di classe, come la rivoluzione che abbatterà il capitalismo borghese sarà l'ultima rivoluzione. (…) Dateci il nuovo ambiente economico comunistico e non avrete più guerre, attentati e rivoluzioni. Ma, fino allora, il ritmo fatale della violenza non avrà conchiuso il suo ciclo storico.

In regime capitalistico e militaristico non vi è ancora l'Uomo, ma il pre-uomo, lo schiavo. Non potete pretendere che lo schiavo divenga uomo per virtù di ascetiche astrazioni, prima che giunga l'avvento storico della prima umanità. In questo periodo di transizione e di convulsioni, lo schiavo farà un solo passo – un passo grandioso e fecondo: si trasformerà in ribelle. In parecchie epoche storiche, il pre-uomo si è dibattuto contro le catene che lo avvincevano. E spesso si è avviato fidente verso le promesse di nuove e grandi idealità. Ma il proletariato socialista, l'ultimo e più grande dei ribelli, riscatterà tutte le delusioni del passato, perché non attende più altro Messia che la propria forza e la propria coscienza del divenire storico, audacemente contrapposta alle teoriche accreditate dalla sociologia ufficiale.”

[10] Prima di leggere la risposta a queste posizioni nelle Tesi stesse, è ovvio vedere che vengono commessi due “errori” (non sono realmente errori, sono posizioni antimarxiste a cui non si è disposto a rinunciare). In primo luogo si identifica la dittatura del proletariato con il comunismo stesso (concezione stalinista), per poi accontentarsi della sua abolizione dopo l'“atto” (concezione anarchica). La posizione marxista è sintetizzata in un testo classico della Sinistra “Dittatura proletaria e partito di classe” (Battaglia Comunista, n.3, 4, e 5 di 1951):

“Nella fase storica successiva alla dispersione dell’apparato di dominio capitalista, il compito del partito politico operaio rimane ugualmente fondamentale, poiché la lotta fra le classi continua, dialetticamente rovesciata. (…)

Ogni classe sociale il cui potere è stato rovesciato, anche col terrore, sopravvive a lungo nel tessuto dell’organismo sociale, e non abbandona la speranza di rivincita ed i tentativi di riorganizzazione politica, di restaurazione violenta ed anche mascherata. È passata da classe dominante a classe vinta e dominata, ma non è scomparsa di colpo. (…)

Per andar oltre il sistema capitalista, prima condizione è il rovesciamento del potere borghese e la distruzione del suo Stato. Per la trasformazione sociale profonda e radicale che si inaugura, la condizione è la creazione di un apparato di Stato nuovo, proletario, capace come ogni Stato storico di impiegare la forza e la costrizione.

La presenza di un simile apparato non caratterizza la società comunista, ma la sua fase di costruzione. Assicurata questa, non esiste più classe né dominazione di classe. Ma l’organo per la dominazione di classe è lo Stato – e lo Stato non può essere altro. Perciò lo Stato proletario preconizzato dai comunisti – ma la cui rivendicazione non ha affatto il valore di una credenza mistica, di un assoluto, di un ideale – sarà uno strumento dialettico, un’arma di classe, e si dissolverà lentamente (Engels) attraverso la stessa realizzazione delle sue funzioni, man mano che, in un lungo processo, l’organizzazione sociale si trasformerà da un sistema sociale di costrizione degli uomini (com’è stato sempre dopo la preistoria) in una rete unitaria, scientificamente costruita, di esercizio delle cose e delle forze naturali.” .

[11] La tesi corretta è la seguente, scolpita nelle Tesi di Lione (1926) come preparazione necessaria per tutto il periodo successivo della controrivoluzione: ”Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da essa come rapporti delle forze (pur potendo esserne meno lontane di altre nel tempo, perché la evoluzione storica presenta — è marxismo — diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il volere avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principii ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese.

Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire, il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che in tanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa. (Tesi di Lione, I-Questioni Generali, 3.- Azione e tattica del partito, 1926).

[12] Nella versione pubblicata su “Il Programma Comunista” del 1960 veniva utilizzato almeno il verbo “oppone”, ma nella versione originale ripubblicata dall'autore su Invariance viene utilizzato il verbo “proporre”: Il propose son État, c’est-à-dire l’être humain, à la société bourgeoise.

[13] “essendo lo stesso partito cosa perfettibile e non perfetta” (Tesi di Lione, 1926)

[14] Questo stesso testo fondamentale rivendica i due elementi senza i quali non esiste il Partito: volontà e dottrina. “Profetizzare un futuro, o volere realizzare un futuro, sono posizioni entrambe inadeguate per i comunisti. A tutto ciò si sostituisce la storia della lotta di una classe considerata come un corso unitario, di cui ad ogni momento contingente solo un tratto è stato già svolto, e l’altro si attende. I dati del corso ulteriore sono ugualmente fondamentali e indispensabili quanto quelli del corso passato. Del resto gli errori e gli sviamenti sono egualmente possibili nella valutazione del movimento precedente, e in quella del movimento successivo: e tutte le polemiche di partiti e di partito stanno a provarlo. Per conseguenza, il problema della prassi del partito non è di sapere il futuro, che sarebbe poco, né di volere il futuro, che sarebbe troppo, ma di “conservare la linea del futuro della propria classe”. È chiaro che se il movimento non la sa studiare, indagare e conoscere, neppure sarà in grado di conservarla. Non meno chiaro è che se il movimento non sa distinguere tra la volontà delle classi costituite e nemiche e la propria, egualmente la partita è perduta, la linea smarrita. Il movimento comunista non è questione di pura dottrina; non è questione di pura volontà: tuttavia il difetto di dottrina lo paralizza, il difetto di volontà lo paralizza. E difetto vuol dire assorbimento di altrui dottrine, di altrui volontà.” (Proprietà e Capitale, Utopia, Scienza, Azione, 1952).

 

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