Sommario Per il Comunismo n.9

 

 

LEZIONI DALLA SCONFITTA DELLA RIVOLUZIONE PROLETARIA CINESE DEL 1926-1927

 

 

In queste note ricorderemo il processo di tradimento della rivoluzione proletaria cinese, sulle cui ceneri si è sviluppato l'attuale falso socialismo cinese, foglia di fico della attuale potenza capitalista, garante della controrivoluzione mondiale.

 

Tesi sulla questione nazionale e coloniale

Il Secondo Congresso della Terza Internazionale (1920) aveva adottato, tra le altre, le Tesi sulla questione nazionale e coloniale. Queste tesi stabilivano la tattica che i comunisti e i loro partiti dovevano seguire nei paesi in cui la rivoluzione antifeudale e/o anticoloniale era ancora in corso. Queste Tesi avevano fissato i seguenti limiti tattici:

" 11. Nei confronti degli Stati e paesi più arretrati, in cui predominano istituzioni feudali o patriarcali-rurali, bisogna tener presente: (...) e) È necessario combattere energicamente i tentativi fatti da movimenti emancipatori che non sono in realtà né comunisti né rivoluzionari, di inalberare i colori comunisti; l’Internazionale comunista non deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle colonie e nei paesi arretrati che alla condizione che gli elementi dei più puri partiti comunisti – e comunisti di fatto – siano raggruppati ed istruiti ai loro compiti particolari, cioè alla loro missione di combattere il movimento borghese e democratico. L’I.C. deve entrare in rapporti temporanei e formare anche unioni con i movimenti rivoluzionari nelle colonie e i paesi arretrati senza tuttavia mai fondersi con essi, e conservando sempre il carattere indipendente del movimento proletario anche nella sua forma embrionale." (Tesi sulla questione nazionale e coloniale, II Congresso dell'Internazionale Comunista, agosto 1920).

"9) (…) Nel primo stadio del suo sviluppo, la rivoluzione nelle colonie dev'essere attuata in base a un programma di rivendicazioni puramente piccolo-borghesi, riformistiche, quali la spartizione della terra ecc. Ma da ciò non consegue che la direzione, nelle colonie, debba trovarsi nelle mani dei democratici borghesi. Al contrario, i partiti proletari devono svolgere un'intensa propaganda delle idee comuniste e, appena ciò sia possibile, creare consigli di operai e contadini. Questi consigli devono operare allo stesso modo che nelle repubbliche sovietiche dei paesi capitalistici progrediti, per provocare il crollo definitivo del regime capitalista in tutto il mondo". (Tesi supplementari sulle questioni nazionali e coloniali, II Congresso dell'Internazionale Comunista, agosto 1920).

Nello sviluppo del Partito Comunista Cinese (PCC) si possono vedere le nefaste conseguenze della trasgressione dei limiti di questa tattica e, in particolare, le conseguenze del sacrificio della completa autonomia organizzativa dell'organizzazione comunista.

 

Un partito sacrificato appena nato

Il 1° luglio 1921 fu fondato a Shanghai il Partito Comunista di Cina, che avrebbe dovuto agire in conformità con le Tesi del II Congresso. Già nell'agosto del 1922, però, l'inviato dell'Internazionale Maring impose la decisione che i membri del Partito Comunista di Cina dovessero aderire anche al partito borghese-nazionalista cinese Kuomintang, sostenendo che esso dovesse essere "trasformato dall'interno", un'imposizione del tutto contraria alle Tesi del II Congresso.

La sottomissione al Kuomintang (e successivamente al Kuomintang di sinistra) è stata postulata in misura maggiore o minore da allora dall'Internazionale e ha raggiunto il suo apice proprio nelle date immediatamente precedenti la grande sconfitta proletaria del 1926 – 1927, quando l'Internazionale degenerata arrivò a nominare il Kuomintang come partito simpatizzante nel VI Esecutivo Allargato (dopo aver istituzionalizzato questa figura del tutto anomala fin dal V Congresso del 1924) e lo stesso Chiang Kai-shek come membro onorario del Presidium dell'Internazionale, il cui rappresentante in Cina affermò che "Nel periodo attuale, i comunisti devono fare i coolie per il Kuomintang".

 

La riabilitazione del menscevismo

Martinov, ex “economista” e poi menscevico, il cui passato politico è stato riabilitato in Russia e nell'Internazionale dallo stalinismo, pontificava (in una linea contraria alle Tesi del II Congresso): "In Cina l'iniziativa proviene dalla borghesia industriale e dagli intellettuali borghesi e quindi il Partito Comunista Cinese deve sforzarsi di non creare ostacoli all'esercito rivoluzionario contro i grandi signori feudali, contro i militaristi del Nord e contro l'imperialismo". (Rivista dell'Internazionale Comunista n. 5, marzo 1927).

Ecco come vengono descritte le tattiche deformate del PCC nel rapporto presentato al VII Esecutivo allargato (1926)

"Il pericolo maggiore consiste in questo: che il movimento delle masse si sposti a sinistra (...) È estremamente difficile per noi definire la tattica nei confronti della piccola e media borghesia, poiché gli scioperi degli operai che lavorano per gli artigiani o gli scioperi degli impiegati non sono altro che conflitti all'interno della stessa piccola borghesia. E poiché l'una e l'altra parte in lotta (cioè i datori di lavoro e gli operai) sono necessarie per il fronte nazionale unito (...) I dipendenti delle imprese che forniscono beni di prima necessità non devono mai ricorrere allo sciopero se esiste la minima possibilità di ottenere concessioni con mezzi pacifici. (...) Temendo lo sviluppo elementare del movimento operaio, il Partito ha acconsentito all'arbitrato obbligatorio a Canton e poi a Hankou".

 

Il doppio tradimento: metropoli e periferia

Nello stesso momento in cui veniva tradita la rivoluzione cinese (allora alla periferia del capitalismo), veniva tradito anche lo sciopero dei minatori in Gran Bretagna (allora metropoli del capitalismo), che divenne uno sciopero generale di 9 giorni. Con questo doppio tradimento le premesse della rinascita rivoluzionaria mondiale furono tragicamente eliminate nello stesso momento in cui la controrivoluzione stalinista prese il controllo della Terza Internazionale.

Nel 1926 a Shanghai si svolsero almeno 169 scioperi che coinvolsero più di 200.000 lavoratori. Il 21 marzo 1927, il Sindacato Generale di Shanghai indice uno sciopero generale insurrezionale. Chiang Kai-shek si avvicina a Shanghai mentre reprime i gruppi armati di lavoratori. Dichiara la legge marziale e inizia la repressione a Shanghai. L'Internazionale degenerata inizia ad accusare Chiang Kai-shek di essere un traditore e considera il governo di sinistra del Kuomintang a Wuhan come il centro della rivoluzione. Poco dopo, agendo a sbandate e senza un piano, l'Internazionale degenerata giunse a considerare la rivoluzione cinese al suo apice e chiamò all'insurrezione. Senza alcuna condizione o preparazione, tutte falliscono.

 

Conseguenze e lezioni

Nel dicembre 1927 diversi gruppi di lavoratori armati insorsero e riuscirono a prendere il controllo di Canton con un programma operaio (riduzione dell'orario di lavoro, confisca e distribuzione della proprietà privata, ecc.). Il proletariato cinese diede un'ultima dimostrazione di energia rivoluzionaria, ma tutte le precedenti azioni dell'opportunismo lo avevano condannato alla sconfitta. Il Kuomintang si riorganizzò e represse brutalmente gli operai di Canton. La Comune di Canton durò dall'11 al 13 dicembre 1927.

"Fu dunque un proletariato, politicamente, organizzativamente e militarmente disarmato contro il suo stesso istinto di classe (e al quale si aveva tuttavia l'impudenza di far balenare una possibile «via cinese al socialismo» nell'atto in cui si distruggevano le basi stesse, internazionali e soltanto internazionali, di una prospettiva simile), e fu un Partito condotto a sacrificarsi per rafforzare l'avversario di classe cedendogli perfino il segreto della centralizzazione organizzativa e dell'unicità di direzione politica, un Partito suicida, quelli sui quali poté abbattersi il colpo del 13 aprile". (In memoria delle migliaia di proletari massacrati a Shanghai il 13 aprile 1927 e nei mesi successivi in tutta la Cina, Il Programma Comunista 6-7, 1977).

"La Cina fu il banco di prova dei principi e delle tattiche della collaborazione di classe nei movimenti nazionali e coloniali. Negazione del ruolo autonomo e degli obiettivi specifici del proletariato, alleanza "antimperialista" con i partiti borghesi, adesione alla teoria menscevica della necessità di una "fase democratica": questi sono i principi che Mosca ha imposto alla Cina e che il PCC ha fatto propri per sempre. Voltando le spalle agli insegnamenti del Manifesto del Partito Comunista, alle lezioni delle rivoluzioni del 1848 e del 1871 in Europa, nonché alla linea adottata dai bolscevichi nell'ottobre del 1917, queste posizioni non solo hanno portato il proletariato cinese a una sconfitta irreparabile, ma sono state trasferite a tutte le rivoluzioni anticoloniali in Africa e in Asia. Con il proletariato sconfitto, era ancora necessario dare una risposta alla questione sociale e un quadro politico all'accumulazione del capitale. Fu l'urgenza di questa risposta, la gravità degli antagonismi che avevano messo in moto tutte le classi della vecchia società, a spingere Mao a giocare il ruolo del "vero Kuomintang". Avendo rifiutato di armare gli operai cinesi, ha armato i contadini piccolo-borghesi. Avendo negato la conquista del potere politico da parte del proletariato, si è assunto la responsabilità di fondare la "democrazia del popolo".” (Le mouvement social en Chine, Programme Communiste, numeri 27-37 dal 1964 al 1966).

 

Maoismo significa sunyatsenismo

Il partito che la linea di Mao Zedong rifondò dopo la sconfitta di Canton, a base contadina e senza alcun legame con il proletariato urbano, seguì sempre l'approccio del nazionalismo borghese cinese di Sun Yat-sen, diventando in realtà il "vero Kuomintang". Come riconosceva lo stesso Mao: "Questo nostro punto di vista coincide perfettamente con le tesi rivoluzionarie del dott. Sun Yat-sen (…) in Cina tutti i comunisti e tutti i simpatizzanti del comunismo debbono lottare per gli obiettivi della fase attuale; essi devono lottare contro l’oppressione straniera e spezzare il giogo feudale, devono liberare il nostro popolo dalla tragica sorte di un paese coloniale, semicoloniale e semifeudale ed edificare una Cina di nuova democrazia sotto la guida del proletariato, che si proponga, come compito principale, la liberazione dei contadini, cioè una Cina dei Tre principi popolari rivoluzionari del dott. Sun Yat-sen, una Cina indipendente, libera, democratica, unificata, ricca e potente. Noi agiamo proprio così”. (Sul governo di coalizione, Mao Zedong, 1945).

Tuttavia, cosa aveva detto Lenin di Sun Yat-sen?

"Sun Yat-sen (...) Un democratico cinese progressista, ragiona letteralmente come un russo. La sua affinità con i populisti russi è così grande da giungere fino all’identità completa nelle idee fondamentali e in tutta una serie di singole espressioni (...) la democrazia borghese della Cina è verniciata di un populismo del tutto identico. (...) In sostanza, a che cosa conduce la ‘rivoluzione economica’ di cui parla Sun Yat-sen in modo così ampolloso ed oscuro all’inizio dell’articolo? Al passaggio della rendita fondiaria allo Stato, cioè alla nazionalizzazione della terra per mezzo di una certa imposta unica (...) o, in altre parole: nazionalizzare la terra. È possibile una simile riforma nel quadro del capitalismo? Non soltanto è possibile, ma rappresenta di per sé il capitalismo più puro, conseguente al massimo grado, idealmente perfetto". (Democrazia e populismo in Cina, Lenin, 1912).

In altre parole, l'approccio del partito di Mao, in linea con quello di Sun Yat-sen, non era altro che l'estensione della rivoluzione borghese cinese e lo sviluppo del capitalismo in Cina.

La natura borghese del maoismo, come dello stalinismo, ha permesso che esso o sue versioni fossero un guscio ideologico adatto a una varietà di borghesie nazionaliste – alcune rivoluzionarie dal punto di vista borghese, altre nemmeno questo – in diverse parti del mondo (Cina, Vietnam, Cambogia, Corea, Cuba, Venezuela, ecc.) dove non hanno mai rappresentato una lotta per il superamento del capitalismo, né dove non si sono mai affermati né il comunismo né il socialismo.

 

Il falso socialismo maoista

La politica borghese del maoismo ha sempre incluso il mantenimento del lavoro salariato (sfruttamento) e la garanzia del profitto aziendale (accumulazione di capitale):

"Con il regime di nuova democrazia sarà adottata una politica di riassestamento degli interessi del lavoro e del capitale. Da un lato si difenderanno gli interessi degli operai: sarà introdotta la giornata di lavoro di otto-dieci ore a seconda delle circostanze, si provvederà in misura adeguata per l’assistenza ai disoccupati e per le assicurazioni sociali e si difenderanno i diritti sindacali. Dall’altro si garantiranno i legittimi profitti alle imprese statali, private e cooperative razionalmente dirette. In questo modo tanto il settore pubblico quanto il settore privato, tanto il lavoro quanto il capitale, contribuiranno insieme allo sviluppo della produzione industriale". (Sul governo di coalizione, Mao Zedong, 1945).

Coerentemente con il suo carattere borghese, il maoismo difenderà la sopravvivenza della produzione mercantile e della legge del valore nel socialismo, cioè il mantenimento del capitalismo, falsificando a piacimento il marxismo:

"La produzione di merci non è un fenomeno isolato. Tutto dipende da ciò a cui è associata: capitalismo o socialismo. Se è legata al capitalismo, allora è una produzione di merci capitalista. Se è legata al socialismo, allora è una produzione di merci socialista [sic]" (Mao, Annotazioni ai problemi economici del socialismo, 1959).

 

L’impostazione marxista

Contro questa impostazione dello stalinismo e del maoismo, che è linea Proudhon-Bakunin-Dühring-Stalin-Mao, ricorderemo in tre semplici citazioni la linea del marxismo, la linea della rivoluzione comunista per il superamento della produzione mercantile:

"È una verità indiscutibile ed elementare dell'economia politica, confermata anche dall'esperienza quotidiana e dall'osservazione della gente comune che, una volta che c'è lo scambio, lo sviluppo dell'economia è uno sviluppo piccolo-borghese, uno sviluppo capitalista". (Lenin, Sull'imposta in natura, 1921).

"la legge del valore, è la legge fondamentale precisamente della produzione di merci e perciò anche della forma più alta di essa, la produzione capitalistica". (Anti-Dühring, F. Engels, 1878).

"Nell'interno della società collettivista, basata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, i produttori non scambiano i loro prodotti; tanto meno il lavoro trasformato in prodotti appare qui come valore di questi prodotti, come una proprietà reale da essi posseduta, poiché ora, in contrapposto alla società capitalistica, i lavori individuali non diventano più parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto". (Critica del Programma di Gotha, K. Marx, 1875).

 

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