Sommario Per il Comunismo n.7 

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LA FISIONOMIA DEL PROCESSO DEGENERATIVO DEL NUOVO CORSO (1972-1982)

 

 

Un bilancio della degenerazione de "il Programma Comunista" tra il 1972 e il 1982

In concomitanza con la digitalizzazione del nostro archivio, intendiamo avviare in questo e nei prossimi numeri un approfondimento e uno sviluppo del bilancio di quello che è stato il processo degenerativo noto internamente come nuovo corso e della nostra lotta (che non è stata l'unica) contro questo processo revisionista, in difesa della continuità del programma comunista all'interno del vecchio Partito.

Per focalizzare la questione, non è obiettivo immediato di questo lavoro criticare le posizioni attuali della pubblicazione "il Programma comunista", senza pregiudizio di affrontare in futuro questa questione più limitata. Allo stesso modo, affronteremo la critica del ruolo svolto all'epoca da questa e da altre organizzazioni attuali che si dichiarano appartenenti al Partito[1], come risultato collaterale di questo lavoro, nella misura in cui è legato al processo degenerativo che stiamo studiando.

Quando parliamo di bilancio della degenerazione de "il Programma Comunista" ci riferiamo al processo vissuto negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta all'interno del Partito ricostituito nel secondo dopoguerra sulla base della continuità del programma comunista e delle lezioni tratte dalla degenerazione dell'Internazionale Comunista e dalla lotta della Sinistra comunista italiana al suo interno, l’organo principale del quale era la rivista "il Programma Comunista", come lo erano state "Battaglia Comunista" e "Prometeo", riviste in cui sono pubblicati i nostri testi fondamentali.

Come nel caso dell'Internazionale Comunista, negli anni Settanta, una serie di deviazioni tattiche si sono trasformate in deviazioni programmatiche e hanno portato a una serie di deviazioni organizzative per imporre il nuovo corso a tutta l'organizzazione che ha reagito contro queste deviazioni, fino a portare a una serie di rotture interne, che hanno assunto la forma di espulsioni e scissioni, generalizzate all'inizio degli anni Ottanta.

L'argomento è complesso e richiede un'estensione non trascurabile per poter esporre adeguatamente i diversi punti di scontro tra la corrente (o, in realtà, le correnti) che dalla direzione del Partito voleva sottoporre a revisione le sue basi teoriche, programmatiche e tattiche, da un lato, e, dall'altro, la corrente (in realtà, anche qui le correnti) che lottava contro questa degenerazione da un relativo isolamento imposto dalle circostanze.

Di fronte a questo problema è noto che l'attuale pubblicazione de "il Programma Comunista" abbia deciso di stendere un velo pietoso su di esso come se nulla fosse accaduto[2] e che, al contrario, "le Prolétaire/il Comunista" abbia da allora rigurgitato i cosiddetti "bilanci" in cui difendevano le azioni del Centro all'epoca (le loro proprie azioni), contraddicendosi ad ogni passo, cambiando la versione dei fatti e trasformandosi più volte nel processo; il tutto con l'obiettivo di seppellire sotto una montagna di terra le proprie posizioni e azioni dell'epoca.

Entrambi i frammenti, provenienti dal centro degenerato di allora, hanno in comune il fatto di circoscrivere la crisi degenerativa all'ottobre 1982 in Francia e al giugno 1983 in Italia. Entrambi, cioè, rivendicano la linea tattica, programmatica e organizzativa che hanno imposto al Partito a partire dal 1972 e collocano la crisi nel momento in cui sono stati allontanati dalle loro posizioni di direzione (anche se è noto che gli attuali dirigenti de "le Prolétaire/il Communiste" hanno legalizzato "Combat" e controllato il suo fondo economico), dopo aver compiuto tutta l'opera di distruzione interna delle posizioni della Sinistra.

Il bubbone che è scoppiato alla fine del 1982 e che è esploso in sequenza nel successivo periodo di cannibalismo tra coloro che avevano imposto la loro linea interclassista e attivista al Partito, si è sviluppato in un processo iniziato molto prima.

In questo numero potremo solo abbozzare i temi che verranno approfonditi in seguito, con l'obiettivo principale di presentare una descrizione sintetica ma sufficientemente dettagliata della fisionomia del nuovo corso, di come il processo degenerativo si è manifestato all'esterno.

 

Crisi precedenti

Quella a cui ci riferiamo non è l'unica crisi che ha attraversato il Partito formale ricostituito dopo la Seconda guerra mondiale. Altre, il cui studio è ancora più importante, sono sia la rottura con l'attivismo dameniano che prese il controllo di Battaglia Comunista e Prometeo nel 1952 (oggi "Tendenza Comunista Internazionalista") sia la doppia rottura rappresentata dalle Tesi del 1965-66 contro la deviazione mistico-idealista (che diede vita alla rivista "Invariance") e contro la deviazione attivista che voleva reintrodurre il centralismo democratico nel Partito (che diede vita a "Rivoluzione Comunista").

Nella lotta contro queste deviazioni, il Partito ha prodotto materiali teorici fondamentali, ribadendo la continuità del programma comunista, uscendone rafforzato nel suo bagaglio teorico, tattico e programmatico. Le "Tesi caratteristiche" (1951), le "Considerazioni sull’organica attività del Partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole" (1965), le "Tesi di Napoli" (1965) e le "Tesi di Milano" (1966) condensano – insieme ad altri testi – le basi fondamentali del Partito, in piena continuità con le "Tesi della Frazione Comunista Astensionista" (1920), le "Tesi sulla tattica del Partito Comunista, di Roma" (1922), le "Tesi sulla tattica presentate al IV Congresso dell'IC" (1922) e le "Tesi di Lione" (1926).

Lo stesso non si può dire della rottura[3] del 1973 con i "fiorentini" che oggi pubblicano "il Partito comunista". Le posizioni difese allora e portate avanti nell’organizzazione sulla tattica sindacale erano sbagliate[4] e costituivano una deviazione dall'analisi fatta dal Partito sulla natura delle grandi organizzazioni sindacali nella dinamica dell'integrazione nello Stato. Ma anche le posizioni di coloro che rimasero e incorporarono alla direzione del Partito erano altrettanto confuse, oscillanti e sbagliate, come divenne chiaro in seguito. Così, analizzando le deviazioni tattiche e più specificamente la questione sindacale, vedremo che le "tesine sindacali" del 1972 (pubblicate come "il partito di fronte alla questione sindacale" ne "il programma comunista" nº3/1972) contengono posizioni spontaneiste e antisindacali che implicano una revisione degli approcci del Partito e che sono alla base degli errori tattici successivi. Torneremo su questo tema in un altro numero per affrontarlo con la profondità che richiede, ma gran parte degli errori e delle derive tattiche che vedremo di seguito e che si sono sviluppate nel corso degli anni Settanta derivano dalla ricerca di sostituti e surrogati dell'ovvia centralità dell'intervento a livello sindacale nella nostra tattica e nei testi del Partito. [5]

È importante osservare che nelle crisi del 1952 e del 1964 il Partito fu accusato di immobilismo, di essere "attesista" o "attendista", di non essere sufficientemente politico. È esattamente la stessa accusa che, a partire dalla metà degli anni Settanta e all'inizio degli anni Ottanta, la dirigenza degenerata del Partito lanciò contro le sezioni che si opponevano al nuovo corso. Nel 1952 e nel 1964 il Partito aveva respinto le deviazioni attiviste. Nel 1972-82, la situazione si era capovolta ed era l'attivismo a dirigere l'organizzazione e a consumare la distruzione della linea storica del Partito dall'interno.

 

Le cause della degenerazione

Diciamo subito che le cause delle successive crisi del Partito formale, così come del processo degenerativo che ci proponiamo di studiare, non possono essere ricercate in individui o correnti specifiche. Anche se dovremo seguire il ruolo svolto da questi o da quelli per mostrare lo sviluppo del processo degenerativo, non saranno mai gli atti di questo o quell'individuo a spiegare le cause della degenerazione.

La causa ultima della degenerazione e del processo che l'ha portata è stato il peso del prolungamento della controrivoluzione iniziata nel 1926, i cui effetti pesano ancora duramente. Abbiamo sempre detto che "il partito non può non risentire dei caratteri della situazione reale che lo circonda" (Considerazioni del 1965) e il peso del prolungamento di una situazione storicamente sfavorevole si fece sentire, nonostante il Partito avesse nelle Tesi di Napoli e di Milano gli strumenti di navigazione necessari.

A questo dobbiamo aggiungere, come fattore di accelerazione, alla fine degli anni Settanta:

  • Le ultime battute dei movimenti rivoluzionari democratico-borghesi nelle colonie (una fase considerata sostanzialmente chiusa dal Partito in tutta l'area afro-asiatica già nel 1964[6]), battute che si protraggono fino al 1975 (con la sconfitta degli USA in Vietnam e l'indipendenza formale di Timor Est, Mozambico, Angola e Sahara Occidentale da ciò che restava delle "metropoli" europee), con il relativo riverbero nell'acqua bollente della piccola borghesia e, soprattutto, degli studenti.
  • Il massiccio afflusso di militanti provenienti dall'ondata del Maggio 68 e da altre organizzazioni (fagocitate senza possibilità di digestione), cercato attivamente dai centri parigini e milanesi e dagli altri esponenti del nuovo corso per sostituire, rimpiazzare o fare da parte la militanza esistente che si opponeva al cambio di rotta che veniva imposto al Partito.
  • Un'incomprensione (o una dimenticanza interessata) delle previsioni e delle condizioni del Partito in relazione al potenziale della crisi del 1975, che ha portato al tentativo di colmare il divario tra la curva economica e la curva sociale, accusando il Partito di un presunto "ritardo" nel "cambio di fase".

Questi ultimi fattori hanno generato un contesto di impazienza e di frenesia, la valutazione di un "momento decisivo" a cui sacrificare tutto, che è stato il catalizzatore di tutta una serie di errori precedenti consistenti in una deriva dell'organizzazione in direzione attivista, movimentista, democratica e nazionalista, "scoprendo" nuovi terreni "pratici" e "nuove armi" (il programma comunista, n.20, 1982).

 

La lotta contro il nuovo corso

Nel n. 33 del 1992 de "il Comunista", gli stessi eredi del nuovo corso ("le Prolétaire"/"il Comunista", exCombat) raccontano la precedente resistenza opposta dall'insieme dei militanti del Partito di molteplici sezioni che si opponevano alla revisione delle impostazioni del Partito, della linea teorica, programmatica e tattica della Sinistra Comunista, cioè che si opponevano al nuovo corso rappresentato allora - insieme ad altri - dall'attuale redazione de "il Comunista" (exCombat).

"Per questa parte di compagni ogni decisione presa al di fuori di quanto e di come era « già stato fatto » in precedenza, ogni interesse per problematiche che investivano il terreno della critica politica e teorica non affrontate e risolte con tesi e punti fermi in precedenza (dal partito attuale o dal partito comunista d'Italia negli anni Venti), assumeva l'aspetto del pericolo o addirittura del tentativo di portare il partito fuori dalla sua rotta e di inficiarne la capacità teorica e politica.

Contro una visione di tal genere - che andò via via caratterizzandosi come difesa ad oltranza di quanto, non tanto la sinistra comunista come corrente politica, ma di quella italiana in particolare e soprattutto della persona Amadeo Bordiga, aveva detto scritto fatto, senza comprendere in realtà la lezione profonde delle battaglie di classe condotte dalla sinistra comunista - si sviluppò una lotta politica interna condotta in particolare dal Centro attraverso lo sforzo di reinquadrare i problemi dell'oggi e le differenze di situazione storica senza perdere il filo conduttore di quelle battaglie di classe.

Questa circolare del marzo 1976, alla pari di altre precedenti e di successive, fa parte di questa lotta politica interna. (…) Da questo punto di vista, questa circolare segna un punto a favore, se così ci si può esprimere, alla lotta sia contro il conservatorismo di partito ben radicato purtroppo nell'organizzazione, sia contro quell'arroganza teorica mescolata ad un velleitarismo verbale ma pratico immobilismo caratteristici degli antidialettici legati ad una visione mistica del partito, della lotta di classe, del proletariato e del suo movimento, della rivoluzione, del comunismo.” (Premessa alla circolare del 1976, pubblicata in “il Comunista”, n.33, 1992, pag. 9).

 

I militanti e le sezioni che in Francia e in Italia si opposero a questa revisione dei principi e delle tattiche del partito furono etichettati come "attendisti". In queste sezioni che resistevano alle manovre e alle pressioni disciplinari della direzione del nuovo corso, la trasmissione della "fiamma lungo lo storico «filo del tempo»"[7] non era stata interrotta e i giovani militanti avevano appreso dai vecchi militanti non solo l'ABC del marxismo, ma un metodo e il significato della militanza, la vecchia guardia aveva trasmesso "uno consegna incorrotto e potente a una giovane guardia"7.

La sezione spagnola era composta da operai emigrati nelle fabbriche in Germania e lì avevano incontrato vecchi militanti italiani del Partito, anch'essi emigrati a causa delle persecuzioni staliniste o per motivi economici. Lì hanno conosciuto, lavorato e militato a fianco di una vecchia guardia da cui hanno potuto apprendere una consegna incorrotta che da quel momento hanno difeso con le unghie e con i denti contro ogni deviazione, rinnovamento o aggiornamento della linea del marxismo e della Sinistra. Come nelle sezioni che si sono opposte al nuovo corso, questi compagni hanno imparato un metodo e il significato della militanza, in un momento in cui il nuovo corso cominciava a manifestarsi nella direzione dell'organizzazione formale.

Questi compagni tornarono nello Stato spagnolo per sviluppare un'azione di partito che comprendeva la pubblicazione della rivista "El Comunista" (dal 1974), la traduzione di testi di partito, lo studio e la formazione di simpatizzanti e militanti, il monitoraggio della stampa borghese e dello sviluppo dell'economia capitalista, nel vivo dell'intervento nelle lotte della classe operaia, degli occupati e dei disoccupati. Nel caso della sezione spagnola, di fronte all'impossibilità di risolvere la questione con la qualifica di "attendista" (falsamente applicata ad altri) data l'evidente intensità della nostra attività sul piano sindacale, il centro bicefalo (Parigi-Milano) ha coniato la qualifica di "sindacalisti e genericamente teoricisti".

Questo era il modo del nuovo corso per dire che non rinunciavamo allo studio dei testi fondamentali e che questi erano la base della formazione dei simpatizzanti e dei militanti e la guida esclusiva di tutta la nostra azione, mentre allo stesso tempo sviluppavamo la nostra attività all'interno della classe operaia (di cui facevano parte tutti i membri della sezione, la maggior parte dei quali aveva conosciuto il Partito attraverso il contatto con i compagni italiani in emigrazione, nelle fabbriche della Germania[8]), piuttosto che negli organismi interclassisti o nei comitati di fronte unico politico dove il nuovo corso voleva che si facesse.

Deve essere stato difficile per gli emissari delle varie correnti del centro degenerato, nella nostra sezione e in altre che si opponevano al nuovo corso, vedere compagni operai che portavano avanti non le tattiche innovative del nuovo corso, ma le tattiche del Partito storico, della linea della Sinistra Comunista, e non poterli imbrogliare con metodi di intellettualismo a buon mercato, perché questi operai mantenevano l'abitudine allo studio individuale e collettivo e conoscevano i testi fondamentali del Partito meglio degli inviati del centro. Da qui, il conio della doppia etichetta di "sindacalisti e genericamente teorici" che alcuni[9] continuano a ruminare come "spiegazione" per il consumo interno ed esterno della nostra esistenza.

 

Una panoramica sulla fisionomia del nuovo corso

Per il lettore che non ha vissuto il processo degenerativo che stiamo studiando, può essere utile fare una panoramica non esaustiva della fisionomia del nuovo corso seguendo la stampa dell'organizzazione. Poiché alcune organizzazioni attuali, come "le Prolétaire"/"il Comunista" (ex-Combat), nel tentativo di nascondere il loro ruolo nel nuovo corso alla stessa direzione del Partito, ripetono ad nauseam che il cambio di rotta è avvenuto nell'ottobre 1982 (Francia) o addirittura nel giugno 1983 (in Italia), andremo un po' più indietro nel tempo per avere una prospettiva più ampia.

Nel 1972 furono pubblicate le "tesine sindacali". Scritte da chi sarebbe stato poi espulsa dalla direzione del nuovo corso, sono sempre state difese dal nuovo corso, visto che su questo tema c'era identità di posizioni tra loro. In queste "tesine" si dice degli organismi intermedi che: "Queste organizzazioni possono anche non essere i sindacati - e non lo saranno nella prospettiva di una brusca svolta nel senso dell'assalto rivoluzionario (…)". Ciò rappresenta la restituzione del damenismo[10] sulla questione sindacale, la negazione delle posizioni di lunga data del Partito contenute in "Partito rivoluzionario e azione economica" (1951) e nelle "Tesi caratteristiche" (1951). In questo stesso testo, parlando dei gruppi di lavoratori combattivi che si organizzano al di fuori del sindacalismo integrato per lottare contro i padroni si dice: "(…) ma, riconoscendovi il sintomo di una istintiva reazione proletaria allo stato di impotenza al quale i sindacati riducono le sue lotte e rivendicazioni, [il Partito]  deve trarne motivo per inculcare in uno strato sia pure esile di sfruttati la coscienza di come i loro sforzi, per quanto generosi, siano condannati a rimanere sterili se la classe non trova in sé la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell'attacco diretto e generale al potere capitalistico". La funzione del Partito non sarebbe più quella di "prevedere le forme e incoraggiare la apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata" (Tesi caratteristiche, 1951), ma di convincere i proletari combattivi della sterilità (sic) dei loro sforzi se la classe non trova "in sé" (può esserci un'eliminazione più cruda della funzione del Partito?) né più né meno che "la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell'attacco diretto e generale al potere capitalistico". Anche il più spontaneista degli spontaneisti rimane un semplice apprendista spontaneista di fronte a questi veri campioni dello spontaneismo!

Nel 1974 fu lanciato la consegna del Fronte Unito Proletario e furono fatte proposte formali ad altri gruppi politici.[11]

Sempre nel 1974, si invita a partecipare al referendum sul divorzio, affermando che "i proletari voteranno giustamente contro l'abrogazione della legge esistente", aggiungendo "meglio una briciola che nulla" (il programma comunista, nº7/1974, p. 2), una posizione difesa nei numeri 9 e 10 dello stesso anno. Allo stesso modo, la partecipazione al referendum sull'immigrazione in Svizzera viene descritta come un "gesto di solidarietà elementare" (le Prolétaire, nº 184/1974, p. 3).

Nel 1976, nella circolare del 26 marzo, il centro degenerato teorizzava l'intervento negli organismi interclassisti per difendere gli "interessi immediati comuni" (sic) di "proletari e non proletari" (sic): "NEL SECONDO CASO (Organismi a base interclassista) rientrano quegli organismi a base non soltanto proletaria in cui tuttavia si dibattono questioni o si difendono interessi ai quali la classe operaia non è e non può essere indifferente: comitati di donne, di soldati, di inquilini, della scuola ecc. Con le riserve considerate nel caso precedente, possiamo e dobbiamo entrarvi sia semplicemente per propagandare le nostre posizioni, fosse pure per un solo giorno e di fronte ad un solo proletario, sia per svolgervi un'azione più o meno continuativa, non ponendo come pregiudiziale alla nostra partecipazione la adozione da parte dello stesso organismo di obiettivi di classe ai quali esso è per origine estraneo e refrattario, ma sostenendo energicamente nel suo seno: 1) che gli interessi immediati comuni al soldato, alla donna ecc. proletari e non proletari si difendono efficacemente solo se si agisce in collegamento con la lotta proletaria di classe; 2) che la soluzione finale dei problemi assillanti quel certo strato sociale risiede nel socialismo e solo in esso; 3) che in entrambi i casi il solco su cui ci si deve muovere è il medesimo della classe per eccellenza rivoluzionaria, il proletariato." (Circolare di partito sull’ intervento sul terreno immediato, 26 marzo 1976, ripubblicata e rivendicata da “il Comunista” nel numero 34-35). Questi erano i nuovi "organismi intermedi" interclassisti (non più organi di lotta immediata di tipo sindacale) a cui le "tesine sindacali" avevano aperto la porta e nella cui palude interclassista il nuovo corso voleva costringere i militanti comunisti ad annegare, pena l'essere considerati "attendisti".

Di fronte all'opposizione delle sezioni del partito contro questa impostazione interclassista che si scontrava con l'intera linea del partito (e della lotta della Sinistra per la separazione prima dall'opportunismo e poi dalla degenerazione della Terza Internazionale) che pone espressamente il veto all'azione del partito negli organismi interclassisti[12], la direzione degenerata del nuovo corso teorizzò: "che le decisioni prese centralmente suscitino a volte perplessità e incertezze, è un fatto che deve considerarsi scontato e di cui non v'è ragione di allarmarsi purché si abbia il coraggio e la fermezza di guardarlo in faccia" (Circolare di partito sull’ intervento sul terreno immediato, 26 marzo 1976, ripubblicata e rivendicata da “il Comunista” nel numero 33). Si tratta di un'altra innovazione rispetto alle posizioni di sempre. Al contrario, la Sinistra aveva difeso al IV Congresso dell'Internazionale Comunista che un'organizzazione politica "fondata (…) sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni" e che "Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta”.[13] La direzione del nuovo corso era in pieno processo di far saltare in aria la chiarezza, la precisione e la continuità delle nostre posizioni tattiche, l'unico luogo in cui la Sinistra ha ritenuto che "sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale". La Sinistra rivendica che "tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato applicare", "chiarezza, decisione e continuità", ma il centro degenerato del nuovo corso teorizza: "perplessità e incertezze".

Nel novembre 1977, il Partito ha firmato un comunicato congiunto con le organizzazioni maoiste in lotta per i rifugi di Sonocotra[14] e, successivamente, nell'aprile 1978, sono stati fatti degli appelli con queste stesse organizzazioni e con il Partito Socialista Francese (PS) e il Partito Socialista Unificato (PSU).

Nel 1978 è stato rivendicato il diritto di voto dei lavoratori immigrati: "Questo è il senso della nostra esigenza di abolizione di ogni discriminazione in materia di diritti politici (e quindi anche nel diritto di voto) tra i lavoratori di diverse nazionalità". (Le Prolétaire, n. 262, 1978, p. 2).

Nel 1979 abbiamo la creazione artificiosa del "Comitato Nazionale contro i Licenziamenti" (CNCL) sulla base di dieci (sì, 10) operai FIAT licenziati ("il programma comunista", n. 22/1979, p. 6), in un atto di attivismo sindacale che si risolve in un organismo in cui non c'è una partecipazione operaia reale, ma solo un'aggregazione di militanti di diverse organizzazioni politiche, che serve in realtà come piattaforma per un fronte unico politico combinato a un autentico e vuoto attivismo sindacale.

Nel dicembre 1981, il nuovo corso de "le Prolétaire" recuperava il fronte unico politico (su cui le nostre tesi avevano posto il veto) ribattezzato "fronte di classe" ("le Prolétaire" nº349/1981, p. 3) includendo ogni tipo di accordo possibile con altri partiti.

Vi fu anche la creazione del RIPRA (Comité Riposte à la Répression en Algérie) nel 1981 e riunioni come quella del 22-05-1982 con l'obiettivo di "creare un collettivo unitario contro la repressione in Algeria" a cui parteciparono il Comitato per la Difesa dei Diritti Culturali in Algeria e l'Associazione Sindacale degli Studenti Algerini in Francia e una serie di altre organizzazioni definite dallo stesso El-Oumami[15] come piccolo-borghesi. Nonostante l'incontro non avesse portato a niente, El-Oumami propose la "base minima su cui possiamo considerare la collaborazione con altre forze che hanno un programma e un'ideologia diversa dalla nostra" (El-Oumami, n. 26, p. 4) [16].

In altre parole, mentre ai militanti comunisti attivi nell'attività sindacale veniva ripetuto all'infinito che dovevano rimanere nella camicia di forza del sindacalismo integrato o considerare sterili i loro sforzi, la direzione del Partito in Italia e in Francia era impegnata a creare artificialmente comitati di attivisti del fronte unito politico, come il CNCL, il RIPRA e il Comitato di solidarietà libano-palestinese ("Le Prolétaire", n. 363 del 1982, p. 2). Ciò che è chiaro è cosa il nuovo corso voleva che esistesse e cosa non voleva che nascesse.

Nel 1980 il nuovo corso aveva già sostenuto la "solidarietà (…) con i detenuti politici irlandesi", definiti letteralmente "eroici ribelli irlandesi" ("il programma comunista", n. 23, 1980, p. 5).

Nel 1981, "gli «encapuchados» del 23 de Enero" vengono definiti “onore del proletariato venezuelano", considerandolo "un risultato di per sé notevole, quello di tener viva la fiamma della rivolta di classe". ("il programma comunista", nº6/1981, p.6).

Sempre nel 1981, viene pubblicato un articolo sulle "lotte alla mensa universitaria di Firenze". È forse la lotta dei lavoratori di quella mensa? No! È la lotta per far mangiare a prezzo ridotto "figure ex-studentesche o poco «studiose»" "non in regola con gli esami" ("il programma comunista", n. 12/1981, p. 6).

Nello stesso numero 12/1981, alla stessa pagina, è presente un riquadro con la seguente dicitura: "AVVISO: Comunichiamo a simpatizzanti e lettori della zona di Ivrea di non utilizzare l'indirizzo finora pubblicato come punto di contatto con il partito. Tale indirizzo è venuto a mancare come conclusione di un disaccordo politico sviluppatosi intorno alle posizioni difese in questi anni dal nostro quindicinale, in particolare nel campo delle lotte immediate".

Ciò che non viene detto è che i compagni della sezione di Ivrea erano stati espulsi in modo antiorganico. Questa pagina illustra in modo molto espressivo l'essenza del nuovo corso. Da un lato, i militanti del partito, il cui gruppo di fabbrica all'Olivetti era rispettato dagli operai e il più importante del partito, e che difendevano la continuità del programma comunista contro gli innovatori del nuovo corso, sono stati espulsi[17], etichettandoli come presunti "attendisti". D'altra parte, la "lotta" degli studenti hippie per ottenere pasti sovvenzionati veniva lodata come il colmo della lotta proletaria.

Nel 1981 il "Partito" partecipa al "Convegno nazionale contro la repressione" dove "ogni tentativo di coordinarsi in un'azione di difesa immediata contra la repressione statale va appoggiato" e "In questo quadro condividiamo la piattaforma del Coordinamento milanese, come esposta all'inizio di questo dibattito, cioè di un organismo in cui siano presenti differenti linee politiche, ben inteso tutte interne al fronte di classe". ("il programma comunista, n. 13/1981).

Nel seguente passaggio della Circolare dell'ottobre 1981, pubblicata su "il programma comunista" nº19/1981, è ben sintetizzato il nucleo del revisionismo tattico del nuovo corso: "Giovani, immigrati, senza-casa, vittime della repressione, detenuti politici, sono oggi, insieme ai disoccupati in generale, le pattuglie di avanguardia di una guerra di classe (...)". (“il programma comunista” nº19/1981, pag. 2)

All'inizio del 1982, il nuovo corso pubblica negli organi di stampa dell'organizzazione: "La tirannide dello spazio ci ha impedito di fornire un quadro del movimento di occupazione delle case di Berlino nel periodo in cui, durante la primavera, esso raggiunse il massimo di vigoria, intrecciandosi a movimenti come quelli contro la repressione, in difesa dei prigionieri politici, contro i preparativi di guerra, ecc., e cosi permettendo ai compagni di intervenire su un terreno sempre meno spurio dal punto di vista di classe (...)

È qui che si apre al partito un fecondo terreno di agitazione, cui offrono condizioni di sviluppo obiettivamente favorevoli anche quegli «spazi liberi» di vita collettiva, di scambio di esperienze di lotta, e di discussione su problemi sociali e politici più vasti di quelli strettamente legati alla contingenza, che a Berlino sono appunto divenute le «case occupate»". ("il programma comunista", n. 3/1982, p. 6).

Nel corso del 1982, la direzione degenerata del nuovo corso scopre anche una "questione giovanile" ("il programma comunista", n. 9/1982), "La capacità del partito di interrogarsi sulla strada percorsa" (il programma comunista, n. 10/1982) e che "I comunisti devono perciò tentare di dirigere essi la rivendicazione nazionale dei proletari palestinesi" ("il programma comunista", n. 19/1982).

In "Le Prolétaire", n. 362 del giugno 1982, si afferma "la possibilità di collegare la lotta antinucleare con la lotta operaia" e nel campo dell'"antimilitarismo" si dà l'esempio che "militanti di varie organizzazioni hanno partecipato all'organizzazione di questa iniziativa" organizzata dal nuovo corso. Su "Le Prolétaire", n. 363 del 1982, p. 2, il nuovo corso dichiara che "è essenziale non partire dalla critica dell'OLP". Il numero del 27 settembre 1982 di El-Oumami riportava in prima pagina lo slogan "Palestina Vaincra!"

E questo ci porta al momento immediatamente precedente l'esplosione di tutta questa INFEZIONE attivista e interclassista accumulata dalla stessa dirigenza dell'organizzazione. Per una descrizione succinta dello sviluppo successivo allo scoppio di questo bubbone, si veda in "Per il comunismo" nº6, intitolato: "’le Prolétaire”/“il Comunista’: punta di lancia della degenerazione del nuovo corso".

 

Inciso: la posizione da sempre del Partito

Tutte queste manifestazioni che illustrano la fisionomia del processo degenerativo conosciuto come nuovo corso sono completamente antitetiche a quelle della Sinistra, a quelle del partito:

"10. - L'accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall'opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito ESCLUDE ASSOLUTAMENTE che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti. Questi mezzi che informarono la tattica della Terza Internazionale, all'indomani della scomparsa di Lenin dalla vita politica, non sortirono altro effetto che la disgregazione del Comintern, come teoria organizzativa e forza operante del movimento, lasciando sempre qualche brandello di partito sulla strada dell'«espediente tattico». Questi metodi vengono rievocati e rivalorizzati dal movimento trotzkista e della IV Internazionale, ritenendoli a torto metodi comunisti.

Per accelerare la ripresa di classe non sussistono RICETTE BELL’E PRONTE. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua INFLESSIBILITÀ dottrinaria e politica.

La Sinistra italiana ha sempre combattuto l'espedientismo per rimanere sempre a galla, denunciandolo come deviazione di principio e per nulla aderente al determinismo marxista.

Il partito sulla linea di passate esperienze si astiene, quindi, dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti ed intese miste con qualsivoglia altro movimento e organizzazione politica." (Tesi caratteristiche, 1951).


"Alla base del rapporto fra militante e partito vi è un impegno; di tale impegno noi abbiamo una concezione che, per liberarci dell'antipatico termine di contrattuale, possiamo definire semplicemente dialettica. Il rapporto è duplice, costituisce un doppio flusso a sensi inversi, dal centro alla base e dalla base al centro; rispondendo alla buona funzionalità di questo rapporto dialettico l'azione indirizzata dal centro, vi risponderanno le sane reazioni della base.

Il problema quindi della famosa disciplina consiste nel porre ai militanti di base un sistema di limiti che sia l'intelligente riflesso dei LIMITI posti all'azione dei capi. Abbiamo perciò sempre sostenuto che questi non debbono avere la facoltà in importanti svolti della congiuntura politica di scoprire, inventare e propinare pretesi nuovi principi, nuove formule, nuove norme per l'azione del partito.

È nella storia di questi colpi a sorpresa che si compendia la storia vergognosa dei tradimenti dell'OPPORTUNISMO". (Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe, 1947).

"6. Non essendo dunque pensabili ritorni bruschi delle masse ad una organizzazione utile di attacco rivoluzionario, il miglior risultato che il prossimo tempo può dare è la RIPROPOSIZIONE dei veri scopi e rivendicazioni proletari e comunisti, e il ribadimento della lezione che è DISFATTISMO ogni improvvisazione tattica che muti di situazione in situazione pretendendo sfruttare dati inattesi di esse.

7. Allo stupido attualismo-attivismo che adatta gesti e mosse ai dati immediati di oggi, vero esistenzialismo di partito, va sostituita la ricostruzione del solido ponte che lega il passato al futuro e le cui grandi linee il partito detta a sé stesso una volta per sempre, VIETANDO a gregari ma soprattutto a capi la tendenziosa ricerca e SCOPERTA DI ‘VIE NUOVE’". (Teoria e azione, Riunione di Forlì, dicembre 1952).

Per la dirigenza degenerata del Partito del nuovo corso tra il 1972 e il 1982, i LIMITI dell'unità dottrina-programma-tattica erano scomodi perché non consentivano di "scoprire" o utilizzare "nuove armi" o di "allargare la visione" o di "ripensare i problemi di oggi" e, per questo, proponevano al Partito nuove regole d'azione di fronte alle quali volevano piegarlo e iniziavano una "lotta politica interna" contro le sezioni e i militanti che difendevano ad oltranza questi limiti.

 

Il riflesso organizzativo della degenerazione

Dal punto di vista dell'organizzazione formale, il nuovo corso aveva stabilito in generale un vero e proprio sistema federalista in cui i vari "Centri" italiani e francesi, così come le pubblicazioni, funzionavano in modo autonomo e in contraddizione tra loro.

Si era arrivati anche a creare la casa editrice Iskra per la pubblicazione di testi fondamentali del partito sotto il nome di un autore, nonostante si trattasse di testi del partito e contro l'espressa volontà di un noto compagno: "Io non voglio che si getti in commercio il nome di Bordiga, stupida esca davvero per chi la porga e chi abbocchi, e sono certo che non si farà nemmeno dopo la mia morte. Chi non capisce il perché, non ha capito un rigo di tutti i testi e la storia della Sinistra. Alla data della morte io penso con serenità e lascio ai superstiziosi gli scongiuri. Non temo di morire, ma che si rincoglionisca tutto il movimento per commemorarmi, questo sì. Sebbene io abbia deciso di non lasciare testamenti di nessun genere, mi costringete a pensare alle misure che posso prendere per impedire tale superputtanata. Dispongo che chiunque possa usufruire gratis dei testi alla condizione che non vi sia il nome Bordiga. Un problema in prassi borghese e in prassi comunista. Se foste tutti maturi davvero, questa preoccupazione potrei non averla: ma scorgo le debolezze. Se violo diritti della Storia, ebbene, di lei soprattutto mi fotto". (Lettera del 16 novembre 1962).

Il nuovo corso ha introdotto anche la teorizzazione della normalità del dibattito democratico e della lotta politica interna, che è la distruzione del centralismo organico fondato sull'omogeneità politica. Questi concetti sono stati introdotti negli anni precedenti al 1982, sono stati portati all'estremo caricaturale nei numeri da luglio 1983 a gennaio 1984 de "il programma comunista", sono stati proseguiti in "Combat" e sono stati ripetutamente rivendicati da "il Comunista" (ex-Combat) che ancora non capisce o fa finta di non capire perché questa lotta politica interna e la sua azione da parte della direzione degenerata del Partito dovevano portare necessariamente a ciò che hanno portato: alla revisione di tutte le basi del Partito.

Logicamente, non ci può essere omogeneità politica quando si parte dal fatto che i testi fondamentali del partito sono insufficienti per orientare l'attività del partito. La direzione del nuovo corso aveva bisogno di liberarsi dai testi fondamentali: " (...) ma sarebbe un suicidio volerli eludere sia col pretesto che difficili sono, sia con l'altro che basti consultare il capoverso di un testo (d'altronde spesso dedicato alla ben diversa - e preliminare - questione di ristabilire le basi fondamentali della teoria come guida all'azione nel senso più generale del termine) per averli bell'e risolti". (Circolare del 1974, pubblicata su "il Comunista", n. 33, 1992, p. 8).

La direzione del nuovo corso vide nell'ondata di nuovi militanti provenienti dal maggio '68 e da organizzazioni sinistroidi di ogni tipo un meccanismo perfettamente allineato con i suoi obiettivi politici. Questo aumento di adesioni ebbe la funzione di fare da parte la militanza che si opponeva al nuovo corso, per la quale il Centro degenerato organizzò anche un cambio di rotta nei metodi di formazione di simpatizzanti e militanti.

Nel giugno 1981 viene pubblicato un articolo intitolato "Per un partito di combattimento rivoluzionario" (un'anticipazione piuttosto esplicita di quello che diventerà "Combat", opera dell'allora "direttore responsabile" de "il programma comunista", poi di "Combat" e infine "caporedattore" de "il Comunista") in cui parla di "forgiare" un nuovo tipo di militante che " si entusiasma per tutte le lotte che scoppiano non importa dove, fosse pure nell'angolo più remoto del pianeta (…) È colui che in tutti gli episodi di una lotta che abbraccia tutti i continenti, e in tutte le fasi di questo movimento multiforme, agisce con la stessa certezza della vittoria che se la rivoluzione fosse vicina o si svolgesse sotto i nostri occhi." ("il programma comunista", giugno, n. 11/1981, p. 3).

In questo senso, la circolare del BCI[18] indirizzata a tutto il Partito su "Lavoro con i simpatizzanti e integrazione dei nuovi militanti" (giugno 1981, che ci è arrivata quasi a novembre) è stata un punto di non ritorno per la sezione spagnola. In questa circolare si disegna il processo di formazione del "nuovo" tipo di militante del nuovo corso, rompendo con il metodo di formazione dei simpatizzanti e dei militanti che era stato seguito fino ad allora nel Partito, imponendo un'accelerazione dei tempi, stabilendo come lettura sostitutiva dei testi del marxismo le "biografie di militanti come la storia di Big Bill o di Mama Jones, esperienze di lotta come Domitilia o anche più semplicemente notizie o romanzi che risvegliano alla lotta". La circolare del giugno 1981[19] del centro degenerato ammette: "I compagni saranno senza dubbio sorpresi dal fatto che i testi classici che abbiamo utilizzato finora per la formazione teorica dei simpatizzanti sono quasi scomparsi dall'arsenale del materiale attualmente proposto" affermando che "i gruppi di lavoratori assimileranno le posizioni molto più efficacemente attraverso risposte taglienti che attraverso una lettura approfondita" e culminando con "Si può dire in modo generale che i testi classici che utilizziamo oggi sono necessariamente testi obbligatori per i compagni che hanno l'abitudine di orientare i loro compagni e inquadrare altri militanti, ma in nessun modo uno studio imperativo per ogni militante". Questo era il Partito dei militanti formati nell'ignoranza che il nuovo corso imponeva, contro il metodo di formazione politica del Partito e per sfondare la difesa intransigente delle posizioni della Sinistra Comunista Italiana e del marxismo: un Partito il cui nuovo cemento era la disciplina per la disciplina dell'attivismo, in cui il marxismo sarebbe stato riservato ai "quadri" per poterlo adulterare e deformare senza incontrare la resistenza della base militante del Partito.

Si trattava del culmine degenerativo sul piano organizzativo (analogo alla "bolscevizzazione" nel processo degenerativo della Terza Internazionale) che logicamente doveva portare all'esasperazione della disciplina in nome della disciplina e al veleno della democrazia interna. È stata la distruzione del centralismo organico, il cui presupposto è l'omogeneità politica[20], l'unità di dottrina-programma-tattica, la dottrina immutabile, l'orientamento stabile e la continuità dell'azione del Partito.

Quest'opera di distruzione dell'unità dottrina-programma-tattica fu portata avanti dal nuovo corso dalla direzione dell'organizzazione, una direzione che non aveva altro da offrire se non "perplessità e incertezze"[21]. A questo si univa, come non poteva essere altrimenti, l'applicazione di assurde misure di "sicurezza" (che poi non venivano seguite dalle stesse persone che le imponevano) per giustificare la compartimentazione e il blocco dei contatti tra gruppi e sezioni del Partito, cosa che i militanti subirono sia nell'emigrazione in Germania e poi all'interno della Spagna, sia come subirono i compagni in Italia e in Francia. È difficile descrivere la sensazione dei militanti spagnoli nel vedere una rappresentante dell'UCI (Ufficio centrale italiano) che si permetteva di dare lezioni di clandestinità indossando una pamela in un quartiere proletario di Madrid. In modo molto sintomatico, questa rappresentante del centro italiano, venuta a imporre la disciplina del nuovo corso ai militanti operai del Partito, finì per diventare consigliere comunale dei "verdi" a Ivrea e portabandiera della "causa curda".

Una menzione particolare merita la richiesta di legalizzazione della rivista "El Comunista" che il centro italiano e parigino volevano imporre e che noi abbiamo respinto a partire dalla metà del 1979. Questa richiesta di legalizzazione della rivista era sempre più richiesta dal Centro; lo stesso Centro i cui pezzi si propinarono mutuamente manovre per legalizzare nuove riviste, per recuperarne altre legalmente, e da ipocriti litigi sull'argomento tra gli uni e gli altri. "El Comunista" non è mai stato legalizzato e non lo è tuttora, senza che questo abbia comportato alcun limite alla sua diffusione. Dietro la richiesta di legalizzazione c'era solo una questione di controllo e di proprietà.

Nel corso degli anni, le lettere del Centro esprimevano valutazioni sempre più contraddittorie sullo sviluppo della sezione spagnola, secondo la maglia fittizia in cui conveniva incatenare artificialmente le posizioni di chi resisteva contro il nuovo corso. Inoltre, queste lettere si basavano a loro volta sulle relazioni del "segretario" della sezione, imposto dal Centro per il solo motivo che non conosceva i testi del Partito e, soprattutto, che non era stato in contatto con i vecchi compagni italiani durante la loro emigrazione in Germania. Si è così realizzata una vera e propria opera di frazionamento da parte del centro per cambiare i metodi di lavoro e per eliminare coloro che difendevano la continuità delle posizioni del Partito. Nell'ambito del lavoro frazionista e liquidazionista della direzione del nuovo corso, a metà dicembre 1981, il centro comunicò da Parigi un "allarme" per un colpo di Stato in Spagna, avendo ricevuto informazioni attendibili da un'ambasciata straniera a Parigi. La comunicazione avvenne a fine giornata con l'istruzione di "ripulire" le case dal materiale e di trasmettere l'ordine anche ai simpatizzanti. In seguito, quando ovviamente non si verificò alcun colpo di Stato, si giustificarono dicendo che si trattava di un ordine e che avrebbe dovuto essere eseguito. L'unico obiettivo di questa azione era liquidare la sezione spagnola, eliminare il materiale politico e la corrispondenza che esponeva le contraddizioni della direzione del Partito. 

Questa azione è stata condotta dalle stesse persone e ha un evidente parallelismo con l'azione del tutto consapevole in Francia del centro liquidatore che nell'ottobre 1982 ha sequestrato i fondi e l'archivio del Partito per impedirne la continuazione e con la decisione, non meno consapevole, di passare in rassegna tutte le librerie in Germania per assicurare il ritiro del materiale del Partito, in modo che non rimanesse alcuna traccia della Sinistra. Questo è il "centro" dei liquidatori del Partito e della Sinistra che ci accusavano di essere "sindacalisti" e "culturalisti" nella circolare del BCI del 12/2/82 con cui cercavano di spiegare la cosiddetta – secondo loro – "mini-crisi" della sezione spagnola. Questa presunta "mini-crisi" ha fatto sì che il gruppo di noi compagni legati alla difesa della continuità del programma comunista riprendessimo la pubblicazione della rivista del Partito "El Comunista", mentre i pochi rimasti in linea con il nuovo corso sono scomparsi quasi subito quando il loro punto di riferimento internazionale degenerato è esploso successivamente in pezzi.

 

La nostra rottura con il nuovo corso

A pagina 11 del n. 1 di "El Comunista" (nueva edición), maggio 1983, con il quale riprendemmo la pubblicazione della rivista del Partito in spagnolo, pubblicammo alcune modeste ma sufficienti note dal titolo "La degenerazione del programma comunista e la nostra battaglia" che riassumevano le cause storiche di questa degenerazione, le principali manifestazioni esterne del processo e la nostra decisione (nel gennaio 1982) di rompere con la disciplina formale di un'organizzazione che non rappresentava più il filo storico del Partito.

Queste note non erano un'elaborazione "locale" della sezione spagnola, ma erano state pubblicate dai compagni della sezione di Schio nel febbraio 1983 come parte dello sforzo internazionale per mantenere la continuità del Partito al di fuori dell’organizzazione formale degenerata.


Prima eravamo stati espulsi nella sostanza - come le posizioni della Sinistra in generale - e quindi nel gennaio 1982 decidemmo di rompere la disciplina formale con un'organizzazione che non rappresentava più il Partito, il che non impedì alla dirigenza di rivendicare la nostra "espulsione" formale con un atto disciplinare a vuoto. Come si legge nelle Tesi del nostro Partito: "(...) quelle Centrali internazionali e nazionali erano sulla via della deviazione e del tradimento; secondo la teoria di sempre della Sinistra, è questa la condizione che deve togliere loro ogni diritto ad ottenere in nome di una disciplina ipocrita la cieca obbedienza della base". (Tesi di Napoli, 1965).

Anche altre sezioni contrarie al nuovo corso ruppero con l'organizzazione degenerata nei mesi successivi (Schio, Torre Annunziata, Benevento-Ariano, ecc.). Il centro degenerato aveva espulso in modo anti-organico, nella primavera del 1981, le sezioni di Torino, Ivrea e Sud della Francia che si erano opposte al nuovo corso.

La successiva conferma che la direzione di questa organizzazione formale non rappresentava più il filo conduttore storico non tardò ad arrivare. Questa direzione, contro la cui degenerazione avevamo combattuto la nostra battaglia, fu fatta a pezzi pochi mesi dopo, nell'ottobre 1982, nel giugno 1983, quando si scatenò il "dibattito interno" apertamente democratico e una parte della redazione si fece da parte, nel gennaio 1984, quando quest'ultima parte recuperò la rivista in tribunale e l'altra parte iniziò a pubblicare "Combat", nel 1985, quando da "Combat" si separò "il Comunista" e si fuse con "le Prolétaire".

È importante notare che il nostro n. 1 del maggio 1983 è precedente alla lotta per il controllo de "il programma comunista" a partire dal giugno 1983 tra le diverse varianti del nuovo corso. In esso riaffermiamo la nostra intenzione di proseguire il filo storico del Partito, rivendicando i principi e il metodo di lavoro riaffermati nel Partito dal 1952, insieme a tutti quei compagni che lavorano per la riaffermazione integrale del programma comunista.

 

I prossimi passi

Nei prossimi numeri della rivista approfondiremo aspetti specifici del nuovo corso e della nostra lotta contro di esso, nonché lo sviluppo e i limiti dei contatti e del mantenimento dell'organizzazione insieme alle sezioni espulse o scisse in Italia in opposizione al nuovo corso, così come lo sviluppo di contatti e di ulteriori organizzazioni congiunte con altri compagni a livello internazionale.

 

[1] Sul processo di cannibalismo tra le diverse correnti attiviste che hanno condiviso e contestato la direzione de "il programma comunista" e soprattutto sulla traiettoria e il ruolo svolto da una di esse (l'attuale "il Comunista", nato da "Combat"), si veda l'articolo pubblicato su "Per il comunismo" n. 6, intitolato: "’le Prolétaire”/“il Comunista’: punta di lancia della degenerazione del nuovo corso".

[2] Nel primo numero de “Il Programma Comunista” del 1984, l'articolo “Riprendendendo il cammino” inizia dicendo: “I militanti che hanno ripreso nelle loro mani il filo del ‘Programma Comunista’ sciaguratamente spezzato nei numeri 7-10 del 1983, (...)”. Questa è la prova che essi consideravano solo i numeri 7-10 del 1983 come errati, fuori linea, rivendicando tutto ciò che era accaduto in precedenza. Il che era logico perché erano stati loro a farlo insieme a coloro che avevano pubblicato prima “Combat” e poi “il Communista”/“Le Prolétaire” e anche a coloro che avevano deciso di essere coerenti con la loro attività reale e avevano cercato di sciogliere l'involucro formale.

[3] Si trattò infatti di un'espulsione anti-organica delle sezioni toscane che anticipò i metodi che si sarebbero poi diffusi.

[4] Le posizioni errate iniziarono a essere insinuate nel 1965 e portarono alla rivendicazione di un presunto carattere "di classe" della C.G.I.L. e alla formazione di "comitati di difesa del sindacato di classe" al suo interno a partire dal 1970. Ciò si scontrava frontalmente con la caratterizzazione della C.G.I.L. realizzata da parte del Partito dopo la sua ricostituzione da parte del Comitato di Liberazione Nazionale. Il Partito aveva profilato la C.G.I.L. (con la "i" di Italia, a differenza della C.G.L. degli anni Venti) affermando che: "non possono mascherare il fatto che anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anche essa una organizzazione tricolore CUCITA SUL MODELLO DI MUSSOLINI." (Le scissioni sindacali in Italia, 1949).

[5] Di fronte al processo di integrazione sindacale avviato dal fascismo e mantenuto nel secondo dopoguerra, il Partito aveva stabilito che "nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell'azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto, tolleranza, assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa proletaria e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono risorgere nella fase di avvicinamento della rivoluzione." (Teoria e azione nella dottrina marxista, 1951).

Per questo motivo, le Tesi caratteristiche del nostro Partito, dopo aver affermato che "7. Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti i soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. ", impongono un compito ai militanti e al partito stesso: "(...) Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria e di prevedere le forme e incoraggiare la apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato d’industria, consiglio di azienda e così via. (...)". (Tesi caratteristiche, 1951); dato che "in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamenta li fattori: 1) un ampio e numeroso proletario di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese." (Teoria e azione nella dottrina marxista, Partito rivoluzionario e azione economica, 1951) e dato che l’"(...)effettivo imprigionamento di tutto l'inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe." è un "risultato (...) fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista appunto perché l'influenza e l'impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista." (Teoria e azione nella dottrina marxista, Partito rivoluzionario e azione economica, 1951).

[6] "«Nell'Europa orientale e in Asia, l'epoca delle rivoluzioni democratiche borghesi è cominciata solo nel 1905. Le rivoluzioni in Russia, in Persia, in Turchia, in Cina, le guerre nei Balcani, questa la catena degli avvenimenti mondiali della nostra epoca nel nostro Oriente». Oggi [1964, ndr.], questa fase si è egualmente conclusa per tutta l'area afro-asiatica: ovunque, si sono costituiti, alla fine della II guerra mondiale, Stati nazionali più o meno “indipendenti”, più o meno “popolari”, che promuovono in modo più o meno “radicale” l'accumulazione del capitale." (Tesi sulla questione cinese, riunione allargata di Marsiglia, il Programma Comunista n.23/1964).

[7] Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965

[8] Si veda in "El Comunista" n. 65, " Una consigna incorrupta por encima de las generaciones «de los muertos, de los vivos y de los por nacer»".

[9] Come l'epigono di "le Proletáire/il Comunista" in spagnolo (nº23 del luglio 2021) che, oltre a rivendicare la formazione del PSOE come "una pietra miliare del marxismo in Spagna" (sic), rivendicava questa profilazione artificiosa fatta dal centro parigino, fatta solo dieci (10) mesi prima che questo centro parigino abbandonasse l'organizzazione e ne cercasse lo scioglimento internazionale. Torneremo su questo punto in altra sede.

[10] Lettera di O. Damen: "In simile fase di avanzata o di conquista del potere il raggruppamento delle forze del proletariato non attenderà il ripetersi della prassi tradizionale del sindacato, ma avverrà attraverso nuovi organismi di massa (...)".

[11] Basti ricordare uno dei tanti testi in cui la Sinistra e il Partito si oppongono al fronte unito politico: "Per la questione tattica basta ricordare che il fronte unico nacque proposto come metodo per "rovinare" i partiti socialisti, e lasciare i loro capi e stati maggiori privi delle masse che li seguivano e dovevano passare con noi. La evoluzione di questa tattica ha confermato che essa conteneva il pericolo di condurre ad un tradimento e ad un abbandono delle basi classiste e rivoluzionarie del nostro programma". (Tesi di Napoli, 1965).

[12] "(...) Soprattutto il partito esercita la sua attività di propaganda e di attrazione tra le masse proletarie, specie nelle circostanze in cui esse si mettono in moto per reagire alle condizioni loro create dal capitalismo, ed in seno agli organismi che i proletari formano per proteggere i loro interessi immediati.

5.- I comunisti penetrano quindi nelle cooperative proletarie, nei sindacati, nei consigli di azienda, costituendo in essi gruppi di operai comunisti, cercando di conquistarvi la maggioranza e le cariche direttive, per ottenere che la massa di proletari inquadrata in tali associazioni subordini la propria azione alle più alte finalità politiche e rivoluzionarie della lotta per il comunismo.

6.- Il partito comunista invece si mantiene estraneo a tutte le istituzioni ed associazioni nelle quali proletari e borghesi partecipano allo stesso titolo o, peggio, la cui direzione e patronato appartiene ai borghesi (società di mutuo soccorso, di beneficenza, scuole di cultura, università popolari, associazioni massoniche, ecc.) e cerca di distaccarne i proletari combattendone l'azione e l’influenza." (Tesi della Frazione Comunista Astensionista, 1920).

[13] "Per eliminare i pericoli opportunisti e le crisi disciplinari, la Internazionale Comunista deve appoggiare la centralizzazione organizzativa sulla chiarezza e la precisione delle risoluzioni tattiche e sulla esatta definizione dei metodi da applicare.

Una organizzazione politica, fondata cioè sulla adesione volontaria di tutti i suoi membri, risponde alle esigenze dell’azione centralizzata solo quando tutti i suoi componenti abbiano visto ed accettato l’insieme dei metodi che dal centro può essere ordinato di applicare nelle varie situazioni. 
Il prestigio e l’autorità del centro, che non dispongono di sanzioni materiali, ma si avvalgono di coefficienti che restano nel dominio dei fattori psicologici, esigono assolutamente chiarezza, decisione e continuità nelle proclamazioni programmatiche e nei metodi di lotta. In questo sta la sola garanzia di poter costituire un centro di effettiva azione unitaria del proletariato internazionale.

Un’organizzazione solida nasce solo dalla stabilità delle sue norme organizzative; che assicurando ogni singolo della loro applicazione imparziale, riduce al minimo le ribellioni e le diserzioni. Gli statuti organizzativi, non meno della ideologia e delle norme tattiche, devono dare un’impressione di unità e di continuità. 

Per queste considerazioni, poggiate su di una ricca esperienza, nel passaggio dal periodo di costruzione dell’Internazionale dei partiti comunisti a quello della azione del Partito Comunista Internazionale, si presenta necessaria l’eliminazione di norme di organizzazione affatto anormali". (La tattica dell’Internazionale Comunista nel Progetto di tesi presentato dal PCd’I al IV Congresso mondiale, Mosca 1922).

[14] Inizialmente SONACOTRAL (SOciété NAtionale de COnstruction de logements pour les TRAvailleurs ALgériens) è stata rinominata SONACOTRA dopo l'indipendenza dell'Algeria.

[15] Organo della sezione algerina, epicentro della degenerazione nazionalista dell'organizzazione formale.

[16] "base minimale que nous pourrons envisager de travailler en commun avec d’autres forces qui ont un programme et une idéologie différents des nôtres"

[17] Espulsi con la scusa del "frazionismo" per aver tenuto una riunione con i compagni del Sud della Francia di fronte alla grave deriva del Partito. A prescindere dal fatto che non possiamo condividere l'evoluzione successiva di una parte di queste sezioni, l'accusa di "frazionismo" per aver tenuto una riunione era un mero pretesto e l'espulsione per questo motivo è del tutto infondata. Questa azione della direzione del Partito è degna della peggiore espressione della degenerazione dell'Internazionale e di un Togliatti della peggior specie. Infatti, la direzione del Partito era caduta nelle mani dell'attivismo interclassista e le sezioni che reagirono contro di essa furono espulse con l'accusa (falsa) di "frazionismo", utilizzando gli stessi metodi dell'Internazionale degenerata: "si abusò gravemente dello spettro del «frazionamento» e della costante minaccia di buttare fuori dal partito una corrente accusata artificialmente di preparare una scissione, al solo fine di fare prevalere i pericolosi errori centristi nella politica del partito". (Tesi di Napoli, 1965). Al centro degenerato di allora si può ricordare che, nella sua battaglia contro la degenerazione dell'Internazionale, la Sinistra ha sempre sostenuto che: "Essendo assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il partito e l'Internazionale siano misteriosamente assicurati contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell'opportunismo, che possono dipendere da mutamenti della situazione come dal gioco dei residui delle tradizioni socialdemocratiche, nella risoluzione dei nostri problemi si deve ammettere che ogni differenziazione di opinione non riducibile a casi di coscienza o di disfattismo personale può svilupparsi in una utile funzione di preservazione del partito e del proletariato in generale da gravi pericoli. Se questi si accentuassero, la differenziazione prenderebbe inevitabilmente ma utilmente la forma frazionistica, e questo potrebbe condurre a scissioni non per il bambinesco motivo di una mancanza di energia repressiva da parte dei dirigenti, ma solo nella dannata ipotesi del fallimento del partito e del suo asservimento ad influenze controrivoluzionarie". (Tesi di Lione, 1926).

[18] BCI, Bureau Centrale Internazionale

[19] La circolare inviata alla sezione spagnola e ricevuta dai compagni era in spagnolo, qui tradotta in italiano.

[20]"Al primo ribattemmo che l'unità e la centralizzazione reale - da noi più di tutti sempre rivendicata - nell'azione e nel modo di organizzarsi del Partito è il PRODOTTO, il punto di arrivo, non la causa e il punto di partenza, DELL'UNITÀ E DELLA CENTRALITÀ DELLA DOTTRINA, DEL PROGRAMMA E DEL SISTEMA DELLE NORME TATTICHE: vano cercare quelle, se mancano queste; peggio che vano, distruttivo e mortifero. Noi siamo centralisti (ed è questo, se si vuole, il nostro unico principio organizzativo) non perché riconosciamo come valido in sé e per sé il centralismo, non perché lo deduciamo da un'idea eterna o da uno schema astratto, ma perché unico è il fine al quale tendiamo e unica è la direzione in cui ci muoviamo nello spazio (internazionalmente) e nel tempo (al di sopra delle generazioni "dei morti, dei viventi e dei nascituri"); siamo centralisti in forza dell'invarianza di una dottrina che non è in potere né di singoli né di gruppi di MUTARE, e della CONTINUITÀ DELLA NOSTRA AZIONE nel flusso e riflusso delle contingenze storiche, di fronte a tutti gli ostacoli di cui è seminato il cammino della classe operaia.

Il nostro centralismo è il modo di essere di un Partito, che non è un esercito, anche se ha una disciplina rigorosa, come non è una scuola, anche se vi insegna, ma è una forza storica reale, definita dal suo STABILE ORIENTAMENTO nella lunga guerra fra le classi. È attorno a questo inscindibile e durissimo nocciolo, dottrina-programma-tattica, possesso collettivo ed impersonale del movimento, che la nostra organizzazione si cristallizza, e ciò che la tiene unita non è lo knut del "centro organizzatore", ma il filo unico e uniforme che lega "dirigenti" e "base", "centro" e "periferia", impegnandoli all’osservanza e alla difesa di un sistema di fini e di mezzi, nessuno dei quali è separabile dall'altro.

In questa vita reale del Partito Comunista – non di qualunque partito, ma solo e proprio di esso, in quanto comunista sia di fatto e non di nome – il rompicapo che assilla il democratico borghese, chi decide: l’"alto" o il "basso", i più o i pochi? chi "comanda" e chi "ubbidisce" – si scioglie e definitivamente da sé: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso, come nelle parole di un oscuro soldato livellatore, "nessuno comanda e tutti sono comandati", il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del Partito, chiunque sia a darli. Ma rompete questa unità di dottrina-programma-tattica, e tutto crolla, non lasciando che un... posto di blocco e di comando ad un estremo, manovrante le masse dei militanti, come il generale - supposto "genio" strategico - muove i soldati, supposti poveri tonti, magari facendoli passare armi e bagagli in campo nemico, o come il capostazione manovra i suoi treni, magari facendoli andare a scontrarsi l'un con l'altro e una sconfinata piazza d’armi per ogni possibile manovra all'altro estremo. Rompetela, questa unità, e logico e storicamente giustificato diviene lo stalinismo, come logica e storicamente giustificata diviene la rovinosa subordinazione di un Partito come il nostro, che ha per primo compito quello di assicurare "la continuità storica e l'unità internazionale del movimento" (punto 4 del Programma di Livorno, 1921), al meccanismo falso e bugiardo della "consultazione democratica". Rompetela e avrete distrutto il partito di classe". (La continuità d'azione del partito sul filo della tradizione della sinistra, 1966).

[21] "che le decisioni prese centralmente suscitino a volte perplessità e incertezze, è un fatto che deve considerarsi scontato è di cui non v'è ragione di allarmarsi purché si abbia il coraggio e la fermezza di guardarlo in faccia.". (Circolare della direzione, 26 marzo 1976, ripubblicata e rivendicata da "il Comunista" nel n. 33-35).

 

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