Sommario Per il Comunismo n.10

 

GUERRA IMPERIALISTA IN MEDIO ORIENTE: MANIFESTAZIONE DELLE CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO

  

Il 28 febbraio 2026, gli USA e Israele hanno iniziato a bombardare sistematicamente l'Iran; a questi bombardamenti l'Iran ha risposto colpendo obiettivi statunitensi, israeliani e degli Stati della regione che ospitano basi militari statunitensi. Dopo sei settimane di bombardamenti, l'Iran mantiene la sua capacità di risposta militare, lo stretto di Hormuz è praticamente chiuso e Israele sta conducendo un'offensiva per sfollare la popolazione del sud del Libano.

Questa guerra è scoppiata proprio mentre erano in corso negoziati tra gli USA e l’Iran e i mediatori (Oman) ritenevano che si fosse vicini a un accordo. Tuttavia, proprio in questa circostanza, le decisioni all’interno della gerarchia di comando della frazione governativa della borghesia statunitense si sono accelerate per non perdere l’occasione di sferrare l’attacco contro l’Iran. E, per aumentare l'apparente paradosso, questa decisione è stata presa dalla corrente che era salita al governo con la promessa di non iniziare guerre in generale e tanto meno in Medio Oriente, e che era stata sollevata a seguito dell'esaurirsi del tentativo di espansione diplomatico-militare della frazione precedente. Cosa ha portato allo scoppio di questa guerra? Che momento rappresenta nel corso del capitalismo? Cosa significa per la classe operaia mondiale?

 

L'inesorabile determinismo economico

Le sequenze specifiche di fatti che conducono a determinati risultati storici, in cui protagonisti sono individui con le loro dichiarazioni di volontà e le loro giustificazioni riguardo alle proprie azioni, possono sembrare a prima vista sequenze aneddotiche o casuali.

Ma la casualità si manifesta solo nell’intersezione di processi necessari, e le risultanti di questo insieme apparentemente e persino realmente anarchico si impongono ineluttabilmente nel senso determinato da tali processi necessari, da quello delle leggi economiche che si impongono nella realtà materiale dello sviluppo delle forze produttive, al di sopra e persino contro il senso apparente di quelle azioni, volontà e giustificazioni.

Ciò che appare come risultato delle decisioni di determinati individui non è altro che la manifestazione di processi necessari più profondi che determinano sia l'operato, le volontà e le dichiarazioni di questi individui, sia il quadro concreto in cui essi possono necessariamente svilupparsi e le conseguenze di tale sviluppo.

Ribadiamo questo punto prima di continuare con le seguenti citazioni di Engels, tratte dal testo di Partito “Il battilocchio nella storia ” (1953): “«Nella natura vi sono agenti inconsapevoli... al contrario nella storia della società quelli che operano sono evidentemente dotati di consapevolezza, uomini operanti con riflessione o passione, tendenti a scopi determinati... Ma questa intenzione, sia comunque importante per l'indagine storica, specialmente di singole epoche ed avvenimenti, nulla può togliere al fatto che il corso della storia è dominato da intime leggi generali...Solo di rado avviene ciò che è voluto... tutti gli urti delle innumerevoli volontà e singole azioni portano ad uno stato di cose, che è assolutamente analogo a quello imperante nella natura inconsapevole. Gli scopi delle azioni sono voluti, ma i risultati che seguono da queste azioni non sono quelli voluti, o, in quanto sembrino corrispondere allo scopo voluto, hanno in conclusione conseguenze affatto diverse da quelle volute... Gli uomini fanno la loro storia, come che essa riesca, mentre ognuno persegue i fini suoi propri... i risultati di queste molteplici volontà agenti in diversa direzione e delle loro molteplici azioni sul mondo esterno, sono appunto la storia... Ma se si tratta di indagare le forze impellenti che – consapevolmente o inconsapevolmente, e veramente assai spesso inconsapevolmente – stanno dietro i motivi degli uomini operanti nella storia, e costituiscono i veri ultimi propulsori di essa, non si può trattare tanto dei motivi determinanti singoli, se anche di uomini eminenti, ma piuttosto di quelli che mettono in movimento grandi masse, interi popoli, intere classi; ed anche questi non momentaneamente, a modo di un fugace fuoco di paglia rapido ad accendersi e spegnersi, bensì a modo di un'azione durevole che mette capo ad una grande trasformazione storica». (…)” (Il battilocchio nella storia, Il Programma Comunista, nº7–1953).

 

L'inesorabile sovrapproduzione relativa

Il corso del capitalismo segue il percorso dell'inesorabile SOVRAPRODUZIONE relativa di capitale: sovrapproduzione di capitale-merce, di capitale produttivo e di capitale-denaro che porta con sé lo spettro della CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DI PROFITTO (Il Capitale, Libro III, Sezione III).

Dopo la ripresa epilettica della produzione, a seguito della sua detenzione durante i confinamenti del 2020, la sovrapproduzione relativa si è nuovamente imposta, riflettendosi nella tendenza alla deflazione, nel gonfiamento dell'indebitamento e del capitale speculativo, e nel ritorno alla riduzione dei tassi di interesse da parte delle banche centrali. (vedi “Per il Comunismo” n. 9, aprile 2025, pp. 8-11).

Come abbiamo spiegato nell'analizzare il processo di sgonfiamento della catena di approvvigionamento a seguito della ripresa epilettica della produzione e della circolazione, nel 2022: “Senza la generazione di ulteriori elettroshock, spasmi e crolli, la tendenza generale sarebbe quella di riprendere il percorso della sovrapproduzione e della deflazione. (…) Ciò significa che il capitalismo può solo cercare di uscire dalla palude in cui la sovrapproduzione lo sta sprofondando attraverso una serie crescente di crisi, conflitti e spasmi.” (“El Comunista” nº68, aprile 2022, pag. 16).

Ogni volta che il capitalismo si avvicina nuovamente a questa situazione, si innesca una serie di processi che spingono gli attori sulla scena dell'imperialismo mondiale ad agire in funzione di questa necessità generale del capitalismo, generando così questo risultato. E ciò nonostante siano convinti di agire per propria volontà o per interessi particolari e per quanto ciò sia vero in una certa misura, nella misura in cui queste volontà e questi interessi particolari sono determinati e costituiscono una manifestazione specifica dell'effetto delle leggi economiche del capitalismo.

 

La sovrapproduzione esacerba la guerra commerciale

Tutta questa sovrapproduzione soffoca il saggio di profitto, che è l'unico stimolo della produzione capitalista. Ma questa sovrapproduzione non si sviluppa nel vuoto, bensì in un contesto di concorrenza sfrenata tra imperialismi capitalisti che, a sua volta, si sviluppa in un contesto storico di espansione ormai conclusa del capitalismo in ogni angolo del globo, di spostamento del baricentro del capitalismo verso l’Asia e di rottura della ripartizione del mondo post-seconda guerra mondiale, con l'ascesa degli imperialismi di più recente formazione e il declino di quelli più antichi.

L’epicentro di questa sovrapproduzione si trova in Asia, da dove la valanga DEFLAZIONISTICA di merci inonda il mercato mondiale calpestando gli altri imperialismi. È questo che conduce all’esasperazione della guerra commerciale, nella quale gli imperialismi più antichi (e in particolare gli USA) cercano di difendersi erigendo muri daziari contro questo VULCANO che essi stessi hanno contribuito a sviluppare nel tentativo di invertire la caduta tendenziale del loro saggio di profitto (vedi pag. 13).

 

Il ruolo della sovrapproduzione di petrolio

Il mondo capitalista è in piena transizione (non priva di arretramenti e contraddizioni) dai combustibili fossili verso altre fonti di energia che lo rendano meno dipendente dal petrolio e dall’uso geopolitico della sua produzione e distribuzione. Lo sviluppo dell’installazione e il calo dei costi delle energie “rinnovabili” hanno reso i prezzi dell’energia negativi come fenomeno ricorrente (vedi pag. 18).

Gli Stati che hanno tradizionalmente basato la loro economia sulla produzione di petrolio hanno bisogno di vendere per ottenere oggi un livello di profitto sufficiente a investire in alternative e ridurre la loro dipendenza dalla produzione di petroleo. Così, l’un tempo onnipotente OPEC (che oggi, persino come OPEC+, controlla a malapena la metà del mercato mondiale) ha avviato un aumento graduale della propria produzione, portando l’eccesso di offerta nel 2025 a 1,5 milioni di barili al giorno, eccesso che potrebbe raggiungere i 4 milioni di barili al giorno nel 2026. Ciò ha fatto sì che le riserve di petrolio raggiungessero il loro livello massimo dal 2021, con 8.210 milioni di barili stoccati a livello mondiale, e ha spinto al ribasso il prezzo del petrolio al di sotto dei 59$ (Brent) e dei 56$ (WTI) al barile.

Nel suo processo di ripiegamento, gli USA si sono rifugiati nel diventare il primo produttore mondiale di petrolio dal 2018 e, più recentemente, hanno imposto il loro accesso egemonico alla più grande riserva petrolifera del mondo: il Venezuela. Per la sostenibilità del petrolio da fracking, prezzi inferiori ai 50$ (WTI) rappresentano una condanna a morte, e per il petrolio venezuelano anche prezzi vicini ai 60$ (Brent) risultano non sostenibili (v. pp. 17 e 19 di questo numero).

Il capitalismo necessitava dell’eliminazione di una parte dell’eccesso di offerta di petrolio e la realtà materiale ha spinto gli USA – per la loro maggiore esposizione al prezzo – a essere l’agente di questa necessità attraverso la paralisi e la distruzione di una parte di questa SOVRACAPACITÀ PRODUTTIVA.

 

La guerra è una necessità del sistema capitalista

La guerra non è il frutto della psicologia patologica di determinati individui, è una necessità del sistema capitalista. Nel capitalismo la guerra militare gioca un ruolo necessario come continuazione della guerra commerciale e come unico mezzo per dirimire la nuova spartizione del mondo, ma, soprattutto, svolge il ruolo di regolatore della sovrapproduzione di merci e mezzi di produzione che devono essere ciclicamente distrutti per rilanciare il saggio di profitto e un nuovo ciclo di accumulazione: “per ristabilire l’equilibrio, si renderebbe necessario lasciare inattiva o anche DISTRUGGERE una quantità più o meno grande di capitale. Questo processo si estenderebbe in parte alla sostanza materiale del capitale; (…) Il rallentamento sopravvenuto nella produzione avrebbe preparato — entro limiti capitalistici — un ulteriore aumento della produzione. E così il circolo tornerebbe a riprodursi. (…) Ed a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso verrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata.” (Il Capitale, Libro III, Capitolo XV, K. Marx).

Il capitalismo aveva bisogno di un altro elettroshock e la guerra è necessaria per decidere quale parte del capitale in eccesso debba essere sacrificata:“La perdita per la classe nell’insieme è inevitabile, ma quanto di essa ciascuno debba sopportare, in quale misura debba assumersene una parte, diventa allora questione di FORZA e di ASTUZIA (…)” (Il Capitale, Libro III, Capitolo XV, K. Marx).

 

Sbandamenti e continuità nella direzione degli USA

La situazione di declino degli USA come potenza capitalista egemonica e il ripiegamento che lo sviluppo delle forze produttive nel resto delle aree in cui il capitalismo si è espanso ha loro imposto, si è riflessa nella coscienza della borghesia statunitense in due orientamenti: da un lato, il tentativo di mantenere o espandere le proprie posizioni diplomatiche e militari; dall’altro, il ripiegamento murato sublimato come se fosse un atto volontario.

È sintomatico che, nonostante gli sbandamenti e i cambi di rotta quando si manifesta l’esaurimento di uno dei due orientamenti, nella successione tra frazioni della borghesia statunitense si siano prodotte anche continuità e si sia visto una frazione mantenere i dazi introdotti dall’altra o quest’ultima impegnarsi in interventi militari più propri dell’impostazione della prima. Non sono gli individui a decidere, ma sono spinti ad agire da leggi e processi che non controllano.

Ricordiamo che“(…) come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione” (Prefazione a Per la Critica dell'Economia Politica, K. Marx, 1859).

 

Le andature e gli inciampi del bullo daziario

La frazione della borghesia favorevole al ripiegamento murato ha ripreso le redini degli USA dopo l'esaurirsi del tentativo della frazione favorevole all'espansione diplomatico-militare. Diversi settori della borghesia statunitense si sono coalizzati in questa nuova edizione del ripiegameno murato, raccogliendo e integrando gli interessi del settore petrolifero, di quello finanziario, delle grandi piattaforme tecnologiche e della borghesia latinoamericana con base negli USA.

L’offensiva daziaria (v. pp. 9-14 di questo numero) avviata con il pomposo “giorno della liberazione” ha descritto una parabola per cui i dazi effettivamente imposti o “concordati” sono risultati sostanzialmente inferiori a quelli inizialmente annunciati, per poi soccombere alla resistenza del proprio stesso corpo sociale borghese ed essere infine annullati dai tribunali statunitensi, trovandosi ora di fronte a richieste di risarcimento da parte di migliaia di aziende degli stessi USA.

Ma i risultati più importanti di questo processo sono stati la capitolazione degli USA di fronte alla controffensiva dell’imperialismo cinese (blocco delle terre rare, sanzioni alle imprese, ecc.) e l’aver costretto il resto degli imperialismi concorrenti a stringere legami tra loro, sbloccando accordi e avvicinamenti che erano bloccati da anni come UE-Mercosur, UE-India, UE-Australia, UE-Indonesia, ecc., e avvicinamenti che sembravano molto difficili come India-Cina.

 

Ripiegamento bellicista, spaccone e annessionista

L’attuale corrente governativa negli USA ha avviato il suo secondo mandato con lo smantellamento dell’USAID, il ritiro degli USA dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Accordo di Parigi, per poi abbandonare il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU e, all’inizio dell’anno in corso, mettere in scena il proprio disprezzo per le istituzioni nate dalla Seconda guerra mondiale come strumenti della propria egemonia: “Gli USA abbandonano il trattato quadro dell’ONU sul cambiamento climatico e, su istruzione diretta del presidente del paese, Donald Trump, riducono o eliminano anche la partecipazione e il finanziamento a 31 organi del sistema delle Nazioni Unite, oltre ad altri 35 non collegati all’organismo multilaterale” (Expansión, 09-01-2026).

Il ritiro impotente da questi organismi è stato completato con la creazione del Consiglio per la Pace (Board of Peace), incaricato di amministrare la ricostruzione di Gaza (dove si presume sia in vigore un cessate il fuoco dall’ottobre 2025 che consiste nel fatto che l’esercito israeliano continua a sparare) e con la pretesa di gestire la pace mondiale. Oltre agli stessi USA, fanno parte di questo organismo: Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bielorussia, Bulgaria, Cambogia, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Kuwait, Marocco, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Vietnam.

Né il Canada, né il Messico, né l’Australia, né la Corea del Sud, né il Giappone, né l’India, né la Russia, né la Cina, né il Brasile, né il Sudafrica, né il Regno Unito, né l’UE, né le Filippine, ecc. Gli USA sono riusciti ad attirare dietro di sé (e vedremo per quanto tempo) circa il 7% del PIL mondiale! Un RIDICOLO completo, annunciato in pompa magna.

L'attuale riedizione di questo ripiegamento murato ha incorporato elementi dell’espansionismo diplomatico-militare, a mo’ di FOGLIA DEI FICO dei limiti e le carenze del proprio approccio, nel tentativo di far riaffiorare lo spettro ormai sbiadito della propria potenza militare. Ne sono esempi il ripristino della dottrina Monroe per cercare di recuperare l'influenza in America centrale e del Sud, le minacce di annessione della Groenlandia, i bombardamenti di sette paesi in meno di un anno (Venezuela, Siria, Iraq, Somalia, Nigeria, Yemen, Iran), l'intervento in Venezuela per controllare la produzione di petrolio e lo scatenarsi della guerra contro l'Iran.

 

Cause, aspettative e risultati

La frazione della borghesia statunitense favorevole al ripiegamento murato si trovava di fronte a una situazione interna sempre più difficile da controllare: la sua messa in scena anti-immigrazione era fallita; la sua politica tariffaria era stata messa al tappeto dall’interno dal proprio stesso corpo sociale borghese; i prezzi del petrolio si avvicinavano alla soglia del dolore per l’industria petrolifera statunitense ed erano insostenibili per quella venezuelana; la sovrapproduzione industriale, spinta dall’epicentro asiatico, esercitava pressione sul mercato mondiale; e l’aumento della produzione petrolifera in un mercato già saturo minacciava di far crollare ulteriormente i prezzi.

Tutto ciò ha spinto la frazione al governo della borghesia statunitense ad accelerare il passo prima di perdere completamente la scusa formale per attaccare l’Iran e scatenare la guerra nel Golfo Persico. Invalentita dal proprio successo in Venezuela e gonfiata dalla propria propaganda in relazione ai bombardamenti precedenti sull’Iran, la guerra contro l’Iran si presentava per gli USA come una panacea in grado di risolvere simultaneamente diversi problemi: spostare mediaticamente il collasso della politica daziaria deciso dalla Corte Suprema; colpire i paesi del Sud-est asiatico e, in parte, l’UE, che non era riuscita a sottomettere tramite i dazi, generando uno shock di approvvigionamento; elevare il prezzo del petrolio per rendere redditizio il fracking e il petrolio venezuelano, scaricando inoltre le perdite dei produttori a basso costo che stavano aumentando la produzione; punire gli Stati del Golfo interrompendo lo sviluppo delle loro alternative all’economia petrolifera; spingere gli Stati arabi, asiatici ed europei, colpiti in misura diversa dalla crisi dell’approvvigionamento, ad aderire alla coalizione militare sotto comando statunitense; restaurare il timore del potere militare degli USA attraverso una dimostrazione aerea su larga scala; e ottenere, infine, i dividendi elettorali che in passato avevano accompagnato gli attacchi contro l’Iran.

Ma nessuna di queste prospettive, o FUGHE IN AVANTI — a seconda di come le si voglia considerare — era destinata a realizzarsi così facilmente, e la maggior parte è condannata a produrre effetti contrari a quelli desiderati nel medio-lungo periodo e persino nel breve periodo.

Nonostante la polvere sollevata dalla guerra abbia mediaticamente spostato l’attenzione sul collasso della politica tariffaria, i dazi attuali dovranno essere convalidati dal Congresso entro 150 giorni e, soprattutto se l’attacco militare non si concluderà con un chiaro successo — cosa altamente improbabile — agli USA sarà ancora più difficile imporre le proprie condizioni al resto; la chiusura dello stretto di Hormuz ha spinto diversi paesi ad avvicinarsi all’Iran, che ha permesso il transito delle navi in cambio di una tassa in yuan, indebolendo il ruolo del dollaro come valuta energetica e rafforzando l’imperialismo cinese; per evitare un prezzo del petrolio fuori controllo, gli USA si sono visti costretti a consentire la vendita di petrolio russo e iraniano, mentre la paralisi e la distruzione della capacità produttiva negli Stati arabi del Golfo, senza riuscire a costringerli a collaborare contro l’Iran, elimina le basi di un loro futuro allineamento con gli USA; il mancato successo nel creare una coalizione militare sotto il proprio comando mette in evidenza l’incapacità degli USA di imporsi e spinge altri attori — in particolare l’UE — a cercare un ruolo più autonomo e a rafforzare i legami con gli imperialismi che non intendono farsi trascinare; la dimostrazione di potenziale distruttivo sta costando agli USA miliardi, bruciando il proprio arsenale senza riuscire a piegare l’Iran, che risponde con materiale bellico molto più economico; e infine, la frazione al governo statunitense, salita al potere con promesse di non intervenire militarmente all’estero, avrebbe potuto contare sul proprio consenso elettorale solo in caso di un’azione molto rapida e con un successo spettacolare, mentre la realtà è che non si intravede alcuna uscita che possa essere definita un successo e non è possibile sapere quanto a lungo la situazione possa ancora durare.

 

Il ruolo dello stretto di Hormuz

Attraverso lo stretto di Hormuz, secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA, secondo l’acronimo inglese), transitano i seguenti volumi di greggio, prodotti raffinati e gas naturale:

“Nel 2025, circa 15 milioni di barili al giorno di petrolio greggio – pari a quasi il 34% del commercio mondiale di greggio – hanno attraversato lo stretto di Hormuz, e la maggior parte delle esportazioni era destinata all’Asia. Cina e India hanno ricevuto insieme il 44% di queste esportazioni. (…) Giappone e Corea dipendevano in modo particolare dai flussi di petrolio che attraversavano lo stretto. (…) Solo il 4% dei flussi di greggio della regione era destinato all'Europa” (IEA, 28-02-2026).

Se si parla di petrolio in generale (greggio più prodotti raffinati), il volume aumenta: “Nel 2025, sono stati esportati circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio attraverso lo stretto” (IEA, 28-02-2026), anche se la percentuale sul totale diminuisce, dato che corrisponde al 20% del consumo mondiale.

“I mercati asiatici sono la principale destinazione del GNL del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Nel 2025, quasi il 90% del volume totale esportato attraverso lo stretto di Hormuz era destinato al mercato asiatico, mentre la quota dell’Europa era di poco superiore al 10%. (…) la quota di GNL fornita attraverso lo stretto ha rappresentato circa il 27% delle importazioni totali di GNL dell’Asia nel 2025 e solo circa il 7% degli ingressi totali di GNL dell’Europa” (IEA, 28-02-2026).

A ciò vanno aggiunti i seguenti dati forniti dall'Amministrazione dell'Informazione sull'Energia (EIA, acronimo inglese) in questo studio del giugno 2025: “Stimiamo che, nel 2024, l’84% del greggio e del condensato e l’83% del gas naturale liquefatto transitati attraverso lo stretto di Hormuz fossero destinati ai mercati asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono stati le principali destinazioni del petrolio greggio che ha attraversato lo stretto di Hormuz verso l’Asia, rappresentando complessivamente il 69% di tutti i flussi di petrolio greggio e condensato di Hormuz nel 2024. Questi mercati sarebbero probabilmente i più colpiti dalle interruzioni dell’approvvigionamento a Hormuz” (EIA, 16-06-2025). Secondo i dati della Revisione Statistica dell’Energia Mondiale elaborata dall’Istituto dell’Energia, il consumo di petrolio dell’Asia-Pacifico calcolato al 31 dicembre 2024 era di 38,44 milioni di barili al giorno, pari al 37% del consumo mondiale.  

È evidente che il ruolo dello stretto di Hormuz non è solo quello di far transitare il 20% del petrolio mondiale “in generale”. Lo stretto di Hormuz è, in realtà, l’ARTERIA ENERGETICA per l’approvvigionamento del 27% del gas naturale e del 42% del petrolio che sostiene le economie degli Stati dell’Asia-Pacifico. Attaccare lo stretto di Hormuz – o generare una situazione che ne comporti la chiusura, anche parziale – non comporta solo l’aumento del prezzo del petrolio, ma è un ATTACCO DIRETTO ALL’APPROVVIGIONAMENTO ENERGETICO che mantiene in funzione il capitalismo asiatico.

La dipendenza strutturale dell'Asia-Pacifico da questa rotta rende qualsiasi interruzione un rischio immediato per la sua stabilità economica. Attraverso lo stretto di Hormuz transitano 50 prodotti (gas nobili, urea, fertilizzanti, acciaio, diamanti, leghe di alluminio, metanolo, ecc.) “che rappresentavano un valore complessivo di 773 miliardi di dollari e una media del 14,9% del totale delle esportazioni mondiali per ciascuna categoria di prodotti” (Bloomberg, 27-03-2026) e le cui destinazioni sono principalmente i porti dell’Asia-Pacifico, sebbene i fertilizzanti – ad esempio – raggiungano anche i porti africani. Il suo blocco ha quindi un impatto anche su parte dei materiali che alimentano la manifattura asiatica, oltre a generare una carenza globale che fa aumentare i prezzi su scala mondiale.

 

La chiusura dello stretto di Hormuz

L'attacco contro l'Iran avrebbe provocato una sua reazione e la chiusura dello stretto di Hormuz. Gli USA, nonostante tutto il marketing successivo volto a rivendicare l'apertura dello stretto, sapevano perfettamente che questa sarebbe stata la prima conseguenza della loro azione.

Infatti, si può dire che la prima chiusura dello stretto di Hormuz sia opera degli USA: “Gli USA hanno emesso un avviso alla navigazione in cui indicavano che le navi della regione dovevano mantenersi a 30 miglia nautiche di distanza dai loro asset militari” (Bloomberg, 28-02-2026).

Tenendo conto che nel suo punto più stretto lo stretto misura solo 29 miglia nautiche (54 km): “Il colosso giapponese Nippon Yusen KK aveva precedentemente ordinato alla propria flotta di non navigare nello stretto di Hormuz, mentre la Grecia ha chiesto alla sua vasta flotta mercantile di riconsiderare il passaggio nella zona (…). Un armatore aveva dichiarato di interpretare l’avvertimento statunitense come un’effettiva chiusura della via navigabile” (Bloomberg, 28-02-2026).

In questo modo gli USA riuscivano a infliggere agli Stati dell’Asia-Pacifico un duro colpo alla loro catena di approvvigionamento, a bloccare una parte del petrolio in eccesso e, in particolare, quello più economico da estrarre, che coincideva proprio con quello dei paesi che stavano influenzando negativamente il prezzo aumentando la loro produzione. Il piano degli USA prevedeva inoltre di scortare le petroliere e le navi da carico attraverso lo stretto, assumendo il ruolo di gendarme della zona, inclusa “la possibilità di esigere che le navi scortate dalla Navy attraverso lo stretto di Hormuz sottoscrivano un'assicurazione del governo degli USA” (Financial Times, 18-03-2026).

Ma gli USA e Israele non sono stati in grado di eliminare in modo sostanziale la capacità balistica dell’Iran, che ha conservato la metà dei suoi lanciatori di missili e, insieme ai suoi droni Shahed, ha mantenuto la capacità di imporre a sua volta la chiusura dello stretto con i propri mezzi. Gli USA non sono disposti ad assumersi il costo di un intervento che metta in sicurezza il passaggio, ammesso che ci riuscissero, e non sono riusciti a trascinare il resto delle potenze imperialiste a fare fronte comune contro l’Iran. Ciò ha alterato sostanzialmente i piani descritti.

Anziché che siano gli USA a proteggere il passaggio esigendo la propria tangente, è l’Iran a trarre vantaggio economico e politico dal traffico marittimo. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha consentito il passaggio a navi provenienti almeno dai seguenti paesi: Turchia, Pakistan, India, Gambia, Cina, Oman, ma anche Francia, Grecia e Giappone, a un prezzo modico in yuan o stablecoin: “Nel caso delle petroliere, il prezzo di partenza nelle trattative si aggira solitamente intorno a un dollaro al barile di petrolio, pagabile in yuan o in stablecoin” (Bloomberg, 01-04-2026).

Inoltre, l’Iran ha annunciato che l’Iraq ha il permesso di passare: “Il fratello Iraq è esente da qualsiasi restrizione che abbiamo imposto nello stretto di Hormuz” (…); questa dichiarazione potrebbe portare all’esportazione di fino a 3 milioni di barili al giorno di petrolio iracheno” (Bloomberg, 04-04-2026).

Da parte sua, l’Iran continua a esportare attraverso lo stretto di Hormuz: “Si stima che le esportazioni si aggirino intorno a 1,6 milioni di barili al giorno a marzo, una cifra praticamente invariata rispetto a quella registrata prima del conflitto, e i carichi continuano a essere imbarcati sull’isola di Kharg e ad attraversare lo stretto” (Bloomberg, 26-03-2026).

Sebbene il transito di petroliere non iraniane sia in aumento, al momento si situa a un milione di barili al giorno, come si può osservare nel grafico seguente.

 

 

 

Fonti di approvvigionamento compensative

Per evitare un aumento eccessivo del prezzo del petrolio e anche come gesto nei confronti dell’India, gli USA hanno consentito l’acquisto di petrolio russo già caricato: “L’eccesso di petroliere cariche di greggio russo sta iniziando a ridursi gradualmente dopo essersi mantenuto stabile a circa 140 milioni di barili da metà dicembre” (Bloomberg, 16-03-2026). E con lo stesso obiettivo, gli USA hanno consentito la vendita di petrolio iraniano: “L'esenzione consentirà a 140 milioni di barili di greggio iraniano caricati sulle navi di arrivare sul mercato” (La Vanguardia, 22-03-2026).

D'altra parte, “il cruciale oleodotto est-ovest dell’Arabia Saudita che circonda lo stretto di Hormuz sta pompando petrolio alla sua capacità massima di 7 milioni di barili al giorno (...) Le esportazioni di greggio attraverso Yanbu hanno già raggiunto circa 5 milioni di barili al giorno e il regno sta esportando anche tra i 700.000 e i 900.000 barili al giorno di prodotti raffinati (…). Dei 7 milioni di barili al giorno che transitano per l’oleodotto, 2 milioni sono destinati alle raffinerie saudite” (Bloomberg, 28-03-2026). Nonostante l’entrata in guerra degli Houthi, gli attacchi dal Yemen si sono concentrati sul lancio di missili contro Israele e si stanno astenendo dal bloccare le esportazioni di petrolio saudita dal Mar Rosso (il che manderebbe all’aria la tregua con l’Arabia Saudita in vigore dal 2022).

Anche l'altro oleodotto principale della penisola arabica, che permette di evitare il traffico nello stretto di Hormuz, ha aumentato il volume di pompaggio: “i carichi di greggio da Fujairah hanno raggiunto una media di circa 1,9 milioni di barili al giorno tra il 20 e il 24 marzo, il che rappresenta un aumento di circa il 57%” (Bloomberg, 27-03-2026). Gli attacchi contro il porto da parte dell’Iran rendono instabile l’esportazione, ma il porto dispone di una capacità di stoccaggio che può consentire un rapido accesso al petrolio accumulato se gli attacchi cessano: “il porto di Fujairah dispone di una capacità di stoccaggio di oltre 70 milioni di barili di petrolio e combustibili per gli operatori” (Bloomberg, 16-03-2026).

Il problema del debito che si frapponeva tra il petrolio venezuelano e le raffinerie indiane (vedi pag. 17) si è risolto e la produzione venezuelana sta riprendendo lentamente: ”(…) le spedizioni verso l’India sono aumentate a marzo, superando quelle destinate agli USA. Ora, le esportazioni nazionali si aggirano intorno agli 890.000 barili al giorno, la cifra più alta dal dicembre 2019. (…) La produzione venezuelana è in aumento; ciò è reso possibile da un flusso costante di diluenti importati. (…) A marzo, le raffinerie indiane (…) hanno acquistato 343.000 barili al giorno” (El Nacional, 02-04-2026).

 

L’entità dello squilibrio nell'approvvigionamento

Come abbiamo accennato in precedenza, le riserve mondiali di petrolio ammontano a 8.200 milioni di barili. Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, tale quantità rappresenta (8.200 / 20 = 410) il petrolio che transita nello stretto di Hormuz in poco più di un anno. Detto questo, le riserve non sono distribuite in modo omogeneo e non sono direttamente accessibili nella loro totalità.

Quindi, se dei 20 milioni di barili al giorno (mbg) che attraversavano Hormuz, 7 mbg possono essere deviati attraverso il Mar Rosso e attraverso lo stretto continuano a passare circa 2,6 mbg – tra petrolio iraniano e non iraniano, quantità che potrebbe aumentare fino a 5 mbg se il transito del petrolio iracheno diventasse effettivo – il deficit lordo è di circa 8 mbg. Anche tenendo conto dell’eccesso previsto di offerta mondiale per il 2026, stimato in 4 mbg, persiste un buco netto di 4 mbg nel mercato mondiale.

I 280 milioni di barili iraniani e russi coprirebbero per 70 giorni questo deficit netto di 4 mbg o per 35 giorni il deficit lordo di 8 mbg. Ma anche in questo caso, l'accesso non è immediato né omogeneo e si tratta di volumi puntuali corrispondenti a carichi già imbarcati (a meno che gli USA non consentano di fatto la continuità di questi flussi, anche se non lo dichiarano formalmente, cosa che sta effettivamente accadendo con il petrolio iraniano). Il nuovo flusso di 343.000 barili al giorno dal Venezuela all'India funge da palliativo, ma richiede inoltre 45 giorni di trasporto per raggiungere la sua destinazione.

Di conseguenza, questi compensamenti, insieme al livello delle riserve mondiali, spiegano perché l’aumento del prezzo del petrolio sia relativamente contenuto (soprattutto se lo si deflaziona rispetto ai momenti in cui in passato il prezzo ha superato i 100 dollari al barile) e scenda rapidamente ogni volta che si intravede un accenno di cessazione delle ostilità. Ma ciò non toglie che il colpo sia reale e strutturale e che il suo impatto in termini di approvvigionamento si concentri in Asia, mentre il suo impatto in termini di prezzo riesca ad aumentarlo senza farlo sfuggire completamente al controllo. In entrambi i casi, gli USA risultano AVVANTAGGIATI dalla situazione.

Sebbene il blocco della navigazione attraverso lo stretto di Hormuz stia già generando un forte shock nella catena di approvvigionamento, è stata distrutta anche parte delle infrastrutture, generando un effetto a più lungo termine: “Più di 40 impianti energetici distribuiti in nove paesi del Medio Oriente hanno subito danni «gravi o molto gravi» a causa della guerra, secondo quanto dichiarato dal direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol, il che potrebbe prolungare le interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali” (Bloomberg, 23-03-2026).

 

Impatto sui paesi dell'Asia-Pacifico

Le riserve sono distribuite in modo poco omogeneo nei vari paesi asiatici: “Tra i grandi paesi asiatici, i più vulnerabili sono l’India e la Corea del Sud (…) poiché le loro attuali scorte coprono l’equivalente di 70 giorni di importazioni attraverso lo stretto di Hormuz. Nel caso della Cina, tale rapporto sale a circa 300 giorni (Pechino ha accumulato greggio nei mesi precedenti la guerra), mentre il Giappone dispone di una copertura di 170 giorni. Nei piccoli paesi asiatici, la situazione è più drammatica. Singapore ha riserve per 40 giorni di importazioni da Hormuz, e tale rapporto scende a 30 giorni in Myanmar, Vietnam e Filippine. Nel caso dello Sri Lanka, è di 60 giorni” (Expansión, 20-03-2026).

Conviene ricordare che il Giappone e la Corea del Sud sono membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia e hanno partecipato al rilascio coordinato di 400 milioni di barili di riserve strategiche annunciato il 12 marzo. Ciò ha permesso di attenuare parzialmente l’impatto sui prezzi, ma non elimina la loro vulnerabilità strutturale in termini di approvvigionamento fisico.

Risaltano le riserve cinesi, più precisamente: “L'estrazione di carbone ha raggiunto livelli record, in concomitanza con un'enorme ondata di energia solare ed eolica e dei relativi sistemi di accumulo a batteria, che stanno più che coprendo la crescita della domanda di energia elettrica. La Cina ha inoltre aumentato costantemente la produzione nazionale di petrolio e gas. Il paese ha progressivamente ridotto l'uso dei combustibili fossili in settori chiave. I veicoli elettrici e ibridi superano ora nelle vendite le automobili tradizionali in Cina, il che ha provocato un calo a lungo termine del consumo di benzina, che rappresenta più di un quinto del consumo di petrolio del paese.  Pechino ha inoltre creato importanti riserve di sicurezza. Secondo il fornitore di dati Kpler, decine di milioni di barili di greggio illegale provenienti da Iran, Russia e Venezuela si trovano su navi cisterna al largo delle sue coste. Le riserve strategiche di petrolio della Cina sono aumentate fino a raggiungere circa 1,4 miliardi di barili – più del triplo dei livelli degli USA –, sufficienti a coprire circa sei mesi di perdite nelle importazioni dal Medio Oriente nel peggiore dei casi” (Bloomberg, 11-03-2026).

Le implicazioni di ciò sono che l'imperialismo cinese è ben preparato alla situazione che si sta sviluppando, che quindi è il meno vulnerabile al colpo sferrato dagli USA e che coloro che stanno subendo un danno particolare a causa dell'operato statunitense sono gli altri paesi asiatici, che gli USA vorrebbero attirare a sé ma non possono fare altro che CALPESTARE.

Ciò può accelerare l'avvicinamento di molti di questi paesi alla Cina, se la situazione generata dagli USA dovesse protrarsi, e sebbene la Cina non possa sostituire i paesi del Golfo Persico come fornitore di petrolio, può utilizzare la sua posizione di forza come paracadute selettivo e aumentare la sua influenza nella regione. L'India ha già dovuto chiedere aiuto alla Cina per l'approvvigionamento di urea: “Circa il 47% dell'approvvigionamento mondiale di zolfo, il 43% di urea, il 27% di ammoniaca e il 24% di fosfato (tutti fertilizzanti) sono a rischio dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. L'UNCTAD (Nazioni Unite) calcola che 16 milioni di tonnellate di fertilizzanti transitino nella zona e che l'urea rappresenti i due terzi del totale. (...) L'India ha chiesto alla Cina di autorizzare la vendita di alcuni carichi di urea. (…) La Cina controlla le esportazioni di urea attraverso un sistema di quote. (...) Pechino è il principale produttore mondiale di urea" (La Vanguardia, 13-03-2026).

 

La rendita differenziale e il prezzo del petrolio

La conformazione del prezzo del petrolio è soggetta alle leggi della rendita fondiaria, illustrate da Marx nella Sezione 6 del Libro III de «Il Capitale». Questa teoria è stata esposta in relazione ai prodotti agricoli, ma è applicabile a tutte le risorse soggette a monopolio. Più concretamente, il prezzo del petrolio è soggetto alla rendita differenziale che sorge quando vi è una gradazione di fertilità (o facilità di estrazione del petrolio).

In generale, il prezzo di produzione del petrolio è determinato dal prezzo di produzione nel terreno meno redditizio che deve essere utilizzato per soddisfare la domanda. Gli impianti estrattivi che producono a un costo inferiore vendono al prezzo determinato dal terreno peggiore e ottengono un eccedente sulla base di quel prezzo regolatore, la rendita differenziale: “Il prezzo di produzione del terreno peggiore, che non produce rendita, è sempre il prezzo di mercato regolatore, quantunque (…) se venivano coltivati terreni sempre migliori.” (Il Capitale, Libro III, Sezione 6, Capitolo XXXIX).

Tuttavia, l'aumento della produzione sui terreni migliori può influire sul prezzo di riferimento se, con l'incremento della produzione, rende superflui i terreni di qualità inferiore, sottraendo loro tale ruolo e passando al terreno di qualità immediatamente inferiore il compito di regolare il prezzo, sulla base del quale il resto ottiene la rendita differenziale: “In questo caso il prezzo del grano prodotto dal terreno migliore diventa il prezzo regolatore nel senso che dipende dalla quantità fornita da questo terreno fino a qual punto il terreno A conservi la sua funzione regolatrice. Se B, C, D, producessero in misura eccedente il fabbisogno, A [il terreno peggiore] cesserebbe di operare come regolatore” (Il Capitale, Libro III, Sezione 6, Capitolo XXXIX).

Come abbiamo visto, c'è un eccesso dell'offerta di petrolio rispetto alla domanda (vedi pag. 18). Se questo è generato specificamente dall'aumento della produzione nelle zone in cui il costo di estrazione è inferiore, ciò comporta uno spostamento delle attività dalle zone con i costi più elevati. Pertanto, un eventuale equilibrio tra domanda e offerta, se basato su questa nuova composizione, comporterebbe un prezzo inferiore.

 

Gli Stati arabi del Golfo Persico

Cominciamo col chiarire come si articolano i costi e i prezzi del petrolio in questo ambito del mondo capitalista. A tal fine prenderemo in esame tre grandezze correlate: il costo di estrazione (lifting cost), il prezzo di equilibrio dell'intero ciclo (full-cycle cost) e il prezzo di equilibrio fiscale (fiscal breakeven).

  

Da questa tabella si evince chiaramente che il costo di estrazione nei principali Stati arabi del Golfo Persico è molto basso e che il prezzo di equilibrio per l'intero ciclo (per i pozzi già esistenti) è da tre a quattro volte inferiore rispetto a quello equivalente per il Merey venezuelano o lo Shale statunitense.

Questo basso costo è il motivo per cui la paralizzazione o il ritiro dal mercato di questi pozzi è particolarmente efficace per far salire il prezzo del petrolio e garantire la viabilità dei progetti più costosi e il conseguente valore strategico della chiusura dello stretto di Hormuz per ottenere questo risultato.

Tuttavia, c'è una sfumatura importante che emerge dalla tabella: i ricavi petroliferi continuano a svolgere un ruolo fondamentale e l’equilibrio di bilancio dello Stato – soprattutto in Arabia Saudita – si basa su un prezzo notevolmente più alto. Ciò significa che l'Arabia Saudita ha interesse a mantenere alto il prezzo del petrolio, motivo per cui negli ultimi tempi ha guidato i tagli dell'OPEP+.

Inoltre, l’Arabia Saudita normalmente produce intorno ai 9 milioni di barili al giorno, ma attualmente continua a poter produrre 7 milioni di barili al giorno, che vengono esportati attraverso il Mar Rosso. Da un punto di vista strettamente petrolifero, l’Arabia Saudita potrebbe compensare la perdita di volume con l’aumento del prezzo derivante dalla chiusura di Hormuz. I veri sacrificati, dal punto di vista petrolifero e gasiero, sono: Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman e gli Emirati Arabi Uniti, che dispongono di uno sbocco nel porto di Fujairah ma che, nella pratica, risulta inagibile a causa degli attacchi iraniani. In ogni caso, occorre considerare la percentuale di dipendenza di ciascun paese per valutare l’impatto reale della chiusura su ognuno di essi.

 Ma l’impatto del conflitto non si limita alla chiusura parziale di Hormuz. L’Iran ha colpito infrastrutture industriali, energetiche e aeroportuali in diversi paesi della penisola arabica, colpendo direttamente il progetto di trasformazione economica che questi Stati avevano costruito nell’ultimo decennio. Tutti loro – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein – hanno investito miliardi per sfuggire alla trappola del petrolio attraverso la creazione di un modello economico alternativo basato sul turismo, le compagnie aeree, i centri finanziari, i data center, i grandi eventi sportivi, la logistica globale e le zone franche. Gli Emirati Arabi Uniti si vantavano, nel gennaio 2026, che “l’85% del PIL proviene ormai da attività non legate al petrolio” (El País, 27‑01‑2026) e il loro obiettivo di diventare un hub regionale per turisti provenienti da USA, Australia, Cina o Giappone. Tuttavia, tutti questi settori dipendono da un requisito preliminare: stabilità. L’attuale conflitto la distrugge. Le rotte aeree vengono deviate, le assicurazioni si impennano, i grandi eventi vengono cancellati, i centri finanziari perdono attrattività, i data center vengono attaccati e la regione cessa di essere uno spazio sicuro per investimenti di lungo periodo.

“La guerra in Medio Oriente sta costando all’industria turistica della regione 600 milioni di dollari (517 milioni di euro) al giorno” (Financial Times, 13‑03‑2026) e il suo ruolo di hub di connessione aeronautica si è ridotto ai minimi: Emirates sta operando voli verso Dubai che, in alcuni casi, viaggiano praticamente vuoti (). I voli provenienti da destinazioni degli USA e dellEuropa continentale sono i più colpiti, con aerei che rientrano da Praga o Budapest con un tasso di occupazione compreso solo tra il 5% e il 10% (…). I voli in partenza da Dubai mostrano un andamento molto diverso, poiché molte persone stanno lasciando la città con il numero ridotto di aerei disponibili. Successivamente, Emirates riporta gli aerei al proprio hub con un basso livello di occupazione” (Bloomberg, 16‑03‑2026).

Inoltre, questi Stati dipendono in misura molto elevata dalla manodopera straniera: “24 milioni di operai e salariati, in schiacciante maggioranza asiatici” (La Vanguardia, 25‑03‑2026) che, se il conflitto dovesse intensificarsi, potrebbero voler tornare nei loro paesi d’origine, anche se la trappola economica può spingerli a restare nonostante il pericolo crescente: sono molti i paesi asiatici che dipendono in modo estremo dalle rimesse dei loro emigrati in Arabia. Il più esposto è il Nepal, dove il 25% del PIL dipende da essi. Altamente vulnerabili sono anche le Filippine (7,5% del PIL), il Pakistan e il Bangladesh (circa il 6%), lo Sri Lanka (4,5%) (…). Nel caso dell’India, lo stato del Kerala (…) dipende dalle rimesse dei suoi lavoratori nella penisola arabica tanto quanto il Nepal” (La Vanguardia, 25‑03‑2026).

La frustrazione per la situazione generata dagli USA e da Israele è evidente: “‘Chi ti ha dato l’autorità per trascinare la nostra regione in una guerra con l’Iran? (…)’, ha dichiarato (…), miliardario e magnate alberghiero di Dubai, in un post su X il 5 marzo. ‘Hai messo i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e i paesi arabi al centro di un pericolo che loro non hanno scelto’” (Bloomberg, 06‑03‑2026).

Sullo sfondo dell’azione degli USA, calpestando gli Stati del Golfo si trova la loro relazione con la Cina: “Tra il 2014 e il 2023, Pechino ha fornito circa 2,34 dollari per ogni dollaro che Washington ha donato o prestato ai paesi del Medio Oriente (…) La Cina ha accumulato investimenti e progetti di costruzione per un valore di circa 270 miliardi di dollari (…) Negli Emirati Arabi Uniti, le imprese cinesi stanno sviluppando il più grande sistema di accumulo di energia a batterie del mondo, mentre in Arabia Saudita stanno costruendo impianti solari e data center. L’anno scorso, le automobili cinesi hanno considerato gli EAU come il loro terzo mercato più grande a livello mondiale” (Bloomberg, 10‑04‑2026).

 

 

 

Ciò non elimina la frustrazione degli Stati arabi nei confronti dell’Iran, che risponde sparando contro tutti: “nonostante gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati del Golfo avessero impedito alle forze statunitensi e israeliane di utilizzare il loro territorio o il loro spazio aereo per lanciare attacchi contro Teheran” (Bloomberg, 06‑03‑2026). I paesi che hanno ricevuto il maggior numero di attacchi – in ordine decrescente – sono gli EAU, il Kuwait, il Bahrein, il Qatar e l’Arabia Saudita. Perfino Hamas è intervenuta in difesa delle monarchie arabe: “ha esortato i suoi ‘fratelli dell’Iran a evitare di attaccare i paesi vicini’, affermando in un comunicato che tutte le nazioni della regione dovrebbero cooperare ‘per preservare i legami di fratellanza’” (BBC, 14‑03‑2026).

 

Ripercussioni finanziarie e monetarie

Dall’inizio della guerra, “le azioni cinesi sono scese meno rispetto a quelle di altri mercati mondiali, lo yuan è rimasto stabile rispetto al dollaro e i rendimenti dei titoli di Stato sono variati appena” (Bloomberg, 11‑03‑2026), mentre gli investitori globali hanno preferito rimanere esposti ruotando i loro portafogli: il denaro si è mosso chiaramente da una parte allaltra del mondo (). I mercati emergenti hanno attirato 11,2 miliardi di dollari, con Corea del Sud, Taiwan e Hong Kong in testa; il Giappone ha registrato il suo maggiore afflusso settimanale di nuovo capitale dell’anno (4,6 miliardi); e l’Europa ha aggiunto 3,1 miliardi tra indici paneuropei e mercati locali. L’unica eccezione sono stati gli USA” (Expansión, 24‑03‑2026).

Parallelamente, “le banche centrali straniere sono state venditrici nette di titoli del Tesoro per cinque settimane consecutive. Le consistenze presso la Federal Reserve Bank di New York sono diminuite di circa 82 miliardi di dollari, scendendo a 2,7 trilioni di dollari, il livello più basso dal 2012. (…) La quota di titoli del Tesoro detenuta da investitori esteri era già scesa intorno al 32%, rispetto alla metà che rappresentava all’inizio degli anni 2010. Le banche centrali sono diventate venditrici nette all’inizio del 2025. Per la prima volta dal 1996, le banche centrali di tutto il mondo detengono ora complessivamente più oro che titoli del governo statunitense” (Bloomberg, 06‑04‑2026).

La combinazione di stabilità finanziaria cinese, rotazione globale del capitale verso l’Asia e l’Europa, vendite massicce di debito statunitense e accumulo accelerato di oro da parte delle banche centrali conferma il proseguimento dell’indebolimento della posizione degli USA come centro finanziario del capitalismo mondiale.

 

Lo spettro di ciò che un tempo fu la prima potenza

Gli USA fondarono la loro egemonia nel mondo capitalistico sui bombardamenti di Amburgo e Dresda, così come sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Da allora, l’imperialismo statunitense ha cercato di dimostrare nuovamente al mondo la propria capacità terroristica, con un successo decrescente: nel 1990 (prima guerra del Golfo), nel 2001 (Afghanistan) e nel 2003 (Iraq).

La ritirata con la coda tra le gambe dall’Afghanistan nel 2021 ha mostrato al mondo e alla stessa borghesia statunitense la propria incapacità di mantenere l’esercito dispiegato sul terreno.

A ogni occasione, gli USA sono sempre meno in grado di imporre ai loro “alleati” di partecipare o facilitare la loro azione militare. Lontano è il tempo del Patto delle Azzorre con USA, Regno Unito e Spagna; oggi gli ultimi due paesi imperialisti pongono ostacoli alla collaborazione militare. L’imperialismo europeo resiste a lasciarsi coinvolgere: “‘Non è la guerra dell’Europa’. Così ha affermato ieri l’Alta rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Sicurezza” (Expansión, 17‑03‑2026). “‘Non parteciperemo a questa guerra’, ha dichiarato lunedì sera il cancelliere tedesco Friedrich Merz. ‘Non lo faremo’. ‘La risposta è semplicemente no’, ha ribadito il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis (…). ‘La Norvegia non lo farà’, ha concordato il primo ministro Jonas Gahr Støre a Oslo (…) ‘Non siamo parte del conflitto’, ha detto Macron. ‘La Francia non parteciperà mai a operazioni per aprire o liberare lo stretto di Hormuz nel contesto attuale’” (Bloomberg, 17‑03‑2026).

E non è solo la Spagna ad aver negato l’uso delle sue basi militari ma anche l’Italia “ha negato agli USA l’utilizzo della base militare di Sigonella, in Sicilia, per diversi dei loro aerei diretti in Medio Oriente” (La Vanguardia, 01‑04‑2026). Anche il Regno Unito () ha dichiarato che non parteciperà a operazioni offensive contro lIran () Non ci lasceremo trascinare in una guerra più ampia, ha affermato Starmer (Bloomberg, 16‑03‑2026). Non si tratta di atti di coraggio, bensì della necessaria ammissione della loro incapacità di unirsi all’intervento e di inclinare la bilancia a proprio favore. L’imperialismo europeo procede zoppicando in campo militare, ma anche l’imperialismo britannico è in evidente declino: “Il Regno Unito è stato costretto a prendere in prestito una fregata dalla Germania per adempiere ai suoi obblighi con la NATO” (The Telegraph, 27‑03‑2026). Neppure il Giappone o la Corea del Sud, molto più colpiti dalla chiusura dello stretto di Hormuz, hanno accettato di coinvolgersi.

L’altra situazione che ormai non può più essere dissimulata è la ROTTURA della ripartizione mondiale e dell’ordine stabilito dopo la seconda carneficina mondiale. La presidente della Commissione Europea lo ha ammesso affermando che “l’Europa non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che è scomparso e non tornerà” (Expansión, 12‑03‑2026). La situazione spinge alcuni a sognare di uscire dall’incubo erigendosi a punto di riferimento per un gruppo di paesi non allineati: “‘Il nostro obiettivo è non diventare vassalli di due potenze egemoniche’, ha dichiarato [Macron, presidente francese] davanti agli studenti a Seul. ‘Non vogliamo dipendere dal dominio, diciamo, della Cina, né vogliamo essere troppo esposti all’imprevedibilità degli USA’. (…) Ha menzionato altri paesi con un orientamento simile: Australia, Brasile, Canada e India. Insieme, ha sostenuto, questa coalizione può lavorare su intelligenza artificiale, spazio, energia, energia nucleare, difesa, sicurezza… ‘qualsiasi cosa’” (Bloomberg, 03‑04‑2026).

E per completare il CIRCO, il buffone che rappresenta l’imperialismo statunitense afferma (a ragione) che la NATO è una “tigre di carta”, ma non può far uscire gli USA da questa organizzazione perché “nel 2023 il Congresso degli USA ha approvato una legge [promossa dall’attuale Segretario di Stato Marco Rubio] che impedisce a un presidente del paese di compiere tale passo unilateralmente” (Expansión, 02‑04‑2026).

 

Cessate il fuoco: gli USA salvati dal gong

Gli USA sono caduti più volte nell’errore di pensare che eliminare un individuo fosse sufficiente per raggiungere i propri obiettivi: lo Scià in Iran, Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, ecc. E ogni volta l’operazione si è ritorta contro di loro, perché quegli individui non erano altro che la manifestazione di un corpo sociale esistente o delle necessità imposte dallo sviluppo delle forze produttive. L’intervento in Venezuela, in cui l’individuo Maduro è stato consegnato dal Partito dell’Esercito per fare accordi con gli USA, ha fatto loro dimenticare l’esperienza precedente.

In un certo senso, la borghesia iraniana ha avuto una profondità di pensiero maggiore rispetto a quella statunitense e ha progettato la propria sopravvivenza come potenza imperialista contando sul fatto che i suoi dirigenti sarebbero caduti nei primi colpi, come infatti è avvenuto. Ma il fatto che USA e Israele abbiano liquidato l’intera cupola iraniana nel primo attacco e che nei successivi abbiano eliminato vari strati di comando in più non ha impedito all’esercito iraniano e alla Guardia Rivoluzionaria (sic) Islamica di continuare a funzionare, e ai suoi battaglioni di proseguire gli attacchi contro obiettivi preselezionati anche se la catena di comando si spezza. Confondere l’Iran con il Venezuela è costato caro agli USA.

Incapaci di sconfiggere militarmente l’Iran pur sparando tutto il loro costosissimo arsenale, incapaci di trascinare attivamente nel conflitto gli Stati arabi del Golfo pur essendo questi il bersaglio del fuoco iraniano, incapaci di trascinare l’imperialismo europeo e britannico, né il Giappone o la Corea del Sud, di fronte all’alternativa di cessare i bombardamenti senza aver ottenuto nulla e, peggio ancora, lasciando come status quo un Iran padrone di fatto dello stretto di Hormuz, il buffone Trump ha lanciato un ULTIMATUM. Dopo aver rinviato l’ultimatum che non voleva rispettare, la retorica del buffone ha iniziato a prendere toni deliranti, minacciando di riportare l’Iran all’età della pietra e di eliminare un’intera civiltà. L’unica azione all’altezza di tali affermazioni sarebbe stato il lancio di bombe atomiche sull’Iran. Fortunatamente per il buffone, l’esercito pakistano è riuscito a orchestrare un cessate il fuoco di due settimane che offriva agli USA un’uscita onorevole, e gli USA si sono aggrappati al chiodo ardente per evitare che il loro BLUFF venisse smascherato.

In realtà, il cessate il fuoco non è solo l’uscita che non trovavano, ma potrebbe persino essere una situazione in cui gli USA riescano a ottenere una parte dei loro obiettivi. Ora che gran parte del danno è fatto e che l’impatto sulla catena di approvvigionamento si è materializzato, per raggiungere una parte degli obiettivi, il mantenimento di una situazione sufficientemente instabile, ma che non costringa gli USA a essere nuovamente smascherati o a continuare a dilapidare i loro arsenali senza ottenere nulla, potrebbe essere un’opzione interessante per gli USA.

Nell’immediato, con lo stretto di Hormuz a un passo dall’essere nuovamente chiuso in qualsiasi momento, il prezzo del petrolio potrebbe mantenersi moderatamente elevato e potrebbe anche funzionare come un ricatto fino a un certo punto efficace sugli Stati arabi e asiatici.

Anche se per questa via gli USA riuscissero a ottenere tali risultati, gli effetti a lungo termine vanno nella direzione di approfondire il loro processo di DECLINO e ISOLAMENTO. Gli USA hanno dimostrato di poter ancora causare devastazioni e imporre al mondo capitalistico un collasso parziale, ma non sono in grado di sconfiggere l’Iran, così come non riuscirono a sconfiggere i talebani in Afghanistan. La paura che gli USA riescono a incutere oggi non è più quella della potenza egemonica che domina il mondo capitalistico, ma quella del bullo SENZA ROTTA che può provocare un caos in qualsiasi momento e di cui nessuno può fidarsi.

Questo spingerà ancora di più gli altri Stati capitalistici a dotarsi di alternative e a sostituire progressivamente la loro dipendenza sia dagli USA sia dal petrolio. E, in ogni caso, nessuno può escludere che, nel loro arretramento come potenza egemonica capitalista, gli USA si vedano spinti in un’azione disperata a utilizzare le bombe atomiche sulle quali fondarono la loro egemonia dopo la seconda carneficina mondiale.

 

Israele ha la sua agenda, ma non può giocare da solo

Sebbene Israele e USA si siano coalizzati per attaccare l’Iran, la realtà è che hanno motivazioni e obiettivi diversi. Israele ha bisogno che gli USA lo aiutino a bombardare l’Iran per poter condurre l’offensiva contro il sud del Libano senza dover affrontare contemporaneamente Hezbollah e l’Iran. Dall’altro lato, gli USA hanno bisogno dell’aiuto di Israele per cercare di sottomettere l’Iran.

Per la borghesia israeliana si tratta di indebolire al massimo gli alleati dell’Iran e i contrari all’espansione e al consolidamento israeliano. Nel processo iniziato con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva occupazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano, l’Iran ha perso progressivamente le sue posizioni (a Gaza, in Libano e in Siria) sotto l’attacco sistematico di Israele e, in misura minore, degli USA (vedi “Per il Comunismo” n. 8, gennaio 2025, p. 22). L’Iran ha assorbito queste perdite per mantenere la sua relazione diplomatica con l’Arabia Saudita e all’interno dei BRICS, cercando di evitare proprio la situazione attuale. L’attacco diretto e coordinato di Israele e USA lo ha costretto a rompere il mazzo. Israele cerca di imporre le proprie condizioni in Libano e per questo tenta di proseguire l’offensiva anche se USA e Iran raggiungono un accordo di cessate il fuoco.

 

Il capitalismo avanza verso la guerra mondiale

Gli USA stanno svuotando i loro arsenali, impiegando missili da diversi milioni di dollari per abbattere droni che costano appena qualche migliaio, il che evidenzia la loro difficoltà a imporre un vantaggio aereo decisivo e li lascerà temporaneamente indeboliti nell’affrontare altri fronti mentre ricostituiscono la loro capacità militare. Questo svuotamento, tuttavia, funge da stimolo per l’industria dell’armamento e per giustificare che “la spesa per la Difesa raggiunga i 1,5 trilioni di dollari nel 2027, cifra che rappresenterebbe un aumento del 66% rispetto agli storici 901 miliardi approvati per quest’anno (…) moltiplicando per più di sei quella della Cina” (Expansión, 09‑01‑2026). Parallelamente, l’imperialismo europeo “prevede di mobilitare 800 miliardi di euro per la Difesa entro il 2030” (Expansión, 13‑03‑2026), in un contesto in cui più di 100 paesi hanno aumentato la loro spesa militare nel 2024, raggiungendo i 2,7 trilioni di dollari.

Un altro aspetto importante dei conflitti attuali è che, pur rimanendo localizzati geograficamente, coinvolgono un numero crescente di potenze capitalistiche, essendo conflitti locali con intervento mondiale. La guerra in Ucraina ne è un esempio evidente. Ma la guerra nello stretto di Hormuz ha mostrato fino a che punto questa tendenza si sia accelerata: l’Ucraina “ha inviato rapidamente circa 200 istruttori specializzati nell’intercettazione di droni agli Stati del Golfo (…) ha firmato accordi per miliardi di dollari e con una durata di 10 anni con tre di questi ricchi Stati petroliferi: Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. (…) gli accordi prevedevano la fornitura e la produzione congiunta di droni ucraini (…) in cambio di energia dal Golfo e altre ‘risorse scarse’” (Bloomberg, 01‑04‑2026). L’affondamento di una nave militare iraniana che tornava da esercitazioni congiunte con l’India e gli stessi USA, da parte di un sottomarino statunitense al largo dello Sri Lanka, è anch’esso un indicatore della tendenza dei conflitti a svilupparsi su scala mondiale. Questa guerra è dunque un episodio della PREPARAZIONE DELLA TERZA GUERRA MONDIALE.

 

Contro la guerra imperialista, rivoluzione proletaria

L’unico modo per opporsi alle guerre che il capitalismo produce è la ripresa della lotta di classe contro la propria borghesia, la rottura del fronte nazionale interclassista (nei paesi belligeranti e nel resto). Per questo è necessario combattere l’influenza organizzativa e ideologica esercitata dalla borghesia attraverso il sindacalismo integrato nello Stato e attraverso il parlamentarismo, sviluppando una vasta rete di solidarietà e di lotta sul piano sindacale, al di fuori dei tentacoli dello Stato, nella quale il Partito Comunista Internazionale abbia conquistato un’influenza decisiva.

Per poter svolgere la sua missione storica, la classe operaia ha bisogno del Partito Comunista Internazionale, che deve riunire la parte più avanzata e decisa del proletariato, unificando gli sforzi delle masse operaie e dirigendole dalla lotta per interessi e risultati contingenti alla lotta generale per la rivoluzione mondiale, per l’instaurazione transitoria della dittatura rivoluzionaria del proletariato verso una società senza classi, senza proprietà privata, senza lavoro salariato, senza Stato, senza regime mercantile e d’impresa.

La parola d’ordine dei rivoluzionari a livello mondiale deve essere, intransigentemente e senza eccezioni:

  • Rifiuto di ogni nazionalismo: “gli operai non hanno patria”.
  • Rifiuto della solidarietà con l’economia aziendale e l’economia “nazionale”.
  • Disfattismo rivoluzionario contro la propria borghesia in tempi di guerra commerciale o militare.
  • Organizzazione congiunta e internazionale dei proletari di tutte le lingue nel Partito Comunista Internazionale per la RIVOLUZIONE COMUNISTA SU SCALA MONDIALE.

 

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